Un nuovo rapporto di Human Rights Watch denuncia: ex miliziani chiamati a combattere in Africa occidentale

Miliziani, guerriglieri, mercenari, bambini soldato, traffico d’armi internazionale,
arruolamento clandestino e programmi di disarmo zoppicanti o poco efficaci.
L’ultimo rapporto redatto da una delle principali organizzazioni per i diritti
umani nel mondo, Human Rights Watch, getta i riflettori sulla grave instabilità
politica che affligge ben quattro Paesi dell’Africa occidentale, dove povertà
e disagio sociale rischiano di dar vita a nuovi raggruppamenti di ribelli e fazioni
armate: Guinea, Costa d’Avorio, Liberia e Sierra Leone sono tutte, secondo l’organizzazione
e diversi rapporti e articoli di osservatori e giornalisti, vere e proprie polveriere
in procinto di far esplodere il fragile processo di pace che le Nazioni Unite
tentano, non senza difficoltà, di rafforzare.
Guerrieri vagabondi. Un documento di 66 pagine, intitolato Roving Warriors Recruited for New Conflicts (“Guerrieri vagabondi reclutati per nuovi conflitti”), pieno di testimonianze
dirette di ex-combattenti appartenenti a diversi gruppi armati, denuncia il rischio
di nuovi reclutamenti e arruolamenti. Migliaia di persone hanno passato infanzia
e adolescenza con un kalashnikov a tracolla, imparando che uccidere, derubare
e saccheggiare al soldo del miglior offerente erano l’unica e migliore fonte di
guadagno e sopravvivenza. Ritrovatisi per strada senza un lavoro e una fissa dimora,
stipati in campi profughi o costretti a vagabondare vivendo alla giornata, la
possibilità che si uniscano ad altri mercenari in cerca di guadagno rimane molto
alta. I programmi di disarmo finanziati dalle Nazioni Unite, attraverso i quali
chi riconsegna un’arma riceve un compenso e può frequentare un corso riabilitativo,
sono limitati dalla scarsità di fondi, nonostante alcuni risultati incoraggianti
in Sierra Leone e Liberia.
Usciti da due guerre civili durate rispettivamente 14 e 10 anni, questi due Paesi
non dispongono di un apparato statale abbastanza solido da ricostruire un’economia
in rovina e da sopperire alla quasi totale mancanza di infrastrutture. La dipendenza
dagli aiuti umanitari e l’altissimo tasso di disoccupazione rischiano di vanificare
i tentativi di pacificazione, sebbene i gruppi ribelli della Liberia si siano
sciolti alla fine dello scorso anno e in Sierra Leone siano cominciati una serie
di processi atti a giudicare i criminali di guerra del Fronte rivoluzionario unito
(Ruf) e degli altri gruppi armati, responsabili di numerosi saccheggi e stragi.
Guinea e Costa d’Avorio: fucine di nuovi conflitti? Dei quattro Paesi presi in esame da Human Rights Watch, le due ex colonie francesi
sono quelle la cui situazione è forse più allarmante. La Costa d’Avorio ha mandato
a monte, nel novembre scorso, due anni di tentativi di mediazione tra il governo
del presidente Laurent Gbagbo nel sud e i ribelli delle Forze Nuove e del Movimento
Popolare del Grande Ovest, a settentrione e a occidente.La Guinea resta un paese
attraversato da continue tensioni inter-etniche nel sud e governato da più di
vent’anni dal presidente Lansana Conte. Ed è proprio in questi due Paesi che,
secondo le testimonianze raccolte dal rapporto, molti degli ex combattenti liberiani
e sierraleonesi sarebbero impiegati in nuove guerriglie.
“Purtroppo il programma di reintegro degli ex-miliziani non è sempre la soluzione
del problema”, ammette Morley Passewe, portavoce della Commissione nazionale per il disarmo, la smobilitazione, la riabilitazione e
il reintegro (Ncddrr) nella capitale Monrovia. “A chi restituisce un’arma spetta una ricompensa,
ma poi? Cosa farà quando avrà finito i soldi e non troverà una casa o un lavoro?
Al momento – continua – stiamo indagando su alcune informazioni che stiamo ricevendo
da parte di alcuni ex combattenti che hanno seguito il nostro programma di reintegro.
Sembra che il governo ivoriano stia cercando di assoldarli tra le proprie truppe
come mercenari. Tornando a combattere vanificheranno tutti i nostri sforzi”.
Dalle numerose storie raccolte nel dossier traspaiono metodi di arruolamento
comuni a molti gruppi ribelli in più paesi presi sotto esame: miliziani che rapiscono
i bambini nei villaggi, danno loro un’arma e li lanciano, imbottiti di alcol e
droghe, contro capanne e villaggi, dove troveranno il proprio compenso a colpi
di machete o di arma da fuoco. Dopo anni passati nella boscaglia a saccheggiare
e uccidere è difficile tornare alla normalità, specie in Paesi che non hanno nulla
da offrire nemmeno ai propri laureati.
“Pensavo che le cose sarebbero tornate alla normalità, ma non è stato così”,
dice un giovane liberiano intervistato da Human Rights Watch. “Dovevo sfamare
i miei genitori. I comandanti ci hanno detto che ci saremmo ‘autostipendiati’.
Cioè che avremmo potuto saccheggiare”.