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“Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite chiede che tutte le rimanenti
forze militari straniere presenti in Libano abbandonino il Paese, chiede il disarmo
e lo scioglimento delle milizie libanesi e straniere presenti in Libano, supporta
l’estensione del controllo del Governo di Beirut a tutto il territorio nazionale
e annuncia il suo supporto perché le prossime elezioni presidenziali in Libano
siano libere e giuste e in accordo con il dettato della Carta Costituzionale libanese,
senza interferenze di Paesi stranieri”.
Questo il testo della risoluzione 1559, proposta dagli Stati Uniti e dalla Francia,
votata ieri sera a stretta maggioranza dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite. Nove voti favorevoli (il minino necessario per l’approvazione) e sei astensioni,
tra cui quelle della Cina e della Russia. Il vero destinatario del documento però,
pur non essendo mai nominata direttamente, è la Siria. In realtà nella prima bozza
del documento il riferimento al Paese di Basher al-Assad era esplicito, ma è stato
poi rimosso per motivi di opportunità politica.
L’unico Stato che mantiene truppe in Libano è infatti la Siria che, dopo l’intervento
militare nel Paese del 1976 durante la guerra civile che ha insanguinato il Libano
per dieci anni, ha una guarnigione di 17 mila effettivi nel territorio libanese.
La loro presenza è stata sancita con l’Accordo di Ta’if del 1989 che codifica
un trattato di fraternità, cooperazione e coordinamento tra Siria e Libano.
Un altro riferimento esplicito è quello ad Hezbollah, movimento islamico integralista
filo-sciita, che controll a il sud del Libano, tollerato dal governo centrale di Beirut in chiave anti-israeliana.
Da molti anni la Siria è accusata di essere la tutrice del gruppo. Inoltre il
riferimento alle prossime elezioni presidenziali in Libano è un altro messaggio
diretto a Damasco.
Oggi il Parlamento libanese voterà infatti una legge che permetterà di emendare
l’articolo 49 della costituzione del Libano. La norma prevede la proroga del mandato
presidenziale per altri tre anni. Questo significherebbe che Emile Lahoud, presidente
uscente molto vicino alla Siria, potrebbe candidarsi ad un nuovo mandato, dopo
i sei anni passati al potere.
Se rimaneva qualche dubbio sul vero destinatario della risoluzione, ci ha pensato
Jhon Danforth, ambasciatore degli Usa alle Nazioni Unite, a sgomberare il campo
dai dubbi dichiarando che “la Siria non può influenzare la politica del Libano
che, dopo tanti anni, deve essere libera di determinare il proprio futuro e assumere
il controllo del proprio territorio. Le truppe siriane devono lasciare il Paese
e Hezbollah dev’essere fermato”.
“La risoluzione è un’ingerenza negli affari interni del Libano”, ha dichiarato
Mohammed Issa, segretario generale per gli affari esteri del governo di Beirut,
“mette in discussione le relazioni amichevoli tra due Paesi sovrani. Le truppe
siriane sono in territorio libanese per garantirci una protezione in caso di atti
di forza, già accaduti in passato, d’Israele contro di noi”.
La prima risoluzione della storia del Consiglio di Sicurezza diretta ad un Paese
arabo infatti s’inquadra nella polemica diplomatica nata tra Israele e la Siria
dopo i due attentati contemporanei di martedì 31 agosto 2004 a Beersheva, nel
sud d’Israele, che sono costati la vita a 16 persone.
“C’è una linea rossa che non può essere sorpassata”, ha dichiarato giovedì 2
settembre Zeev Boim, vice-ministro della Difesa d’Israele, “se la Siria non cesserà
di offrire protezione ad esponenti di Hamas e della Jihad islamica, che pianificano
e attuano attentati in Israele, il mio Paese si sentirà in diritto di colpire
obiettivi strategici in Siria per proteggere Israele”.
La stessa motivazione era stata espressa ad ottobre del 2003 quando, dopo che
una donna kamikaze si era fatta esplodere in un affollato ristorante di Haifa,
in Israele, uccidendo 21 persone, l’aviazione militare di Tel Aviv aveva attaccato
un presunto campo di addes ramento della Jihad islamica, pernetrando in profondità nel territorio della
Siria.
“La Siria è responsabile di atti terroristici nel nostro Paese”, ha rincarato
la dose Silvan Shalom, ministro degli Esteri israeliano, “perché è la sede dei
quartier generali di organizzazioni terroristiche. Tutti gli attacchi suicidi
vengono decisi dai leader che trovano rifugio a Damasco”. Il ministro del governo
Sharon si riferisce in particolare a Khaled Meshal, capo indiscusso di Hamas dopo
l’eliminazione di Yassin e Rantissi, che si è rifugiato a Damasco dopo essere
sfuggito al tentativo di eliminazione da parte di agenti del Mossad (servizio
segreto israeliano) nel 1997 ad Amman, in Giordania.
“Le accuse che il governo d’Israele muove alla Siria sono prive di fondamento”,
si difende Farouk al-Sharaa, ministro degli Esteri siriano, “non c’è nessuna prova
che dimostri in maniera inconfutabile un nostro coinvolgimento nell’attentato
del 31 agosto scorso”. Anche la stessa Hamas, che ha rivendicato l’attentato di
Beersheva, ha tenuto a sottolineare attraverso un suo portavoce che “tutte le
operazioni vengono pianificate e attuate nei Territori Occupati Palestinesi”.
La difesa non convince né il governo di Ariel Sharon in Israele ne tantomeno
quello di George Bush negli Stati Uniti d’America. Negli Usa infatti, negli ultimi
due anni, sempre più aumenta la pressione verso il governo di Damasco. Nella primavera
del 2003 la Siria è stata inserita nell’elenco degli stati canaglia. L’11 maggio
del 2004 è stato votato dal Congresso degli Stati Uniti il Syria Accontability
Act, un documento votato in tutta fretta che giaceva nel Parlamento Usa dall’aprile
del 2002, che prevede sanzioni economiche molto dure verso la Siria.
Le accuse sono le stesse che muove Israele: la Siria darebbe ospitalità a terroristi
pericolosi, non controlla le proprie frontiere agevolando l’attività criminale
di questi ultimi, detiene armi di distruzione di massa e non agevola i controlli
internazionali sulle stesse, non rispetta i diritti umani degli oppositori politici
interni e usa violenza alla minoranza curda del Paese.
Sembra di rileggere le imputazioni mosse a suo tempo all’Iraq di Saddam Hussein.
Visto quello che è successo, o meglio continua a succedere, a Baghdad, per Basher
al-Assad e il governo di Damasco, c’è poco da stare allegri.
Christian Elia