14/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Un nuovo rapporto di Human Rights Watch denuncia: ex miliziani chiamati a combattere in Africa occidentale
Miliziani, guerriglieri, mercenari, bambini soldato, traffico d’armi internazionale, arruolamento clandestino e programmi di disarmo zoppicanti o poco efficaci.
L’ultimo rapporto redatto da una delle principali organizzazioni per i diritti umani nel mondo, Human Rights Watch, getta i riflettori sulla grave instabilità politica che affligge ben quattro Paesi dell’Africa occidentale, dove povertà e disagio sociale rischiano di dar vita a nuovi raggruppamenti di ribelli e fazioni armate: Guinea, Costa d’Avorio, Liberia e Sierra Leone sono tutte, secondo l’organizzazione e diversi rapporti e articoli di osservatori e giornalisti, vere e proprie polveriere in procinto di far esplodere il fragile processo di pace che le Nazioni Unite tentano, non senza difficoltà, di rafforzare.
 
Guerrieri vagabondi. Un documento di 66 pagine, intitolato Roving Warriors Recruited for New Conflicts (“Guerrieri vagabondi reclutati per nuovi conflitti”), pieno di testimonianze dirette di ex-combattenti appartenenti a diversi gruppi armati, denuncia il rischio di nuovi reclutamenti e arruolamenti. Migliaia di persone hanno passato infanzia e adolescenza con un kalashnikov a tracolla, imparando che uccidere, derubare e saccheggiare al soldo del miglior offerente erano l’unica e migliore fonte di guadagno e sopravvivenza. Ritrovatisi per strada senza un lavoro e una fissa dimora, stipati in campi profughi o costretti a vagabondare vivendo alla giornata, la possibilità che si uniscano ad altri mercenari in cerca di guadagno rimane molto alta. I programmi di disarmo finanziati dalle Nazioni Unite, attraverso i quali chi riconsegna un’arma riceve un compenso e può frequentare un corso riabilitativo, sono limitati dalla scarsità di fondi, nonostante alcuni risultati incoraggianti in Sierra Leone e Liberia.
Usciti da due guerre civili durate rispettivamente 14 e 10 anni, questi due Paesi non dispongono di un apparato statale abbastanza solido da ricostruire un’economia in rovina e da sopperire alla quasi totale mancanza di infrastrutture. La dipendenza dagli aiuti umanitari e l’altissimo tasso di disoccupazione rischiano di vanificare i tentativi di pacificazione, sebbene i gruppi ribelli della Liberia si siano sciolti alla fine dello scorso anno e in Sierra Leone siano cominciati una serie di processi atti a giudicare i criminali di guerra del Fronte rivoluzionario unito (Ruf) e degli altri gruppi armati, responsabili di numerosi saccheggi e stragi.
 
Guinea e Costa d’Avorio: fucine di nuovi conflitti? Dei quattro Paesi presi in esame da Human Rights Watch, le due ex colonie francesi sono quelle la cui situazione è forse più allarmante. La Costa d’Avorio ha mandato a monte, nel novembre scorso, due anni di tentativi di mediazione tra il governo del presidente Laurent Gbagbo nel sud e i ribelli delle Forze Nuove e del Movimento Popolare del Grande Ovest, a settentrione e a occidente.La Guinea resta un paese attraversato da continue tensioni inter-etniche nel sud e governato da più di vent’anni dal presidente Lansana Conte. Ed è proprio in questi due Paesi che, secondo le testimonianze raccolte dal rapporto, molti degli ex combattenti liberiani e sierraleonesi sarebbero impiegati in nuove guerriglie.
“Purtroppo il programma di reintegro degli ex-miliziani non è sempre la soluzione del problema”, ammette Morley Passewe, portavoce della Commissione nazionale per il disarmo, la smobilitazione, la riabilitazione e il reintegro (Ncddrr) nella capitale Monrovia. “A chi restituisce un’arma spetta una ricompensa, ma poi? Cosa farà quando avrà finito i soldi e non troverà una casa o un lavoro? Al momento – continua – stiamo indagando su alcune informazioni che stiamo ricevendo da parte di alcuni ex combattenti che hanno seguito il nostro programma di reintegro. Sembra che il governo ivoriano stia cercando di assoldarli tra le proprie truppe come mercenari. Tornando a combattere vanificheranno tutti i nostri sforzi”.
 
Dalle numerose storie raccolte nel dossier traspaiono metodi di arruolamento comuni a molti gruppi ribelli in più paesi presi sotto esame: miliziani che rapiscono i bambini nei villaggi, danno loro un’arma e li lanciano, imbottiti di alcol e droghe, contro capanne e villaggi, dove troveranno il proprio compenso a colpi di machete o di arma da fuoco. Dopo anni passati nella boscaglia a saccheggiare e uccidere è difficile tornare alla normalità, specie in Paesi che non hanno nulla da offrire nemmeno ai propri laureati.
“Pensavo che le cose sarebbero tornate alla normalità, ma non è stato così”, dice un giovane liberiano intervistato da Human Rights Watch. “Dovevo sfamare i miei genitori. I comandanti ci hanno detto che ci saremmo ‘autostipendiati’. Cioè che avremmo potuto saccheggiare”.

Pablo Trincia

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