In questo volume, che Amira Hass voluto dedicare ai refusnik (gli obiettori di
coscienza israeliani, n.d.r. ), sono raccolte le sue corrispondenze, dal 2001
al 2005, per il settimanale italiano Internazionale.
In quelle corrispondenze, l’autrice ha raccontato la militarizzazione della resistenza
palestinese e l'inasprimento dell'occupazione israeliana.
Con il suo stile narrativo anedottico, Amira Hass riesce a stare tanto al di
sopra, quanto all’interno, delle due società in conflitto. Senza risparmiare critiche
a nessuno: non agli ufficiali dell'esercito, non agli estremisti delle due parti
né ai dirigenti dell'Autorità Palestinese o del Governo israeliano. L'autrice
spiega cosa significhi l’occupazione raccontando ai lettori le vicende e le vite
di chi, ogni giorno, ne deve affrontare le conseguenze.
In coda alla raccolta delle corrispondenze si trovano anche tre suoi saggi inediti
in Italia: La politica israeliana delle chiusure e Dove vai?, scritti nel 2001, e Colonialismo travestito da processo di pace dell’inizio 2004.
Nel saggio La politica israeliana delle chiusure, appare evidente la capacità dell’autrice di leggere gli eventi in un prospettiva
empatica e di prestare attenzione alle conseguenze degli eventi politico militari
sulla pelle delle persone comuni.
Nel testo ad esempio, la Hass dedica un paragrafo intero a due categorie esenziali
e nel contempo implicite dell’esistenza individuale: spazio e tempo: “Nei Territori
Occupati da più di 30 anni lo spazio è oggetto di interferenze graduali ma incessanti,
via via che le terre espropriate aumentano. I palestinesi hanno ostinatamente
tenuto conto di questi furti. Stranamente però, non si è quasi prestata attenzione
ad un altro tipo di furto[..]: il furto del tempo, anch’esso un effetto secondario
delle chiusure. [..] quasi tutti i residenti di Gaza, e in seguito la maggioranza
di quelli della Cisgiordania, hanno scoperto che non potevano più fare progetti,
hanno perso anche la capacità di agire spontaneamente, e la spontaneità è un diritto
umano, tanto quanto quello di spostarsi liberamente o di mangiare. [..] Persa
la possibilità di fare progetti e di essere spontanei, molti hanno perso anche
l’energia e la determinazione che occorrono anche solo per tentare di esercitare
la propria libertà. C’è una forte tentazione di farsi dettare la vita sociale,
spirituale e culturale dal restringimento degli orizzonti imposto dall’esterno."

"Dallo scoppio dell’intifada di al Aqsa, nell’ottobre del 2000, il furto del
tempo e di qualsiasi parvenza di normalità ha raggiunto proporzioni quasi inconcepibili:
gli studenti non riescono a raggiungere le università, ammalati e donne incinte
sono trattenuti ai posti di blocco e c’è chi muore o partorisce per strada; i
tecnici delle autorità locali non riescono ad avere il permesso israeliano necessario
per riparare le tubazioni rotte nelle periferie delle loro stesse città; il personale
di molti uffici è ridotto a metà; le autocisterne dell’acqua non possono entrare
nei villaggi. I costi degli spostamenti sono triplicati, perché bisogna cambiare
mezzo di trasporto ogni 20 km; la gente passa ore ed ore in attesa o in stato
di fermo presso i posti di blocco. [..] l’obbligo di implorare, la prospettiva
di trovarsi di fronte ad un rifiuto, la rabbia, i viaggi ripetuti all’ufficio
palestinese di collegamento, dove si trovano centinaia di persone con storie incredibili
che nessuno ascolta [..] Le menti più valide degli uffici palestinesi, sono assorbite
notte e giorno dal semplice compito di recuperare un permesso di spostamento.”
“A differenza della terra che si può sempre recuperare, sostituire e bonificare
–conclude Amira Hass -, il tempo perduto per via della politica delle chiusure
è perduto per sempre. I vantaggi personali e collettivi di avere spazio, sono
cancellati per sempre, se non vengono goduti in tempo.”