18/06/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Trent'anni a Gacumbitsi responsabile di uno dei massacri più cruenti del genocidio ruandese
Sylvestre GacumbitsiIl massacro di Nyarubuye è una delle pagine più nere della storia del genocidio ruandese. Ventimila tutsi furono trucidati dai proiettili, dalle granate e dai machete dei miliziani hutu dell’Interahamwe, guidati dal sindaco della città, Sylvestre Gacumbitsi. Ieri, a dieci anni dalla fine dello sterminio che in tre mesi ha ucciso 800mila tra tutsi e dissidenti hutu, una sentenza del Tribunale Penale Internazionale di Arusha ha condannato Gacumbitsi a trent’anni di carcere. Una vittoria per i familiari delle vittime. E per Fergal Keane, il giornalista della Bbc che subito dopo il genocidio gli diede la caccia tra i profughi della Tanzania

Pochi giorni dopo il 7 aprile 1994, giorno in cui fu assassinato il presidente ruandese Juvenal Habyarimiana, alcune centinaia di fanatici, sostenitori del suo partito, cominciano a formare posti di blocco lungo le strade della capitale, Kigali e delle principali strade ruandesi. Sono i miliziani dell’Interahamwe, gruppo paramilitare voluto dallo stesso Habyarimiana con lo scopo di incarnare lo spirito del nazionalismo hutu come reazione alla presenza della popolazione nel Paese. Pieni di alcol e di odio verso i tutsi e i dissidenti politici hutu, gli uomini danno inizio ad una carneficina a colpi di mitra e machete contro tutti coloro che sulla carta d’identità portano l'indicazione della loro etnia di appartenenza o il cognome di parentela con qualche personaggio politico indesiderato. La loro azione semina il panico tra la popolazione tutsi, costretta a nascondersi per salvarsi la vita.

Nel comune di Nyarubuye, non lontano da Kigali, una piccola delegazione di tutsi si reca allarmata dal sindaco, Sylvestre Gacumbitsi, chiedendo aiuto e protezione dalle bande di assassini che - hanno saputo - scorazzano nella zona.

Il sindaco li respinge, consigliando loro di rifugiarsi nella parrocchia locale e di pazientare. Pochi giorni dopo, un gruppo di uomini armati parcheggia le jeep fuori dalla chiesa e attacca le donne, gli uomini e i bambini che si sono rifugiati all’interno con lanci di granate. Ore dopo i miliziani fanno irruzione, si gettano sui corpi agonizzanti e li finiscono a colpi di machete, scrivendo con il sangue una della pagine più buie della storia del genocidio ruandese.

Silas è uno dei sopravvissuti a quel massacro, che in seguito si sarebbe esteso all’intero comune, portandosi via 20mila persone. Ancora scosso, racconta al giornalista della Bbc, Fergal Keane, quello che ha visto: “C’ero anch’io a Nyarubuye,” cominciò a raccontare. “Ero nascosto tra quei fitti cespugli che crescono lì vicino; ho visto il massacro e ho visto Gacumbitsi: distribuiva le armi e diceva ai suoi uomini di finire le vittime; anzi, ha dato lui stesso il colpo di grazia a parecchie persone, l’ho visto con i miei occhi”. (Fergal Keane, Stagione di Sangue – Un reportage dal Ruanda, Feltrinelli, 1995)

Keane e i membri della troupe della Bbc che lo accompagna scoprono che Gacumbitsi è fuggito, confondendosi con le decine di migliaia di profughi ammassati nel campo profughi di Benaco, in Tanzania. Decidono di dargli la caccia. E lo trovano tra le tendopoli, dove insieme ai suoi scagnozzi continua ad esercitare il suo potere e a godere di impunità, in beffa alle Nazioni Unite e alle autorità. “ ‘Signor Gacumbitsi, vorrei che mi dicesse cosa sa del massacro di Nyarubuye’. ’Niente di niente. Non so niente di nessun massacro.’ Guarda gli uomini che stanno lì attorno ma non perde la sua aria di sicurezza. ’Eppure,’ ribatto, ‘ci sono dei superstiti che hanno fatto il suo nome.’ ’Non so niente di quella faccenda, non ci ho avuto niente a che fare!’ (Stagione di Sangue – Un reportage dal Ruanda, Feltrinelli, 1995)

Otto anni dopo, il pianificatore del massacro di Nyarubuye viene arrestato in Tanzania e condotto ad Arusha per essere processato. Ieri ha ascoltato i giudici che gli snocciolavano i crimini di cui era imputato: genocidio, sterminio e stupro (è stato invece prosciolto dall’accusa di aver preso parte alla pianificazione del genocidio). Pare che non abbia cambiato espressione, quando gli è stata confermata la condanna: trent’anni, che per un cinquantasettenne significano l’ergastolo.

Al telefono dagli studi della Bbc di Londra, Fergal Keane, l’uomo che per primo gli ha dato la caccia, parla con la voce sollevata di chi ha atteso questo momento per una vita. Per anni, gli spettri dei cadaveri che aveva visto ammassati ai bordi delle strade e nelle case hanno popolato i suoi incubi. ”Le prime persone a cui ho pensato sono state le vittime di quell’orrenda carneficina”, racconta Keane. “Non ho mai creduto che potessero catturarlo e processarlo. Dopo averlo incontrato in Tanzania, protetto dai suoi uomini e ancora molto influente, ho pensato che sarebbe svanito nel nulla come tanti altri. Poi, quando mi hanno detto che l’avevano arrestato, ero incredulo. Il viaggio da quei luoghi del massacro al tribunale penale di Arusha è molto lungo. Ci sono voluti dieci lunghi anni, ma è andata bene, se pensiamo che alcuni criminali della Seconda Guerra Mondiale sono ancora liberi. Questa sentenza è una vittoria che onora quei morti. Quei corpi senza vita nella chiesa, lasciati a marcire in mezzo a quell’inferno, rimarranno sempre nella mia memoria”.

Pablo Trincia 
Categoria: Guerra
Luogo: Ruanda