L’ex reporter di guerra Hamel: 'Il genocidio in Cambogia non è stato una fatalità'

L’ex reporter di guerra Bernard Hamel, fu uno dei primi a
scrivere del genocidio cambogiano nel libro “De sang et de larmes” (“Di sangue
e di lacrime”, gennaio 1977): una lunga inchiesta in cui raccolse le
testimonianze dei rifugiati cambogiani in Thailandia e poi in Francia, il suo
Paese d’origine. Hamel fu corrispondente della Reuters dalla Cambogia dal 1964
al 1975 e lasciò Phnom Penh solo due settimane prima che la città fosse
occupata dai Khmer Rossi. Da lì si recò a Bangkok, in Thailandia, per
continuare a seguire “un regime incomprensibile”. L’abbiamo raggiunto al
telefono nella sua casa di Parigi, alla vigilia della commemorazione del 17
aprile 2005 quando cominciò il genocidio. Sono passati trent’anni, ma il
ricordo di quei giorni è ancora vivo e doloroso: “Dopo tanti anni di guerra,
quando arrivai a Bangkok ero molto stanco, ma volli trattenermi in Asia altri
sei mesi perché ero sicuro che presto sarebbe accaduto qualcosa di tremendo. Sapevo
che Phnom Penh sarebbe caduta e che ci sarebbe stato un bagno di sangue”.
Il genocidio si
poteva prevedere?
Non avevo ovviamente pensato a un genocidio, ma temevo un
massacro. Al contrario la maggior parte dei cambogiani, in patria e all’estero
e
soprattutto in Francia, non avevano compreso la follia dei Khmer Rossi. Si
illudevano che i guerriglieri comunisti avrebbero abbattuto il regime di Lon Nol sostenuto dagli Stati Uniti e
avrebbero dato vita a una società migliore. In realtà la loro propaganda era
pericolosa e menzognera.
Come se ne è reso
conto?
Seguendo gli eventi del periodo antecedente la caduta di
Phnom Penh. Tra il 1970 e il ‘75 il
principe cambogiano Siahanouk (che divenne poi capo di Stato durante il regime
Khmer) aprì di fatto la strada al genocidio con il sostegno di Cina, Vietnam
del Nord, Unione Sovietica e Corea del Nord. Dal 1967 al ’69, mentre era al
potere, ordinò una feroce repressione dei guerriglieri Khmer che nel 1970 si
erano ridotti a un movimento di soli 2mila uomini su una popolazione di 7
milioni di abitanti. Quello stesso anno, però, il principe fu deposto da un
colpo di Stato mentre si trovava in Cina e iniziò a nutrire un sentimento di
vendetta verso il nuovo governo filoamericano di Lon Nol. Decise così di
formare un esecutivo cambogiano in esilio e di allearsi con i suoi vecchi
nemici, i guerriglieri che proprio lui soprannominò Khmer Rossi. Con l’aiuto
dei Paesi comunisti riarmò il movimento ribelle e lanciò la sua campagna di
propaganda: messaggi che incitavano a continuare la guerra in Cambogia contro
gli imperialisti Usa, senza tenere conto che allora in quel Paese non c’era
alcun soldato americano. I suoi appelli conquistarono soprattutto i contadini
analfabeti del nord della Cambogia che decisero di servire il principe.
Anche gli
intellettuali cambogiani dei circoli parigini, tuttavia, si entusiasmarono per
la lotta di Sihanouk…
Sì. Erano progressisti e pieni di sogni. Speravano che un
giorno la Cambogia diventasse un Paese libero.
Quando si è accorto
che lo sterminio era iniziato?
Dopo il 17 aprile, da Bangkok ascoltavo almeno due volte al
giorno la “radio Phnom Penh” in mano al regime. Il primo segnale fu quando il
mio interprete cambogiano mi disse che non riusciva a capire nulla di quello
che dicevano: “I Khmer Rossi non parlano più la mia lingua, quello che dicono
non ha alcun senso”. Si trattava di
canti rivoluzionari ripetuti all’infinito, molto primitivi e violenti. La
parola più ricorrente era “sangue”. Ricordo
un’altra frase che mi terrorizzò: “Il popolo lavora giorno e notte per la
ricostruzione del Paese”. Ma come si poteva lavorare giorno e notte?
Quando ha incontrato
le prime persone fuggite dai campi di concentramento?
Già nel maggio 1975. Venivano da ogni parte della Cambogia e
denunciavano tutte le stesse cose: “campi di sterminio, governanti impazziti,
un Paese trasformato in un inferno”. Queste parole mi ferivano e deprimevano
perché al di là del confine avevo lasciato molti amici.
Perché la comunità
internazionale non intervenne?
Fu determinante l’indifferenza dei mezzi di comunicazione. Negli
anni ’70 i media occidentali erano influenzati da un’ideologia di sinistra che
impediva loro di credere alle atrocità commesse dai Khmer Rossi. Anche dopo,
per molto tempo, non hanno voluto ammettere di essersi sbagliati.
Un’indifferenza che
tuttora si riscontra verso le crisi umanitarie?
E’ deplorevole che l’Occidente non dedichi ancora abbastanza
attenzione ad alcuni Paesi e ad alcune situazioni, per ragioni per lo più
economiche e politiche. Lo abbiamo visto per il Ruanda dieci anni fa e oggi lo
riscontriamo per il Darfur.