16/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A trent’anni dal genocidio cambogiano i sopravvissuti aspettano ancora un processo
  Museo del genocidio - copyright New Humanity
Il 17 aprile 1975 in Cambogia inizia il cosiddetto “anno zero”, il periodo più buio e senza ritorno della storia del Paese asiatico. I guerriglieri comunisti Khmer Rossi, guidati dal generale Pol Pot, entrano nella capitale Phnom Penh e rovesciano il governo del filoamericano Lon Nol.
Sono anni turbolenti per l’Indocina. Dopo la Corea era esplosa la guerra del Vietnam, la crisi del Laos e il conflitto in Cambogia. Tutti risultati della pressione militare esercitata sull’area dagli Stati Uniti, intenzionati a mantenere una forte presenza politico-militare ai confini della Cina Popolare. In Cambogia governa la giunta di Lon Nol, un esecutivo corrotto e tenuto in vita dagli aiuti di Washington. Il popolo è sfinito dalla violenza, dalla fame, dai combattimenti. Quella che doveva essere una liberazione si rivela nel giro di poche ore un incubo.
Già il 18 aprile, un giorno dopo, la città è deserta: migliaia di uomini, donne e bambini sono stati deportati immediatamente nelle campagne da un esercito di fanatici con una base culturale e ideologica fragile se non inesistente.
Ma è stato solo l’inizio dello sterminio. I Kmer Rossi impiantano campi di ‘rieducazione’ dove in soli quattro anni vengono eliminate un milione e settecentomila persone. Chiunque fosse laureato, avesse una istruzione di medio livello, parlasse le lingue straniere andava ucciso. E’ abolito l’uso del denaro, vietata la proprietà privata. Ogni libertà fondamentale è cancellata, il Paese è chiamato Kampuchea Democratica.
Il principe Sihanouk, leader storico del Paese e alleato dei Khmer rossi dal 1970, diventa presidente. Il nuovo capo di stato aveva il solo obiettivo di salvaguardare il suo ruolo. I cambogiani che avevano riposto in Sihanouk e nella guerra di liberazione dagli americani e da Lon Nol tutte le loro speranze erano stati traditi due volte.
Per le immense risaie del Paese, contadini terrorizzati e scheletrici erano costretti a lavorare come animali, vestiti in lugubri divise nere, per la nuova oligarchia comunista. La tragedia ebbe fine nel ’79 solo grazie all’intervento dell’esercito vietnamita, per altro condannato dalla comunità internazionale, che riuscì a sconfiggere gli uomini di Pol Pot e restituì la Cambogia alla civiltà.
 
A trent’anni di distanza le vittime non hanno ancora avuto giustizia. Il genocidio cambogiano è una pagina ormai dimenticata della storia contemporanea. Determinati nel conservarne la memoria, una trentina di associazioni di esuli cambogiani e organizzazioni non governative (ong) francesi, tra cui Amnesty-Francia, daranno vita domani a Parigi a una giornata di commemorazione che si concluderà con una marcia fino al Trocadero, nello scenario suggestivo che si estende difronte alla Tour Eiffel.
 
Pol Pot negli ultimi anni di vita: è morto nel 1998Il legame tra la Francia e la Cambogia è antico e irrisolto: le truppe di Parigi occuparono il Paese asiatico per novanta anni,dal 1863-1953. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale Parigi aveva tentato di ricostruire il suo controllo sull’Indocina, ma dopo la disfatta di Dien Bien-Phu, in Vietnam, nel 1954 per mano degli indipendentisti guidati da Ho Chi Minh e dal generale Giap, i francesi erano stati espulsi dalla zona. Per questo alla fine degli anni sessanta, per riconquistare una presenza in Indocina, Parigi aveva appoggiato Sihanouk e i suoi alleati Khmer Rossi, in funzione anti Usa e senza dar rilievo alla politica delirante e sanguinaria di Pol Pot.
 
Le Nazioni Unite e il governo cambogiano hanno dichiarato che entro l’anno si terrà a Phnom Penh il primo processo ad alcuni capi Khmer, nonostante manchino ancora 4 milioni di dollari sui 40 necessari ad allestire i tribunali.
Davanti alla Corte, per tre anni, appariranno solo sei ex guerriglieri, ormai anziani. Sull’atteso processo, Hoc Pheng Chay, magistrato cambogiano trasferitosi nella capitale francese sei mesi prima della caduta di Phnom Penh e presidente de “Le Comité des victimes des Khmer Rouges” (Il Comitato delle vittime dei Khmer rossi), dichiara al telefono: “Non sono affatto ottimista. Per un processo equo servono più anni. Innanzitutto bisogna fare un’inchiesta per accertare le responsabilità che non riguardano solo sei persone, ma molte di più: almeno trenta se si considerano i membri del governo dei Khmer Rossi e i capi militari. Inoltre bisogna trovare il tempo di ascoltare le denunce di tutti i sopravvissuti”.
 
Chay, che nel ’75 lasciò in Cambogia famigliari e amici di cui “molti sono morti durante il regime”, accusa: “Dopo trent’anni il processo non è ancora stato fatto per volontà sia dei successivi governi cambogiani sia della comunità internazionale. Quest’ultima non ha mai voluto creare un Tribunale internazionale ad hoc, come quello di Arusha per il genocidio ruandese e quello dell’Aja per i crimini di guerra compiuti nell’ex Iugoslavia. Il governo attuale, d’altra parte, ha assunto una posizione ambigua: è formato ancora da ex Khmer Rossi in libertà, come i ministri degli Esteri e degli Interni, e allo stesso tempo dice di voler processare i vecchi capi.  Non ci sarà mai giustizia finchè le autorità non riconosceranno apertamente che c’è stato un genocidio e non chiederanno pubblicamente perdono”.
 
 

Francesca Lancini

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