Il presidente della sezione italiana di Amnesty descrive la situazione internazionale.

“I riflettori della stampa internazionale sono tutti puntati sulla guerra in
Iraq. Anche questo enorme sforzo mediatico, però, lascia perplessi. Si parla solo
di rapimenti, uccisioni, esecuzioni sommarie. Sono crimini intollerabili e violano
qualunque diritto, non vi è alcun dubbio. Eppure, quasi nulla si sa sui bombardamenti
a Falluja, sulle operazioni militari della Coalizione, sulle condizioni di vita
della popolazione civile irachena. Vediamo solo un lato del fronte, l’altro è
ignoto”. Marco Bertotto, presidente della sezione italiana di Amnesty International,
ha parole dure sul momento che il Pianeta sta attraversando. Continua: “Il mondo
è attraversato da un grande numero di violazioni dei diritti. I cittadini non
sono aiutati a comprendere cosa accade. Le politiche di repressione del terrorismo
diventano, a volte, mezzi usati da alcuni governi per colpire il dissenso e le
minoranze interne. Cosa accade prima e dopo un rastrellamento israeliano a Gaza,
in Medio Oriente? Chi sono le vittime, quante sono in realtà? Insomma, avere un
quadro effettivo di cosa ci sia alla base dei fenomeni è estremamente difficile”.

Dopo la strage dell’undici settembre a New York e la campagna contro il terrorismo,
lanciata dal governo degli Stati Uniti, la visione di alcune regole della legalità
internazionale e perfino i codici etici hanno subito una mutazione.
Bertotto sostiene: “La situazione globale richiede un grande lavoro. Prima di
tutto i conflitti in corso sono numerosi e debbono essere ricordati all’opinione
pubblica. Dal Darfur alla Repubblica democratica del Congo, fino in Colombia.
Molte minoranze sono perseguitate e non circola quasi nessuna informazione. Un
esempio riguarda gli Ulguri, una popolazione di origine turca in prevalenza musulmana.
Sono il più grande gruppo indigeno della regione autonoma Xuar, nello Xjiang (Repubblica
Popolare Cinese). Lì il governo di Pechino ha imposto restrizioni sui diritti
religiosi e culturali e ripreso sempre più le esecuzioni, i processi ingiusti
e le detenzioni arbitrarie per fare tacere veri e presunti oppositori”.

Il ruolo della società civile secondo il Presidente di Amnesty è fondamentale
per riaprire il dibattito sul rispetto delle convenzioni: “La lotta al terrorismo
è uno stupendo alibi per nascondere tutto. Prima della strage delle Twin Towers,
concetti come ‘tolleranza zero’ e ‘mano dura’ erano al centro di aspre critiche
a causa della loro scarsa corrispondenza alle leggi nazionali e internazionali.
Oggi la detenzione senza processo è possibile in Gran Bretagna e Stati Uniti e
non mi sembra siamo in molti a chiedere a quei governi di impedire pratiche del
genere. Zambia, India, Malesia, tra i tanti, emanano leggi liberticide. La chiusura
delle frontiere ai profughi politici è scandalosa. La legittimità della tortura
viene perfino invocata, nel caso il prigioniero abbia informazioni di importanza
vitale. E il suo uso sistematico è preoccupante. Noi di Amnesty, con altre organizzazioni,
abbiamo denunciato pratiche del genere in molti Paesi, tra i quali Afghanistan
e Iraq. Ma gli Stati Uniti, in particolari condizioni, trasferiscono alcuni detenuti
verso stati loro alleati dove i controlli sono più difficili. Contro tutto questo
è necessario chiedere alla società civile di tutto il mondo un impegno per restituire
libertà e rispetto della dignità a chi ne è stato privato”.
Lo scenario descritto da Bertotto non può lasciare indifferenti. Le cancellerie
occidentali sono impegnate in uno sforzo di comunicazione teso a dimostrare l’esportabilità
della democrazia dove esistono dittature. Anche attraverso la guerra preventiva.
Il presidente di Amnesty ricorda: “il traffico di armi è uno dei primi problemi
da risolvere. Non si deve dimenticare che i cinque Paesi membri stabili del Consiglio
di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Inghilterra, Russia, Cina, Francia)
producono l’88 per cento degli armamenti del Pianeta. Per dei paladini della giustizia
non è una situazione sostenibile. La vera forza per vincere sul disprezzo dei
diritti umani è la società civile. La mobilitazione dei cittadini ottiene risultati.
Come la messa al bando delle mine antipersona o l’istituzione del Tribunale penale
internazionale. Questo può fare la differenza”.
Tradizionalmente moderata nel linguaggio e nelle scelte di comunicazione, Amnesty
sembra aver trovato negli ultimi mesi toni più forti. Il suo presidente spiega:
“Quando nacque la nostra associazione sosteneva che si dovesse passare dall’indignazione
all’azione concreta. Dopo tanti anni le nostre denunce hanno saputo raccontare
la negazione del diritto e della legalità e saputo nello stesso tempo offrire
a milioni di persone uno strumento per opporsi. Si è trattato di un lavoro duro
e accurato. Le nostre inchieste sono sempre motivate, contengono prove incontestabili,
documentazioni approfondite. Questo ci ha permesso di essere credibili e affidabili.
Noi non siamo stati mai asettici, piuttosto non abbiamo posizioni ideologiche
o demagogiche. La spregiudicatezza con cui negli ultimi anni si viola il diritto
internazionale forse ha dato più passione al nostro lavoro, ma ben venga. La strada
da fare è ancora lunga”.
Roberto Bàrbera