26/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



La Bolivia festeggia la Settimana del mare
“E’ impressionante l’odio che corre tra boliviani e cileni. La questione del mare è così sentita che addirittura viene ricordata in una settimana di appuntamenti, parate, discorsi ufficiali, che ricorre proprio in questi giorni. I boliviani non si arrenderanno mai”.

A raccontarlo è Mirko Pozzi, un cooperante internazionale che da un anno lavora a Cochabamba.

Bambini con la bandiera boliviana “Riprendersi la costa strappatale dai cileni durante la guerra del Pacifico del 1879 per la Bolivia è una questione vitale. Persino sul libretto scolastico dei bambini è stampata la frase il mare è nostro per diritto e recuperarlo è un dovere. La questione è molto grave”. Anche le parole del presidente della repubblica, Carlos Mesa, non lasciano adito a dubbi: quello del mare “es un asunto de vida o de muerte”.

Tutto è cominciato, appunto, il 14 febbraio 1879, in occasione del carnevale che, come dice sorridendo Mirko Pozzi, in Bolivia è più sacro del Natale e della Pasqua messi assieme. Le truppe cilene invasero Antofagasta, allora porto boliviano ma, fatto emblematico che la dice lunga su questa terra ricca di stravaganze, il presidente di allora preferì far finire i festeggiamenti prima di comunicare la notizia alla nazione e lo fece 10 giorni dopo. La guerra del pacifico venne dunque dichiarata il 1º marzo e terminò con il successo dei cileni. La Bolivia dovette così rinunciare a ben centoventimila chilometri quadrati di territorio perdendo il suo unico sbocco al mare. Il danno economico fu ingente. La zona sottratta dal Cile era ricca di salitre e guano. Il salitre è una sostanza salina, il guano è escrementi di uccello, che servivano da combustibile e come fertilizzante. Non solo. Ironia della sorte, all’inizio del Ventesimo secolo i cileni scoprirono nella zona sottratta alla Bolivia il più grande giacimento di rame del mondo Chuquicamata, che solo negli ultimi cinque anni ha fruttato al Cile 16.362 milioni di dollari, pari al doppio del pil boliviano.

“In questi giorni – aggiunge – stiamo appunto celebrando la settimana in cui si ricorda l’invasione. Sfilate, discorsi, canzoni patriottiche. La festa si apre il 23 marzo, data della caduta dell’eroe nazionale Eduardo Avaroa, morto nella battaglia di Calama. Un po’ di colore per le strade, i bambini che a scuola imparano la canzoncina che intona recuperemos nuestro mar e così via”.

Avaroa è entrato nella storia boliviana perché, sconfitto e circondato dai nemici cileni che gli offrivano di risparmiargli la vita in cambio della sua resa, rispose: ¿Rendirme yo, cobardes? Que se rinda su abuela, carajo! che significa Arrendermi io, vigliacchi? Che si arrenda vostra nonna, c...”. E queste parole sono ormai entrate a far parte della cultura boliviana moderna. “E’ impressionante il numero di volte che questa frase ricorre in televisione, sui manifesti, sui giornali o semplicemente nei discorsi – spiega -. Il boliviano è molto formale ed educato nel linguaggio, ma dopo la frase di Avaroa la parolaccia carajo è ammessa e tollerata ovunque”.

La questione mare, dunque, è sentita e tornata ancora più stringente negli ultimi mesi. Il 24 settembre 2003 Mesa, allora vicepresidente, davanti all’Assemblea generale dell’Onu portò la questione marittima boliviana all'attenzione della comunità internazionale. Diventato presidente, ha insistito sulla rivendicazione e il 12-13 gennaio scorsi ha portato il problema di fronte alla Cumbre Extraordinaria de las Américas, svoltasi in Messico, a Monterrey. Il risultato è stato un insperato successo. Vari soggetti politici a pronunciarsi a favore della richiesta boliviana: Venezuela, Brasile, Cuba, Uruguay, l’ex presidente USA Jimmy Carter e Kofi Annan, che ha offerto la sua mediazione. Anche il Papa ha accennato al problema in uno dei suoi discorsi ufficiali.

“A parte il reale peso di tali manifestazioni di simpatia - aggiunge Pozzi - resta il fatto che si è finalmente fatto conoscere al mondo il problema  e Mesa, in questo, ha ottenuto l’appoggio incondizionato di tutti i partiti politici boliviani”. Il Cile, ovviamente, non ha gradito e ha commentato che se c’è un problema, questo deve essere risolto tra i due paesi e basta.

“Va da sé che quest’anno l’anniversario del sopruso cileno viene ricordato con maggior enfasi del solito – riprende - La questione marittima è tornata prepotentemente alla ribalta in occasione degli scontri dell’ottobre nero". La rivolta era nata per opporsi alla vendita sottocosto del gas al Cile e per impedirne l’esportazione attraverso quei porti strappati dai cileni. E il fatto che il Cile abbia un ingente bisogno di quel gas complica ulteriormente il quadro. Lo stato di enorme povertà in cui è costretta la popolazione ha inoltre focalizzato l’attenzione sui benefici che avrebbe il Paese se recuperasse almeno un piccolo pezzo di costa. Si calcola che la Bolivia perda annualmente tra i quattro e i cinque milioni di dollari proprio per la mancanza di sbocco al mare.

“Non sarà facile – conclude -. Il Cile continua a dire che non c’è nulla su cui discutere e si appella al trattato del 1904, in cui la Bolivia di allora riconobbe i confini attuali. Ma i boliviani non hanno nessuna intenzione di arrendersi. In alternativa è stata ipotizzata la creazione di una striscia di terra al confine col Perù che non toccherebbe le città cilene. E’ facilmente immaginabile la reazione che avrebbero gli abitanti di Arica o Iquique, abituati al tenore di vita cileno, alla notizia di passare sotto la Bolivia. Va detto che, anche se il Paese andino ottenesse questo corridoio, l’investimento conseguente sarebbe ingente e comincerebbe a produrre frutti fra molti anni. Bisognerebbe costruire strade, ferrovie, servizi e soprattutto il porto per esportare le risorse. Insomma, sarà dura, ma in Bolivia niente sembra impossibile!”.

Stella Spinelli 
Categoria: Risorse
Luogo: Bolivia