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Le ultime cifre dell’epidemia di febbre emorragica di Marburg in Angola parlano
di
224 casi e 207 morti: “La pressione psicologica è molta: la città (di
Uige, ndr) si sta svuotando, si parla solo di morte, di funerali, di
corpi da rimuovere” affermano gli operatori umanitari a Uige dell'organizzazione
con cui era in Angola l’italiana Maria
Bonino, morta poche settimane fa per questo virus. Ma il reparto di
isolamento allestito in ospedale a Uige è vuoto da qualche giorno: la
popolazione è spaventata, ha paura e non porta più i familiari in
ospedale, dal personale sanitario, considerato “untore”, portatore di
malattia e morte. “Si è sviluppata la voce popolare secondo la quale
l’ospedale è il luogo dell’infezione, e per certi versi è vero, è in
ospedale che è esplosa l’epidemia” spiega Gianfranco Demaio,
responsabile medico dell’organizzazione Medici Senza Frontiere (Msf),
sul posto con interventi di formazione del personale sanitario e di
studio dell’andamento dell’infezione. “Ma non è l’unica ragione. “I familiari
sanno che il
malato che portano in ospedale verrà sottratto loro completamente, e in
caso di morte non potranno organizzare secondo tradizione i riti
funebri. Dal punto di vista antropologico questa è una forzatura
vissuta male dalla popolazione, perché non c’è stato ancora il tempo
per mediare, per spiegare i rischi, il perché di questo divieto, il
pericolo di contagio dal contatto con il parente morto. Seguendo il
loro credo tradizionale, sono convinti che senza riti funebri, il morto
continuerà a essere presente nella vita dei vivi. Dobbiamo essere
consapevoli di questa situazione e di come spieghi la mancanza di
collaborazione delle persone”.
Proteggere chi assiste. Anche l’Organizzazione Mondiale della Santà (OMS) ha sottolineato questa difficoltà
di gestione della crisi
sanitaria e sta cercando di venire incontro alla popolazione, cercando
di fornire a chi vuole assistere i familiari a casa le istruzioni
e il materiale necessario per non infettarsi. Purtroppo non si può fare
molto per le persone già infettate: “Dal punto di vista pratico, una
volta definito il caso e isolato, si possono solo fare trasfusioni di sangue
per mantenere la pressione ai giusti livelli e compensare la
disidratazione data dalle emorragie e dalla perdita di liquidi con
vomito e diarrea” spiega Demaio. Non ci sono terapie o vaccini, e anche
il personale di Msf, in questo caso, non è formato da medici e
infermieri, ma da persone in grado di spiegare come assistere i malati
riducendo al minimo i rischi di contagio personale: “Si spiega come
vestirsi, come fare il trasporto dei materiali, come portare gli
occhiali, da fissare dietro, per proteggere gli occhi, o come
stare attenti perché i pazienti possono essere agitati e toccare il
viso di chi li assiste”.
Virus vecchio ma sconosciuto. La mancanza di malati sta dando comunque il tempo e la possibilità di
decontaminare le stanze dove sono stati isolati finora i pazienti,
perché non si sa praticamente nulla di questo virus, nemmeno quanto
tempo sopravvive nelle secrezioni (sangue, vomito, diarrea , urine,
saliva), in grado di trasmettere l’infezione se se ne viene a contatto.
Questo perché, nonostante sia stato scoperto una quarantina d’anni fa e
sia stato già protagonista di cinque epidemie oltre a questa in corso, è un
virus che fa paura anche ai laboratori, da dove è partita la prima
epidemia nel 1967 a Marburg (Germania), difficile da studiare e da trattare: “Gli
unici due
laboratori in grado di identificarlo sono in America: quello civile dei
Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, dove è stato
identificato il virus dell’epidemia in corso il 21 marzo di quest’anno,
e quello militare, dell’United States Army Medical Research Institute
for Infectious diseases (USAMRIID)” spiega Demaio.
Valeria Confalonieri