Dalle utopie all'inferno. Parla lo scrittore cambogiano Ong Thong Hoeung, internato nei campi dei Khmer Rossi

“Il 17 aprile 1975 fu la fine di me stesso, della mia
famiglia, dei miei amici e della Cambogia. Il giorno più nero della mia storia
personale e di quella del mio Paese”. Così parla da Bruxelles Ong Thong Hoeung,
scrittore cambogiano sopravvissuto ai campi di sterminio dei Khmer Rossi che
esattamente trent’anni fa presero il potere in Cambogia durante il loro regime
(1975-’79)
massacrarono almeno un milione e 700mila persone. Hoeung dal 1982 vive in
Belgio con la moglie e la figlia e un anno fa ha pubblicato il libro: “Ho
creduto nei Khmer rossi”, una lucida testimonianza su cosa ha significato per
lui e per l’Indocina credere nell’illusione di una rinascita e trovarsi poi
davanti a un vero e proprio inferno. Lo scrittore ha partecipato alla
commemorazione delle vittime organizzata in questi giorni da diverse
associazioni di esuli cambogiani e ong francesi. “Siamo qui per ricordare”,
dice. “Il mondo ha fatto di tutto per dimenticare il genocidio. Noi, al
contrario, cerchiamo ancora le colpe e le cause di uno dei più gravi scandali
del Ventesimo secolo”.
Quando i Khmer Rossi entrarono a Phnom Penh, la capitale
della Cambogia, Hoeung studiava a Parigi e faceva parte del Fronte Nazionale
Unito della Kampuchea che sosteneva la lotta dei guerriglieri. “Alla notizia
della vittoria dell’esercito di Pol Pot esultai”, racconta l’uomo, oggi sessantenne.
“Pensavo fosse la fine della guerra e che le nuove forze volessero dar vita a
una società migliore. Ero giovane, progressista e pieno di sogni. Solo dopo mi
resi conto che l’ideologia mi aveva accecato e che ero entrato a far parte di
una setta”. Così nel ’76 decise di tornare in Cambogia, convinto di trovare un
Paese libero. “A Parigi – continua Hoeung – arrivarono presto voci di una
situazione drammatica. Si trattava dei racconti orribili dei rifugiati, ma io
non volli credere a quelle testimonianze. Una volta sceso dall’aereo, però, non
ho trovato nessuno dei miei cari ad aspettarmi. Le persone indossavano divise
nere e non parlavano. Erano magri, pallidi e tristi. Quando i funzionari Khmer
mi hanno preso il passaporto ho pensato che non sarei mai più tornato
indietro”.

Lo scrittore e la moglie Bounnie furono internati in un
campo di lavoro fino alla fine del regime. “Sono sopravvissuto grazie alla
forza di Bounnie. Mia moglie, che è sempre stata più pragmatica di me,
continuava a dirmi che un giorno tutto sarebbe finito. Nonostante diventasse
sempre più magra e debole, non soccombeva alla fame, al lavoro forzato e alle
torture. Volle anzi dare alla luce un bambino per avere una ragione che le
consentisse di sopravvivere”.
Durante la prigionia nacque infatti Sophinie che nel dicembre
2002 ha voluto visitare insieme al padre i luoghi della sua prima infanzia. “Dopo
tutto questo tempo abbiamo visto negli occhi dei sopravvissuti ancora molta
sofferenza. La Cambogia ha perso un’intera generazione. Sono stati eliminati
quasi tutti gli intellettuali di allora e le persone che avevano un minimo di
istruzione. E’ rimasto un vuoto incolmabile”. La voce di Hoeung è rotta dal
dolore: tra quelle persone c’erano anche molti suoi famigliari.
Intanto le Nazioni Unite e il governo cambogiano promettono
che il processo ai capi Khmer si terrà entro il 2005. “In realtà – prosegue
Hoeung – la Cambogia vive ancora nell’impunità. Temo anche che il nuovo
processo non possa essere equo: il sistema giudiziario cambogiano è molto
corrotto e nell’esecutivo stesso ci sono ex Khmer rossi. Eppure non si può
attendere oltre, gli ex sanguinari sono ormai molto anziani”.