stampa
invia
scritto per noi da
Massimo Di Ricco
Aumento del salario minimo, abolizione del trentennale stato d'emergenza, emendamento degli articoli 76, 77 e 88 della Costituzione egiziana. Queste sono alcune delle richieste avanzate e urlate a squarciagola dai manifestanti durante la due giorni di piazza indetta dalle varie componenti dell'opposizione in coda alle celebrazioni del primo maggio al Cairo.
Da una parte quella componente formata dalla recente unione dei nuovi sindacati di lavoratori indipendenti con la società civile egiziana, e dall'altra quella più prettamente politica e parlamentare. Urla, canti e slogan che in entrambi i casi hanno cercato di oltrepassare la fitta barriera umana di sicurezza che divideva i manifestanti dal quotidiano caos della capitale egiziana e dalle masse che lanciavano occhiate di curiosità a tanto trambusto.
Il violento epilogo della seconda giornata di piazza è stato invece sintomatico dell'attuale situazione dei vari movimenti di opposizione in Egitto e della postura del regime nei confronti delle proteste dirette al sistema. Una serie di scontri ravvicinati tra le poche decine di persone rimaste a manifestare e le centinaia di forze dell'ordine che avevano circondato i giardini antistanti la moschea di Omar Makram sbarrando tutte le uscite ai manifestanti. Come corollario alla prova di forza degli apparati di sicurezza egiziani, la costante confusione e il disaccordo fra le stesse componenti dell'opposizione, nonché l'evidente mancanza di un leader comune in grado di dirigere le proteste.
Un inizio maggio di mobilitazione che fa da appendice ad un aprile caratterizzato da un'ondata di manifestazioni, una serie di arresti e scontri con le forze di polizia. Un mese in cui il presidente Mubarak è stato lontano dai riflettori per problemi di salute, ma che nella sua prima apparizione pubblica durante l'usuale messaggio televisivo alla nazione il 25 aprile, nel Giorno della Liberazione del Sinai, aveva affermato di poter tollerare nuovi movimenti, ma non quelli in posizioni di conflitto, rimarcando che il cambiamento nel paese rimane nelle sue mani. "Le condizioni di salute di Mubarak hanno creato un vuoto politico pericoloso, che è stato colmato dagli apparati di sicurezza", ha scritto in un recente editoriale apparso sul quotidiano d'opposizione Al-Masry al Youm, Hassan Nafaa, professore di scienza politica all'università del Cairo.
Gli apparati di sicurezza egiziani hanno dovuto affrontare negli ultimi mesi una serie costante di manifestazioni e sit-in, anche rinvigorite dal recente arrivo sulla scena politica egiziana dello tsunami ElBaradei. L'ex direttore dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea) è recentemente apparso sulla Cnn in un dibattito sul futuro della democrazia in Egitto, sfidando il "sistema Mubarak" e dichiarando che si considera "solamente una persona virtuale per il regime, ma un simbolo di cambiamento per tutti gli egiziani".
ElBaradei sembra aver capito che il suo obiettivo principale è quello di innescare in tutto il paese un movimento capillare per il cambiamento e puntare a essere il collante tra tutte le componenti dell'opposizione: i lavoratori, i sindacati indipendenti, i Fratelli Musulmani, i tradizionali partiti di opposizione parlamentare, i movimenti giovanili e gli attivisti della società civile e dei nuovi mezzi di comunicazione. ElBaradei ha dichiarato recentemente sulla sua pagina di Twitter che "la nostra forza sta nei numeri. Vinceremo le nostre paure così come i tedeschi hanno abbattuto il muro di Berlino". L'idea di fare del Cairo la nuova Berlino di un mondo arabo democratico e il tentativo di rievocare le gesta dell'Obama pre-elettorale sono parte del suo progetto di cambiamento egiziano.
Ma proprio i numeri sono quelli che non tornano. Poco più di 500 i manifestanti presenti il 2 maggio, e meno di 200 nella concentrazione del giorno seguente, rinfoltiti in entrambi i casi dalla numerosa presenza dei professionisti dei media. Numeri che non corrispondono se si guarda al livello di malcontento popolare ed alla quantità di sit-in indetti dall'inizio dell'anno, soprattutto dall'ormai super-attiva componente dei lavoratori egiziani. Questi hanno invaso quotidianamente il centro della capitale, installato sit-in di fronte al Parlamento, gridato ininterrottamente per giorni le proprie rivendicazioni davanti al Ministro dell'Agricoltura, si sono seduti per mattinate intere di fronte al Ministero della Salute con cartelli e striscioni, o dormito per settimane sul selciato di Qasr el Aini, una delle arterie più trafficate e contaminate della capitale.
Le richieste sono delle più svariate e hanno come chiaro obiettivo quello di far fronte al crescente costo della vita ed ai bassi salari, ormai inadeguati ai tempi attuali ed alla crisi globale, e che sono sfociati anche in un popolare boicottaggio della carne, il cui prezzo è salito vertiginosamente alle 80 ghinie al chilo, poco più di dieci euro, cifra esorbitante per quella buona fetta di egiziani che guadagnano anche solo tra le 100 e le 300 ghinie al mese.
"In casa abbiamo recentemente festeggiato con mio padre le sue prime 1000 ghinie mensili", dice Marwa, un insegnate di inglese in una scuola privata nel quartiere di Mohandessin. "Io per fortuna non ho un impiego pubblico, ma mio padre fa parte della vecchia generazione di impiegati statali". Il padre di Marwa lavora da 28 anni come professore di un istituto pubblico della capitale e solo ora è riuscito a superare il tetto delle 1000 ghinie, crescendo una famiglia con tre figli.
Il disagio dei lavoratori pubblici, che ha cominciato a prendere forma pubblicamente negli ultimi quattro anni, spinto da salari da fame, rappresenta il vero e proprio traino del malcontento popolare.
Sembrano averlo capito sia ElBaradei, che il mese scorso ha lanciato messaggi di solidarietà verso i lavoratori della regione del delta del Nilo, sia i movimenti giovanili e gli attivisti della società civile, che hanno organizzato l'ultra-mediatico evento del 2 maggio per chiedere l'innalzamento del salario minimo a 1200 ghinie egiziane, l'equivalente di 150 euro, rispetto alle misere 35 ghinie attuali. La manifestazione, in diretta sulla rete con aggiornamenti video e costanti tweets dalla zona, era stata indetta dopo la sentenza della Corte Amministrativa che a fine marzo aveva condannato il governo egiziano a elevare il salario minimo per i lavoratori in accordo con il prezzo dei beni di prima necessità, ma a cui per il momento il governo ha fatto orecchie da mercante. La stessa Amnesty International ha condannato in un comunicato emesso alla vigilia del giorno dei lavoratori il governo egiziano chiedendo che sia "costituito un sistema che garantisca un giusto salario minimo, che assicuri ai lavoratori e alle loro famiglie condizioni di vita decente".
Il canto di hurriya, hurriya, libertà, lanciato dai manifestanti in questi primi giorni di maggio rimane per il momento soffocato da quel muro umano che li ha costantemente circondati. I nuovi metodi di mobilitazione collettiva, la passione di molti attivisti e le reti sociali per il momento non riescono a rompere questo muro tutt'altro che immaginario e raggiungere quel nocciolo duro della popolazione che ancora non è pronta per un confronto diretto col regime.