16/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L’ex reporter di guerra Hamel: 'Il genocidio in Cambogia non è stato una fatalità'
  ex campo di sterminio
L’ex reporter di guerra Bernard Hamel, fu uno dei primi a scrivere del genocidio cambogiano nel libro “De sang et de larmes” (“Di sangue e di lacrime”, gennaio 1977): una lunga inchiesta in cui raccolse le testimonianze dei rifugiati cambogiani in Thailandia e poi in Francia, il suo Paese d’origine. Hamel fu corrispondente della Reuters dalla Cambogia dal 1964 al 1975 e lasciò Phnom Penh solo due settimane prima che la città fosse occupata dai Khmer Rossi. Da lì si recò a Bangkok, in Thailandia, per continuare a seguire “un regime incomprensibile”. L’abbiamo raggiunto al telefono nella sua casa di Parigi, alla vigilia della commemorazione del 17 aprile 2005 quando cominciò il genocidio. Sono passati trent’anni, ma il ricordo di quei giorni è ancora vivo e doloroso: “Dopo tanti anni di guerra, quando arrivai a Bangkok ero molto stanco, ma volli trattenermi in Asia altri sei mesi perché ero sicuro che presto sarebbe accaduto qualcosa di tremendo. Sapevo che Phnom Penh sarebbe caduta e che ci sarebbe stato un bagno di sangue”.
Il genocidio si poteva prevedere?
Non avevo ovviamente pensato a un genocidio, ma temevo un massacro. Al contrario la maggior parte dei cambogiani, in patria e all’estero e soprattutto in Francia, non avevano compreso la follia dei Khmer Rossi. Si illudevano che i guerriglieri comunisti avrebbero abbattuto il regime di  Lon Nol sostenuto dagli Stati Uniti e avrebbero dato vita a una società migliore. In realtà la loro propaganda era pericolosa e menzognera.
Come se ne è reso conto?
Seguendo gli eventi del periodo antecedente la caduta di Phnom Penh.  Tra il 1970 e il ‘75 il principe cambogiano Siahanouk (che divenne poi capo di Stato durante il regime Khmer) aprì di fatto la strada al genocidio con il sostegno di Cina, Vietnam del Nord, Unione Sovietica e Corea del Nord. Dal 1967 al ’69, mentre era al potere, ordinò una feroce repressione dei guerriglieri Khmer che nel 1970 si erano ridotti a un movimento di soli 2mila uomini su una popolazione di 7 milioni di abitanti. Quello stesso anno, però, il principe fu deposto da un colpo di Stato mentre si trovava in Cina e iniziò a nutrire un sentimento di vendetta verso il nuovo governo filoamericano di Lon Nol. Decise così di formare un esecutivo cambogiano in esilio e di allearsi con i suoi vecchi nemici, i guerriglieri che proprio lui soprannominò Khmer Rossi. Con l’aiuto dei Paesi comunisti riarmò il movimento ribelle e lanciò la sua campagna di propaganda: messaggi che incitavano a continuare la guerra in Cambogia contro gli imperialisti Usa, senza tenere conto che allora in quel Paese non c’era alcun soldato americano. I suoi appelli conquistarono soprattutto i contadini analfabeti del nord della Cambogia che decisero di servire il principe.
cella delle tortureAnche gli intellettuali cambogiani dei circoli parigini, tuttavia, si entusiasmarono per la lotta di Sihanouk…
Sì. Erano progressisti e pieni di sogni. Speravano che un giorno la Cambogia diventasse un Paese libero.
Quando si è accorto che lo sterminio era iniziato?
Dopo il 17 aprile, da Bangkok ascoltavo almeno due volte al giorno la “radio Phnom Penh” in mano al regime. Il primo segnale fu quando il mio interprete cambogiano mi disse che non riusciva a capire nulla di quello che dicevano: “I Khmer Rossi non parlano più la mia lingua, quello che dicono non ha alcun senso”.  Si trattava di canti rivoluzionari ripetuti all’infinito, molto primitivi e violenti. La parola più ricorrente era “sangue”.  Ricordo un’altra frase che mi terrorizzò: “Il popolo lavora giorno e notte per la ricostruzione del Paese”. Ma come si poteva lavorare giorno e notte?
Quando ha incontrato le prime persone fuggite dai campi di concentramento?
Già nel maggio 1975. Venivano da ogni parte della Cambogia e denunciavano tutte le stesse cose: “campi di sterminio, governanti impazziti, un Paese trasformato in un inferno”. Queste parole mi ferivano e deprimevano perché al di là del confine avevo lasciato molti amici.
Perché la comunità internazionale non intervenne?
Fu determinante l’indifferenza dei mezzi di comunicazione. Negli anni ’70 i media occidentali erano influenzati da un’ideologia di sinistra che impediva loro di credere alle atrocità commesse dai Khmer Rossi. Anche dopo, per molto tempo, non hanno voluto ammettere di essersi sbagliati.
Un’indifferenza che tuttora si riscontra verso le crisi umanitarie?
E’ deplorevole che l’Occidente non dedichi ancora abbastanza attenzione ad alcuni Paesi e ad alcune situazioni, per ragioni per lo più economiche e politiche. Lo abbiamo visto per il Ruanda dieci anni fa e oggi lo riscontriamo per il Darfur.
 
 

Francesca Lancini

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