06/05/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



"E' morto il compagno Tito". Era il 4 maggio 1980: iniziava la dissoluzione della Jugoslavia

scritto per noi da
Francesca Rolandi

Il pomeriggio del 4 maggio del 1980, quando gli arrivò una telefonata dalla redazione che diceva semplicemente: "Vieni e porta il vestito nero", il giornalista di Tv Beograd Miodrag Zdravković capì immediatamente quello che era successo. A febbraio, infatti, quando al leader 88enne fu amputata una gamba, era stato designato per dare la notizia della morte di Tito, quando sarebbe arrivata.

Gli venne proibito di allontanarsi da Belgrado e gli fu richiesto di essere sempre reperibile telefonicamente. Il vestito e la cravatta neri già da tempo attendevano nell'armadio. I suoi ospiti che erano in visita nel suo appartamento quel pomeriggio capirono immediatamente dalla telefonata che qualcosa di grave si era verificato e lui, che non poteva farne parola con nessuno prima che l'annuncio ufficiale venisse dato, dovette chiedere alla moglie di trattenerli nell'appartamento finché non lo avrebbero visto in televisione. "Non ho pianto" racconta oggi Zdravković al quotidiano Danas "ma è stato toccante e difficile. Finiva un'epoca, tutti avevamo paura, per l'incertezza. Come se in qualche modo avessimo presentito che si sarebbe arrivati a qualche rottura". Iniziò a parlare dopo una lunga indecisione: "E' morto il compagno Tito. Lo hanno comunicato stasera il Comitato centrale della Lega dei comunisti jugoslavi e la Presidenza della Repubblica federativa socialista di Jugoslavia alla classe operaia, ai lavoratori e ai cittadini, ai popoli e alle nazionalità della Sfrj".

La salma venne trasportata sul treno presidenziale da Lubiana a Belgrado, dove fu seppellita con un mastodontico funerale, al quale parteciparono 700.000 persone, 209 delegazioni da 127 paesi, nella Casa dei Fiori, adiacente al Museo della Jugoslavia. Piangevano gli jugoslavi, piangeva la vedova separata Jovanka, esultavano gli oppositori, la maggior parte dei quali era stata fino a quel momento nell'ombra. Già allora, sebbene non si potesse prevedere il dramma che avrebbe investito il paese a poco pù di un decennio, l'evento venne percepito come un salto nel buio. Il "più grande figlio dei nostri popoli e delle nostre nazionalità", al quale veniva tributato un vero e proprio culto da parte dell'establishment, rappresentava indubbiamente un collante per la Federazione. Seguirono gli anni '80, ancora segnati da un certo benessere che però aveva i giorni contati, poiché il paese era strozzato dai debiti. Crescevano i nazionalismi, che avrebbero alimentato la dissoluzione violenta del paese. La figura del maresciallo venne sottoposta a violente critiche e la storiografia iniziò una revisione della vulgata socialista cadendo spesso nell'estremo opposto di un anticomunismo di maniera.

Secondo le dichiarazioni del custode della Casa dei fiori, negli anniversari della morte di Tito a ridosso della sua morte un gran numero di persone (10-15.000) si sarebbe riversato sulla tomba dell'ex presidente a vita, tale numero sarebbe calato drammaticamente negli anni '90 e risalito fortemente negli ultimi anni. La cifra fornita dall'agenzia serba Tanjug riporta un numero eccezionale di visitatori dal 1980 ad oggi (20 milioni) pari al numero di abitanti che aveva il paese forgiato dal maresciallo.
Il 4 maggio del 2010 alla Casa dei Fiori si è riunita una grande folla proveniente da tutti i paesi della ex Jugoslavia, colorata da una simbolistica - dai berretti da pioniere alle staffette, dalle decorazioni militari alle t-shirt - che si ispira ai tempi passati. Un rappresentante del Ministero degli Interni ha depositato una corona con dedica a Josip Broz Tito, è stato applaudito il nipote del leader, di recente fondatore di un rinato partito comunista, mentre è stata fischiata la delegazione dei socialisti. La gente comune ha raccontato ai giornalisti come è stata raggiunta dalla notizia 30 anni prima. La signora Lucija di Travnik, Bosnia Erzegovina, ha ricordato come, mentre passava vicino a una caserma, sentì la notizia e subito dopo tutti i soldati iniziarono a piangere e lei con loro.

Altre celebrazioni minori si sono svolte in luoghi simbolici: il villaggio di Kumrovac, dove Tito nacque (visitato ogni anno da 70.000 visitatori), la statua del maresciallo a Sarajevo, dove durante l'assedio furono sempre stati depositati dei fiori. La "titomania" sembra essere più forte in Bosnia Erzegovina, il paese dove la situazione politica è più paralizzata e i decenni del socialismo hanno rappresentato un lungo periodo di armonia tra le varie comunità. Sul suo territorio esistono oltre 40 associazioni dedicate al Maresciallo Tito quest'anno, per la prima volta, due membri dell'associazione mostarina si sono guadagnati le pagine dei giornali commemorando la ricorrenza con un viaggio in motorino da Mostar a Belgrado. Dal sito slobodnajugoslavija.com, anch'esso con base a Sarajevo, si possono inserire i propri dati e vedere come sarebbe stato il proprio passaporto se ancora esistesse quello rosso jugoslavo. In Serbia, invece, secondo l'ultimo censimento, ci sono 80.000 cittadini che ancora si dichiarano "jugoslavi", anche se ovviamente la nazionalità jugoslava non è riconosciuta dalla legge. E dalla nostalgia per la Jugoslavia socialista non sono immuni nemmeno le prime due repubbliche a staccarsi dalla Federazione, Slovenia e Croazia, dalle quali proviene un gran numero dei pullman che ogni anno fa visita alla Casa dei fiori.

Se nel caso dei vecchi comunisti il sentimento che li lega al defunto leader si basa su un orientamento politico sopravvissuto ai mutamenti dei tempi, nella maggior parte dei casi la nostalgia per la Jugoslavia socialista, la Jugonostalgija, sembra essere in primis una nostalgia per un tempo in cui le condizioni economiche erano migliori, il prestigio internazionale alto e il passaporto con la stella rossa era buono per attraversare (quasi) tutte le frontiere dell'est e dell'ovest. "Stavate meglio quando eravate compagni che adesso che siete signori" è uno slogan ripetuto, cha fa riferimento al titolo di cortesia che veniva allora preposto ai nomi: compagno presidente, compagno maestro. A ciò si aggiunge la nostalgia per un paese più grande nel quale le diverse repubbliche avevano un vissuto comune condiviso. Negli anni '90 la maggioranza di queste relazioni esistenti si sono spezzate e tornare con il pensiero alla Jugoslavia richiama uno spazio comune e una serie di esperienze (trasferimenti di lavoro, vacanze al mare, amicizie...) al di fuori dei limiti della propria repubblica. Per i più giovani valgono i ricordi degli altri, ma è interessante notare che spesso proprio dai settori più liberali sono arrivate le spinte a riscoprire un patrimonio condiviso e messo in ombra dai partiti nazionalisti giunti al potere negli anni '90. Basti citare il progetto Ex Yugo Leksikon, che cerca di rispondere alla questione dell'identità jugoslava attraverso il recupero della cultura pop - dal design all'iconografia politica alla musica rock - di un paese che non esiste più.
Un serio dibattito critico sulla figura di Josip Broz è ancora ben lontano dal cominciare, ma il suo ricordo nella mente di molti diventa un tutt'uno con quello di un periodo migliore di quello attuale, nel quale il suo ritratto sovrastava uffici pubblici e scuole.

Parole chiave: jozip broz, tito, jugoslavia
Categoria: Storia
Luogo: Serbia