15/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Rumsfeld va in Iraq, ma non per la democrazia. In gioco c'è il controllo del petrolio
scritto per noi da
Matteo Colombi 
 
Le mani sul petrolioIl 12 aprile è il mio compleanno. Da bambino in quel giorno apriva la Fiera Campionaria a Milano. Sceicchi arabi per le strade, uomini d’affari di vari paesi. Le donne dall’antico mestiere stavano sedute su macchine di lusso nella via d’angolo, sotto il muro alto di un convento. Da bambino non capivo come potessero starsene lì per ore ad aspettare, senza lavorare, e permettersi delle belle macchine. Mini Cooper verde metallico, Porsche, qualche volta una Ferrari. La Fiera mi sembrava enorme, con delle entrate giganti, che si spalancavano ad ingoiare la città. Da un lato la fermata del metrò, all’altro estremo ci si avvicinava alla mia scuola elementare.
 
Gli sceicchi arabi me li ricordo per via dei copricapi svolazzanti. Mi piaceva vederli camminare in giro. La primavera si riempiva di esotico per me, e alla mamma chiedevo di comprarmi i kiwi. I petrodollari finanziavano il commercio con l’Italia. L’Italia comprava petrolio. Molti anni dopo, in questo 12 aprile 2005, Donald Rumsfeld ha fatto una comparsa a sorpresa. Non alla mia festa di compleanno, ma in Iraq. E’ andato in nome della democrazia a suggerire come si debba fare la democrazia in Iraq, tra sceicchi e imam e politicanti, attorniato dal solito manipolo di pretoriani. La libertà viene con un manuale di istruzioni e qualche strattone. Egli ha elencato quali siano gli obiettivi americani in Iraq; alla proposta della nuova leadership irachena di offrire un’amnistia agli insorti per annodare i fili di un compromesso nazionale ha opposto un no fermo. Chi ha ammazzato americani non può ottenere il lasciapassare nel nuovo Iraq. Ovviamente chi ha ammazzato iracheni per aiutare Rumsfeld, bene o male, è un eroe.
 
La Rockefeller ChapelLa stampa americana racconta tante buone novelle sull’Iraq, ma non usa mai la parola petrolio. In Iraq Rumsfeld è semplicemente andato a portare un’altra dose di libertà. Eppure nel mio ufficio ho un piccolo cumulo di libri che parlano dei profondi legami tra le compagnie petrolifere e lo stato americano. Negli anni Venti. Negli anni Trenta, quando incominciò la presenza americana in Arabia, negli anni Quaranta quando gli statunitensi si mossero per erigere un’egemonia estesa dello stato americano e delle aziende americane su quella che andava rivelandosi una delle risorse strategiche chiave per l’ordine mondiale, nonché della vita civile in paesi a industrializzazione avanzata.
 
A un isolato di distanza dal mio ufficio sorge la Rockefeller Chapel, tempio goffo e pseudo-gotico dedicato al fondatore dell’Università di Chicago e da lui richiesto. Rockefeller voleva che l’Università si ispirasse ai principi della sua fede cristiana battista. I suoi soldi costruirono questa Università, così come si compravano politici e governi. Soldi che venivano da molte attività minerarie, tra le quali l’estrazione, raffinazione e distribuzione del petrolio. La Standard Oil dei Rockefeller, in Europa conosciuta come Esso, fu una tra le maggiori società petrolifere sia a livello domestico sia nel mondo. Oggi gli Usa non controllano il petrolio del mondo come lo fecero nel passato, ma di certo allungano le mani a più non posso. Parlano di libertà, puntellando il proprio dominio nel Medio Oriente, con al loro fianco i fedeli britannici, che da tempo hanno subappaltato sé stessi per tenere un piede nei vecchi piccoli protettorati del Golfo Persico. Gli Usa sono in grado di minacciare da vicino le vie navali d’export del petrolio che non controllano alla fonte, come quello iraniano o quello indonesiano. Possono ancora interdire l’export venezuelano dalle Americhe. Estendono la propria presenza nel Caucaso e nell’Asia Centrale.
 
George W. Bush con il presidente egiziano Hosni Mubarak e il principe reggente saudita AbdullahIl controllo strategico del petrolio rimane uno degli assi formidabili di questo paese. La Cina, fra tutti, divora sempre più energia. Vulnerabile in mare, più sicure le sue vie terrestri: punta all’esplorazione ed estrazione ovunque, dal Sudan e il resto dell’Africa, all’Asia Centrale e la Russia. Ma in caso di conflitto, le sue armate tenderanno verso Occidente, per raggiungere i pozzi centroasiatici e neutralizzare l’influenza statunitense ove è più difficile per gli Usa giungere. Il petrolio sotto tutela americana è un’arma sempre carica e puntata alle tempie delle nuove potenze emergenti, Cina ed India, così come a quelle degli alleati europei e asiatici. E’ una garanzia per l’oggi che promette conflitto domani. E del resto, si è già ucciso in Iraq per il petrolio. Per i suoi profitti, e sopratutto per il predominio che può assicurare a coloro che hanno in mano la gestione strategica di tale risorsa.
Categoria: Risorse, Politica
Luogo: Stati Uniti
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