04/05/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Un diario a puntate dalla capitale iraniana, che non potrà tornare a essere la stessa

scritto per noi da
Nardana Talachian

Credo di non potere mai ritrarre i giorni del mio Paese. Ci ho provato diverse volte, durante le feste o davanti ad un tè con gli amici, ma mai ho visto né tanta disperazione né così tanta sofferta indifferenza. Partendo da me, direi che ho scelto una consapevole indifferenza per riuscire forse a capire quanto è importante di per sè il mio Iran.

È praticamente dal 20 febbraio 2010 che non seguo le notizie: nessun telegiornale, non ho mai acceso la radio e ancora mai mi sono fermata all'edicola per guardare i titoli dei giornali e per compramene uno. Quelle più importanti sono le notizie condivise dagli amici su google reader, ma anche di quelle leggo solo i titoli. Ho scelto un'alternativa più credibile o forse più attendibile: ascolto le persone che salgono sul taxi e parlano con l'autista. Loro ti raccontano tutto, basta non commentare. Questo è il vero Iran, sofferto e messo a tacere. L'Iran dei giornali e della televisione è un pugno contro tutti: dalla timida ragazza che fa vedere un ciuffo tinto dei suoi capelli a Obama e a Israele.
Giorni fa sono andata a Mashad, seconda città più religiosa dopo Qom, dove si rifugiano di tanto in tanto il leader e il suo presidente per santificarsi. Ho la brutta abitudine di guardare la gente, nella maniera più discreta possibile, nei luoghi di culto. Così nel mausoleo dell'Imam Reza, ottavo Imam di noi sciiti, guardavo le file dei pellegrini e ascoltavo le loro preghiere. Un uomo magro, vecchio e forse contadino continuava ad alzare le mani verso il cielo sotto la pioggia chiedendo lunga vita per Ahmadinejad. Un gruppo di donne irachene imploravano l'Imam in arabo per togliere le mani dell'Iran prepotente dal loro Paese. Un adolescente con appena qualche pelo della barba e la lunga camicia sui pantaloni - ahimè farà una vita da Basiji - recitava in persiano una frase-poesia in lode del leader supremo. Due volte, però, mi sono commossa profondamente. Una volta per tristezza e l'altra per la rabbia. Una notte ho sentito una donna strillare più di una volta, le guardie sono corse verso di lei pensando che si trattasse di un caso di guarigione. La donna, invece, si trascinava per terra gridando che suo figlio impiccato da poco era innocente.

L'altra volta stavo ascoltando una giovane coppia che mi raccontavano delle elezioni a Mashad. "Siamo andati alle manifestazioni, ma solo per guardare. Sapessi quanto era divertente. Un gruppo della gente correva confusa qua e là e poi spuntavano come i funghi i Basiji con i manganelli che picchiavano in tutte le direzioni. Era come giocare a Super mario", mi ha detto la ragazza di cui vedevo difficilmente gli occhi, del suo viso si vedevano solo il naso e le labbra.
Siamo così, diversi tra di noi con gli ideali in contrasto. Mi chiedo quasi tutti i giorni in quanti vogliamo davvero un cambiamento. L'Iran di Ahmadinejad è il Paese del 62% che hanno votato per lui. Qualcuno, guardandoci da lontanto, potrebbe annoiarsi sentendoci parlare quasi sempre delle elezioni. Io lo trovo semplicemente tragico. Sarebbe stato qualcosa parlare delle elezioni e vedere anche una possibile soluzione. Qua se ne parla seminando solo distanza e indifferenza. "Da parte di chi stai?", è la domanda che senti sempre nei nuovi incontri. Le categorie sono tre: quelli con lo sguardo lento sono Ahmadinejadi, l'atteggiamente di sfida è tipico dei sostenitori dell'onda verde che non riconosce nella figura di Moussavi e Karroubi il leader, ma semplicemente un compagno nella lotta per la libertà. I più furbi dicono di aver votato per Rezaei, scegliendo una via di mezzo resteranno amici sia del primo che del secondo gruppo.

Solo gli aderenti all'onda mirano ad un cambiamento che non necessariamente potrebbe avvenire perché spesso si dimentica che si sta parlando di un Iran forse moderno nelle grandi città ma che rimane fortemente tradizionale nei vari strati della società. È difficile ma si deve ammettere che il contadino che spende tanti di soldi per arrivare a Mashad prega davvero e con un cuore sincero perché il suo presidente possa vivere a lungo. Il suo è un mondo limitato che un giorno ha visto arrivare un sacco di patate o un assegno di qualche decina di euro in regalo da parte Ahmadinejad che ha cominciato a vedere subito come il proprio salvatore. A lui interessa poco se a Teheran io donna vorrei avere il pieno diritto al divorzio o tu giornalista ti batti perché vuoi scrivere quello che senti dentro di te.
Ahmadinejad è poi quello vince comunque. Si è messa in testa l'idea che lo slogano "bastano solo due figli" annienterà l'Iran fra 40 anni e ormai da quasi tutte le tribune invita la gente a fare i figli, anzi vuol accelerare anche i tempi: chi nasce entro l'anno vincerà quasi mille euro. La sua politica preferita è sradicare quel poco di cambiamento che si era riuscito a portare avanti. Poi se anche il suo ministro della salute gli ricorda che non si hanno i soldi per garantire il minimo delle politiche per la salute per l'attuale popolazione a lui importa niente, tanto riuscirà a trovare un altro - o forse un'altra - a sostituire la sua prima donna ministro.
È difficile cambiare da un giorno all'altro un Paese così diviso, ci vorranno anni per arrivarci senza violenza. E se il cambiamento lo vogliamo a tutti i costi faremo vincere la violenza e quella, lo sapranno forse in pochi, ci porterà ancora più indietro nel tempo.
A distanza di quasi un anno dalle elezioni io faccio fatica a dire che il mio è un Paese del terzo mondo, lo vedo del quarto mondo e non mi importa quello che possono vedere gli altri in apparenza.

Parole chiave: teheran
Categoria: Diritti, Donne, Popoli
Luogo: Iran