
“Un nuevo levantamiento,
por fin!!”. Una nuova rivolta, era ora!! Così Luis Macas, leader indigeno,
sintetizza quanto sta accadendo in queste ore in Ecuador. Dopo la decisione del
presidente della Corte Suprema di Giustizia (CSJ) di annullare i giudizi a carico
dell’amico e compagno di partito, l’ex presidente Abdalá Bucaram, costretto
all’esilio volontario per fuggire alle accuse di peculato e malversazione di
fondi, il più piccolo dei Paesi andini é teatro di uno dei più grandi
scioperi generali degli ultimi anni.
L’obiettivo è chiaro.
Cacciare el coronel Gutierrez accusato di voler trasformare la democrazia in un regime dittatoriale e riportare, quindi, l’ordine democratico nel Paese sono le ragioni di questa
mobilitazione.
La rabbia di un Paese in
crisi istituzionale sembra essere esplosa a partire dalla mezzanotte di
ieri, quando si è dato inizio al paro, lo sciopero, dopo che anche l’ennesimo tentativo del Parlamento di
destituire l’illegittima CSJ è fallito.E così Quito, la prima città ad
essere dichiarata patrimonio culturale dell’umanità, si è svegliata ieri in un
clima di guerriglia urbana.
Le vie della capitale sono state
invase da migliaia di indigeni, studenti, pensionati, sindacalisti, famiglie
ferite da questo “ennesimo tradimento perpetrato ai loro danni”, come
dichiarato dal sindaco di Quito, Paco Moncayo.
Solo il mancato accordo tra le
varie forze che si oppongo al regimen
di Gutierrez ha impedito la realizzazione di un’unica grande manifestazione,
con la conseguenza che i commenti del giorno dopo sono di una protesta riuscita
solo in parte. In realtà, la voglia di difendere la democrazia ha
portato la società civile a riunirsi, anche se in gruppi frammentati,
fuori dai principali centri del potere politico ed economico ecuadoriano. Ed
alla fine si sono contati circa cinquanta diversi fuochi di protesta.
A suon di gas. La polizia e l’esercito
hanno deciso la linea dura ed è incalcolabile la quantità di gas lacrimogeni
utilizzata per disperdere i manifestanti. Anche giornalisti e politici sono dovuti
ricorrere alle cure dei volontari della Croce Rossa a causa di problemi respiratori,
mentre finora sono quaranta i manifestanti ricoverati.
Le mobilitazioni,
iniziate nella capitale, si sono presto estese a macchia d’olio in altre
cinque regioni e le Ande ecuadoriane sono rimaste paralizzate fino a tarda sera.
La Panamericana, la via che unisce simbolicamente tutti i popoli dell’America
Latina, è stata interrotta in più punti e i collegamenti interregionali sono
saltati. Mentre le popolazioni indigene, a piedi, hanno raggiunto Quito e gli
altri centri urbani del Paese, tentando di ridare forza a quel movimento che
negli ultimi mesi è rimasto ai margini delle proteste, i loro prodotti agricoli
non sono usciti dalle comunità e molti mercati sono rimasti chiusi.
Blindati dietro a un muro di indifferenza. Un solo giorno di
protesta, portata avanti con queste modalitá, causa al Paese una perdita di 150
milioni di dollari, secondo quanto stimato dal Governo rinchiuso nei suoi
edifici blindati, confidando in una pioggia pomeridiana,
immancabile a Quito, che però non ha fermato i manifestanti. Nella notte, un
grande
cacerolazo ha concluso la
giornata di sciopero generale, percorrendo le vie dei quartieri settentrionali
della città. Il forte rumore di pentole (
cacerolas,
in spagnolo) ha attiritato l’attenzione di un gran numero di

cittadini che
spontaneamente hanno deciso di unirsi alla manifestazione, raggiungendo
l’abitazione privata del presidente Gutierrez e chiedendone la destituzione.
La protesta continua. A differenza di quanto
auspicato dal sindaco Moncayo, la conclusione del paro non ha riportato la normalità nel Paese. Scuole, mercati,
uffici, centri commerciali hanno riaperto i cancelli e i trasporti hanno
ripreso a funzionare ma le strade continuano a essere teatro di
manifestazioni e scontri mentre il traffico, in molti punti della capitale è interrotto
da pneumatici in fiamme.