16/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dalle utopie all'inferno. Parla lo scrittore cambogiano Ong Thong Hoeung, internato nei campi dei Khmer Rossi
  Il libro di Ong Thong Hoeung
“Il 17 aprile 1975 fu la fine di me stesso, della mia famiglia, dei miei amici e della Cambogia. Il giorno più nero della mia storia personale e di quella del mio Paese”. Così parla da Bruxelles Ong Thong Hoeung, scrittore cambogiano sopravvissuto ai campi di sterminio dei Khmer Rossi che esattamente trent’anni fa presero il potere in Cambogia durante il loro regime (1975-’79) massacrarono almeno un milione e 700mila persone. Hoeung dal 1982 vive in Belgio con la moglie e la figlia e un anno fa ha pubblicato il libro: “Ho creduto nei Khmer rossi”, una lucida testimonianza su cosa ha significato per lui e per l’Indocina credere nell’illusione di una rinascita e trovarsi poi davanti a un vero e proprio inferno. Lo scrittore ha partecipato alla commemorazione delle vittime organizzata in questi giorni da diverse associazioni di esuli cambogiani e ong francesi. “Siamo qui per ricordare”, dice. “Il mondo ha fatto di tutto per dimenticare il genocidio. Noi, al contrario, cerchiamo ancora le colpe e le cause di uno dei più gravi scandali del Ventesimo secolo”.
 
Quando i Khmer Rossi entrarono a Phnom Penh, la capitale della Cambogia, Hoeung studiava a Parigi e faceva parte del Fronte Nazionale Unito della Kampuchea che sosteneva la lotta dei guerriglieri. “Alla notizia della vittoria dell’esercito di Pol Pot esultai”, racconta l’uomo, oggi sessantenne. “Pensavo fosse la fine della guerra e che le nuove forze volessero dar vita a una società migliore. Ero giovane, progressista e pieno di sogni. Solo dopo mi resi conto che l’ideologia mi aveva accecato e che ero entrato a far parte di una setta”. Così nel ’76 decise di tornare in Cambogia, convinto di trovare un Paese libero. “A Parigi – continua Hoeung – arrivarono presto voci di una situazione drammatica. Si trattava dei racconti orribili dei rifugiati, ma io non volli credere a quelle testimonianze. Una volta sceso dall’aereo, però, non ho trovato nessuno dei miei cari ad aspettarmi. Le persone indossavano divise nere e non parlavano. Erano magri, pallidi e tristi. Quando i funzionari Khmer mi hanno preso il passaporto ho pensato che non sarei mai più tornato indietro”.
 
Cambogia oggiLo scrittore e la moglie Bounnie furono internati in un campo di lavoro fino alla fine del regime. “Sono sopravvissuto grazie alla forza di Bounnie. Mia moglie, che è sempre stata più pragmatica di me, continuava a dirmi che un giorno tutto sarebbe finito. Nonostante diventasse sempre più magra e debole, non soccombeva alla fame, al lavoro forzato e alle torture. Volle anzi dare alla luce un bambino per avere una ragione che le consentisse di sopravvivere”.
Durante la prigionia nacque infatti Sophinie che nel dicembre 2002 ha voluto visitare insieme al padre i luoghi della sua prima infanzia. “Dopo tutto questo tempo abbiamo visto negli occhi dei sopravvissuti ancora molta sofferenza. La Cambogia ha perso un’intera generazione. Sono stati eliminati quasi tutti gli intellettuali di allora e le persone che avevano un minimo di istruzione. E’ rimasto un vuoto incolmabile”. La voce di Hoeung è rotta dal dolore: tra quelle persone c’erano anche molti suoi famigliari.
 
Intanto le Nazioni Unite e il governo cambogiano promettono che il processo ai capi Khmer si terrà entro il 2005. “In realtà – prosegue Hoeung – la Cambogia vive ancora nell’impunità. Temo anche che il nuovo processo non possa essere equo: il sistema giudiziario cambogiano è molto corrotto e nell’esecutivo stesso ci sono ex Khmer rossi. Eppure non si può attendere oltre, gli ex sanguinari sono ormai molto anziani”.
 
 

Francesca Lancini

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