Rumsfeld va in Iraq, ma non per la democrazia. In gioco c'è il controllo del petrolio
scritto per noi da
Matteo Colombi

Il 12 aprile è il mio compleanno. Da bambino in quel giorno apriva la Fiera Campionaria
a Milano. Sceicchi arabi per le strade, uomini d’affari di vari paesi. Le donne
dall’antico mestiere stavano sedute su macchine di lusso nella via d’angolo, sotto
il muro alto di un convento. Da bambino non capivo come potessero starsene lì
per ore ad aspettare, senza lavorare, e permettersi delle belle macchine. Mini
Cooper verde metallico, Porsche, qualche volta una Ferrari. La Fiera mi sembrava
enorme, con delle entrate giganti, che si spalancavano ad ingoiare la città. Da
un lato la fermata del metrò, all’altro estremo ci si avvicinava alla mia scuola
elementare.
Gli sceicchi arabi me li ricordo per via dei copricapi svolazzanti. Mi piaceva
vederli camminare in giro. La primavera si riempiva di esotico per me, e alla
mamma chiedevo di comprarmi i kiwi. I petrodollari finanziavano il commercio con
l’Italia. L’Italia comprava petrolio. Molti anni dopo, in questo 12 aprile 2005,
Donald Rumsfeld ha fatto una comparsa a sorpresa. Non alla mia festa di compleanno,
ma in Iraq. E’ andato in nome della democrazia a suggerire come si debba fare
la democrazia in Iraq, tra sceicchi e imam e politicanti, attorniato dal solito
manipolo di pretoriani. La libertà viene con un manuale di istruzioni e qualche
strattone. Egli ha elencato quali siano gli obiettivi americani in Iraq; alla
proposta della nuova leadership irachena di offrire un’amnistia agli insorti per
annodare i fili di un compromesso nazionale ha opposto un no fermo. Chi ha ammazzato
americani non può ottenere il lasciapassare nel nuovo Iraq. Ovviamente chi ha
ammazzato iracheni per aiutare Rumsfeld, bene o male, è un eroe.

La stampa americana racconta tante buone novelle sull’Iraq, ma non usa mai la
parola petrolio. In Iraq Rumsfeld è semplicemente andato a portare un’altra dose
di libertà. Eppure nel mio ufficio ho un piccolo cumulo di libri che parlano dei
profondi legami tra le compagnie petrolifere e lo stato americano. Negli anni
Venti. Negli anni Trenta, quando incominciò la presenza americana in Arabia, negli
anni Quaranta quando gli statunitensi si mossero per erigere un’egemonia estesa
dello stato americano e delle aziende americane su quella che andava rivelandosi
una delle risorse strategiche chiave per l’ordine mondiale, nonché della vita
civile in paesi a industrializzazione avanzata.
A un isolato di distanza dal mio ufficio sorge la Rockefeller Chapel, tempio
goffo e pseudo-gotico dedicato al fondatore dell’Università di Chicago e da lui
richiesto. Rockefeller voleva che l’Università si ispirasse ai principi della
sua fede cristiana battista. I suoi soldi costruirono questa Università, così
come si compravano politici e governi. Soldi che venivano da molte attività minerarie,
tra le quali l’estrazione, raffinazione e distribuzione del petrolio. La Standard
Oil dei Rockefeller, in Europa conosciuta come Esso, fu una tra le maggiori società
petrolifere sia a livello domestico sia nel mondo. Oggi gli Usa non controllano
il petrolio del mondo come lo fecero nel passato, ma di certo allungano le mani
a più non posso. Parlano di libertà, puntellando il proprio dominio nel Medio
Oriente, con al loro fianco i fedeli britannici, che da tempo hanno subappaltato
sé stessi per tenere un piede nei vecchi piccoli protettorati del Golfo Persico.
Gli Usa sono in grado di minacciare da vicino le vie navali d’export del petrolio
che non controllano alla fonte, come quello iraniano o quello indonesiano. Possono
ancora interdire l’export venezuelano dalle Americhe. Estendono la propria presenza
nel Caucaso e nell’Asia Centrale.

Il controllo strategico del petrolio rimane uno degli assi formidabili di questo
paese. La Cina, fra tutti, divora sempre più energia. Vulnerabile in mare, più
sicure le sue vie terrestri: punta all’esplorazione ed estrazione ovunque, dal
Sudan e il resto dell’Africa, all’Asia Centrale e la Russia. Ma in caso di conflitto,
le sue armate tenderanno verso Occidente, per raggiungere i pozzi centroasiatici
e neutralizzare l’influenza statunitense ove è più difficile per gli Usa giungere.
Il petrolio sotto tutela americana è un’arma sempre carica e puntata alle tempie
delle nuove potenze emergenti, Cina ed India, così come a quelle degli alleati
europei e asiatici. E’ una garanzia per l’oggi che promette conflitto domani.
E del resto, si è già ucciso in Iraq per il petrolio. Per i suoi profitti, e sopratutto
per il predominio che può assicurare a coloro che hanno in mano la gestione strategica
di tale risorsa.