18/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



L'epidemia di Marburg continua a mietere vittime ma l'ospedale è vuoto
La sepoltura di una vittima del virus di Marburg in Angola.Le ultime cifre dell’epidemia di febbre emorragica di Marburg in Angola parlano di 224 casi e 207 morti: “La pressione psicologica è molta: la città (di Uige, ndr) si sta svuotando, si parla solo di morte, di funerali, di corpi da rimuovere” affermano gli operatori umanitari a Uige dell'organizzazione con cui era in Angola l’italiana Maria Bonino, morta poche settimane fa per questo virus. Ma il reparto di isolamento allestito in ospedale a Uige è vuoto da qualche giorno: la popolazione è spaventata, ha paura e non porta più i familiari in ospedale, dal personale sanitario, considerato “untore”, portatore di malattia e morte. “Si è sviluppata la voce popolare secondo la quale l’ospedale è il luogo dell’infezione, e per certi versi è vero, è in ospedale che è esplosa l’epidemia” spiega Gianfranco Demaio, responsabile medico dell’organizzazione Medici Senza Frontiere (Msf), sul posto con interventi di formazione del personale sanitario e di studio dell’andamento dell’infezione. “Ma non è l’unica ragione. “I familiari sanno che il malato che portano in ospedale verrà sottratto loro completamente, e in caso di morte non potranno organizzare  secondo tradizione i riti funebri. Dal punto di vista antropologico questa è una forzatura vissuta male dalla popolazione, perché non c’è stato ancora il tempo per mediare, per spiegare i rischi, il perché di questo divieto, il pericolo di contagio dal contatto con il parente morto. Seguendo il loro credo tradizionale, sono convinti che senza riti funebri, il morto continuerà a essere presente nella vita dei vivi. Dobbiamo essere consapevoli di questa situazione e di come spieghi la mancanza di collaborazione delle persone”.

Gli operatori di Medici Senza Frontiere spiegano al personale sanitario di Uige come proteggersi dal contagio.Proteggere chi assiste. Anche l’Organizzazione Mondiale della Santà (OMS) ha sottolineato questa difficoltà di gestione della crisi sanitaria e sta cercando di venire incontro alla popolazione, cercando di  fornire a chi vuole assistere i familiari a casa le istruzioni e il materiale necessario per non infettarsi. Purtroppo non si può fare molto per le persone già infettate: “Dal punto di vista pratico, una volta definito il caso e isolato, si possono solo fare trasfusioni di sangue per mantenere la pressione ai giusti livelli e compensare la disidratazione data dalle emorragie e dalla perdita di liquidi con vomito e diarrea” spiega Demaio. Non ci sono terapie o vaccini, e anche il personale di Msf, in questo caso, non è formato da medici e infermieri, ma da persone in grado di spiegare come assistere i malati riducendo al minimo i rischi di contagio personale: “Si spiega come vestirsi, come fare il trasporto dei materiali, come portare gli occhiali,  da fissare dietro, per proteggere gli occhi, o come stare attenti perché i pazienti possono essere agitati e toccare il viso di chi li assiste”.

Gli operatori di Medici Senza Frontiere spiegano come trattare il materiale contaminato dal virus di Marburg.Virus vecchio ma sconosciuto. La mancanza di malati sta dando comunque il tempo e la possibilità di decontaminare le stanze dove sono stati isolati finora i pazienti, perché non si sa praticamente nulla di questo virus, nemmeno quanto tempo sopravvive nelle secrezioni (sangue, vomito, diarrea , urine, saliva), in grado di trasmettere l’infezione se se ne viene a contatto. Questo perché, nonostante sia stato scoperto una quarantina d’anni fa e sia stato già protagonista di cinque epidemie oltre a questa in corso, è un virus che fa paura anche ai laboratori, da dove è partita la prima epidemia nel 1967 a Marburg (Germania), difficile da studiare e da trattare: “Gli unici due laboratori in grado di identificarlo sono in America: quello civile dei Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, dove è stato identificato il virus dell’epidemia in corso il 21 marzo di quest’anno, e quello militare, dell’United States Army Medical Research Institute for Infectious diseases (USAMRIID)” spiega Demaio.

Raddoppiati l'ultimo mese. L’epidemia di Marburg in Angola sembra sia inziata in ottobre del 2004, anche se non vi sono conferme o certezze, ma la prima segnalazione ufficiale  di sospetta epidemia di febbre emorragica nel Paese africano da parte dell’OMS è arrivata solo dopo la metà di marzo: allora i malati erano meno della metà di adesso. “Rispetto alle epidemie del passato, quella dell’Angola ha una mortalità altissima (96 per cento dei casi) e ha infettato molti bambini. Un’ipotesi è che i primi casi sia siano verificati proprio in pediatria in ospedale e che l’alto numero di morti fra i bambini sia spiegabile perché hanno meno anticorpi e sono quindi più vulnerabili” conclude Demaio.

 

Valeria Confalonieri

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