“L’Albania è importante per noi italiani: ci aiuta a vedere in modo diverso il
mare Adriatico. Nei millenni è stato visto come un confine, al di là del quale
si ammassavano i barbari, i diversi, tutti quelli che non conosciamo e che ci
fanno paura. Basti pensare che ignoriamo anche la geografia di un Paese che abbiamo
di fronte. Dopo che l’impero romano ha unificato i Paesi che si affacciavano sull’Adriatico,
si è creata una cerniera tra Oriente e Occidente che passava proprio da queste
terre, nei Balcani, tra cattolicesimo da una parte e islam e ortodossia dall’altra.
Questa divisione è una follia, la Repubblica di Venezia lo aveva capito disseminando
la costa di città. Peschiamo nello stesso mare, non possiamo ignorarci. L’osmosi
è inevitabile”.
Attilio De Gasperis è un uomo capace di comunicare l’entusiasmo che ha per il
suo lavoro. Dirige l’Istituto Italiano di Cultura a Tirana, in Albania. Con passione.
Lo scopo istituzionale è quello di diffondere la cultura italiana nel Paese dove
si trova e questo sicuramente lo fa, ma anche e soprattutto il dott. De Gasperis
si batte per eliminare per sempre tutto quel corollario di pregiudizi che accompagnano
la comunità albanese in Italia e per rendere di dominio pubblico quell’enorme
potenziale che rappresenta la cultura albanese.
“Anche perché il pregiudizio sta morendo da solo”, sottolinea il direttore, “oggettivamente
è difficile essere albanese in Italia, ma alla fine il loro essere per la maggior
parte degli onesti lavoratori ha dato i suoi frutti. Per pittori eccezionali costretti
a fare i muratori ci sono anche 4-5 musicisti albanesi in ogni orchestra italiana
(non a caso per il quarto anno l’Istituto organizza Allegretto Albania, stagione
di musica classica nel Paese). Studiano e lavorano, seri e motivati. Crescono
sempre più integrati. Ci sono più differenze tra Palermo e Torino che tra Tirana
e Bari. In questo sono stati anche aiutati dal fatto che non sia più di moda parlare
male degli albanesi, magari perché l’obiettivo del pregiudizio si è spostato altrove”.
L’Istituto diretto dal dott. De Gasperis lavora in questo sen
so: i corsi di lingua italiana, che certificano la conoscenza della lingua, necessaria
per l’iscrizione all’università italiana, hanno numeri impressionanti. Migliaia
di ragazzi albanesi che passano l’esame confermano l’estremo interesse con cui
i giovani in Albania guardano al nostro Paese. Per un futuro economico più sereno,
ma non solo.
“Gli albanesi con l’Italia hanno un rapporto particolare”, sostiene De Gasperis,
“nonostante l’occupazione, si è prodotta un’integrazione. Molto profonda. Poi,
per cinquant’anni, è come se non ci fossimo mai conosciuti. L’Ambasciata italiana
e l’Istituto, a maggio del 2004, hanno promosso le Giornate Italiane, un vero
e proprio sguardo generale sul rapporto tra i due Paesi. Il risultato ha confermato
un legame che viene da lontano. In un’antologia, chiamata Scritto in Italiano,
sono stati raccolti testi dal Cinquecento in poi scritti da autori albanesi direttamente
nella nostra lingua, e non tutti hanno tema religioso. Questo dimostra ancora
una volta come in Albania la lingua italiana venga considerata lingua madre. L’interesse
verso la nostra lingua e la facilità nell’impararla sono elementi chiaramente
psicolinguistici, non solo economici. E’la storica vocazione occidentale di questa
terra speciale”.

Questo rapporto particolare ha conosciuto una cesura profonda. “Ora”, si augura
De Gasperis, “passata l’emergenza, si deve tornare a coltivare questo rapporto
privilegiato. Quello che è capitato nel 1997 non può ripetersi. L’Albania è in
crescita, ma l’Italia è in ritardo nell’investire in questa realtà. L’Albania
è molto cambiata. Te ne accorgi dal viaggio in traghetto. Prima vedevi degli emigranti,
con il loro carico di angosce e frustrazioni. Oggi vedi gente serena, che con
le sue rimesse dall’estero rende più facile la vita dei parenti in patria e si
può togliere anche la soddisfazione di tornare a casa con una buona macchina.
Tale e quale a quello che succedeva agli Italiani, quando erano loro ad emigrare
all’estero tanti anni fa”.
Un processo di sviluppo sempre più imponente quindi. Un canale di sviluppo fondamentale
in questo senso è il turismo. Il direttore sottolinea le bellezze semisconosciute
dell’Albania. I siti archeologici per esempio: Apollonia, Butrinto, Durazzo, Gjirokastra.
Le icone di Korca, i quadri di Ibhraim Kodra, le statue di Odishe Paskali, fino
alle maschere del carnevale di Venezia di cui siamo molto orgogliosi, ma che sono
fatte a Valona, da un artigiano albanese. Le fotografie dei Marrubi, famiglia
italo-albanese che ha fatto del suo archivio fotografico un manuale di storia
albanese. Sarebbero tante le meraviglie da citare.
eglio andarci di persona allora.

Certo i problemi non mancano, e Tirana fa storia a parte, per il resto “tutto
funziona per rapporti locali”, spiega De Gasperis, “anche la scelta del venditore
di fiducia. Tirana è un caso isolato. Nella parte rurale della società persistono
delle sacche di sottosviluppo notevole, ma tutto cambia velocemente, anche grazie
alla migrazione interna. Per inerzia anche l’immagine albanese in Italia ne trarrà
giovamento”.
Anche grazie alle profonde qualità della gente di questo Paese. “L’educazione
è la qualità più affascinante di queste persone”, dice De Gasperis, “e poi la
grande forza delle donne: sono quelle che meglio e prima di tutti hanno compreso
la forza e la rapidità del cambiamento che sta vivendo questo Paese. Il vecchio
retaggio della cultura turca tiene ancora molti uomini al bar, ma le donne sono
il vero motore economico dell’Albania. L’uomo resta legato alla tradizione, mentre
la donna è pronta a rinnegare tutto, in senso positivo e innovatore. Basti pensare
al tasso di natalità che ora, in Albania, è uguale a quello spagnolo e italiano”.
Attraverso l’impegno della cultura italiana si cerca di tenere vivo e produttivo
un rapporto millenario tra Italia e Albania. Con una mostra, un concerto, un corso
di lingua o la presentazione di un film si aiuta un’integrazione che avviene comunque,
ogni giorno, nelle nostre fabbriche, nelle nostre città e nelle nostre scuole.
Possiamo farlo in maniera produttiva o stare a guardare in maniera passiva, ma
perderemmo l’occasione di conoscere un Paese ricco di risorse, storia e contraddizioni.