07/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Un giornale online per donne martiri aggiunge una voce al mondo della jihad

donne con il burqa a riad“Il sangue dei nostri mariti e le membra sparse dei corpi dei nostri bambini gridano vendetta. Il nostro martirio sarà l’offerta sacrificale per loro”. Con questo inquietante proposito si presenta una nuova voce dell’arcipelago della jihad che si combatte ogni giorno su internet. È nato infatti un magazine dell’Islam radicale, ma questo è diverso da tutti gli altri fin qui conosciuti: è scritto da donne. Si rivolge ad un pubblico di sole donne.

Il giornale si chiama al-Khansa in nome e a memoria della poetessa araba che, all’alba della diffusione dell’Islam nel mondo, dedicava elegie alle donne che morivano in battaglia per la gloria del Profeta Mohammad. Il giornale spiega, nella sua presentazione, di avere come obiettivo quello di “mostrare alle donne come non ci sia nessuna contraddizione tra i doveri femminili della cura familiare e la chiamata a svolgere il proprio ruolo nella Guerra Santa”.

Come editore dell’iniziativa viene indicato uno sconosciuto Women’s Bureau in The Arabian Peninsula, cioè in Arabia Saudita. Ancora nella presentazione viene spiegato come “bisogna insegnare alle donne sposate con un martire come rendersi utili al marito anche nella lotta senza quartiere alle autorità che hanno dimenticato i precetti dell’Islam”.

Seguono tutta una serie di consigli e raccomandazioni su come “crescere i figli nel culto della Guerra Santa, sulla preparazione personale al martirio e sull’assistenza e il supporto psicologico che va offerto ad altre donne che si stanno preparando al supremo sacrificio”. Inoltre il sito incita ad una vita dura, da combattenti, “senza cedimenti alla lusinga di una vita comoda e agiata, avvelenata da televisione e aria condizionata”.

L’arruolamento delle donne nella jihad non è una novità. La prima donna kamikaze fu Sanaa Muhaidily, una ragazza libanese di 17 anni, che si fece esplodere alla guida della sua auto a Beirut nel 1982, durante la guerra civile, uccidendo due soldati israeliani. Passò alla storia come la ‘Sposa del Sud’e fu seguita da altre donne. Su tutte, le cosiddette ‘vedove nere’ cecene che, volontariamente o obbligate, rappresentano una delle armi insieme più disperate e terribili della guerra indipendentista della repubblica caucasica. Fino ad arrivare al conflitto israelo-palestinese dove, dopo Wafa al-Idriss nel gennaio 2002, sono sempre più le donne che si fanno esplodere.

Sembra lontano il tempo in cui lo sceicco Yassin, eliminato dalle truppe speciali israeliane e all’epoca capo indiscusso di Hamas, parlava delle donne nella jihad come di “un esercito di riserva”, come le custodi del focolare dove spettava al capofamiglia il compito di dare il suo contributo alla causa della lotta armata contro gli infedeli.

rania al-bazSe il martirio femminile non è una novità in generale, lo è molto per una realtà come quella saudita. Tra i padri ideologici dell’iniziativa viene citato quel Abdul al-Aziz al-Muqrin, ucciso nel giugno 2004 dalle forze speciali dell’Arabia Saudita, che veniva ritenuto il capo di al-Qaeda nel Paese dei Saud. Un altro richiamo esplicito quindi al Paese più ricco del Medio Oriente che, da almeno due anni a questa parte, attraversa il periodo più delicato della sua storia.

Mentre Abdullah Bin Abdul Aziz, principe reggente ed erede al trono dell’Arabia Saudita, procalamava entusiasta un aumento delle entrate derivanti dalla vendita del petrolio, che ha raggiunto il prezzo più alto della storia per il conflitto in Iraq, di 11 milioni di dollari da reinvestire in riforme sanitarie, scolastiche e sociali, veniva ucciso un poliziotto in uno scontro a fuoco con elementi ritenuti legati ad al-Qaeda.

Questo porta a 90 il numero di militari sauditi assassinati nel Paese negli ultimi 15 mesi, da quando cioè sembra essersi scatenata una vera e propria guerra tra i fondamentalisti wahabiti (per decenni sovvenzionati dalla famiglia reale) e i Saud al potere da sempre; da quando dopo il colonialismo è nata l’Arabia Saudita.

Dopo i tragici attentati a Riad ad aprile e a novembre del 2003, costati la vita a 52 persone, uno stillicidio continuo di scontri a fuoco, attentati e attacchi a stranieri ha segnato la vita di quello che per decenni è stato ritenuto l’alleato più efficace dell’Occidente nel Medio Oriente.

La nascita di un sito del genere che, sia vero o falso il suo contenuto, si presenta c me un elemento nuovo e complesso nel Paese più conservatore del mondo islamico rispetto alla condizione femminile. Un Paese dove le donne sembrano escluse anche dal quel riformismo almeno apparente che la monarchia tenta di applicare per tenere legate a sé le fasce più moderate del paese. Un caso per tutti aiuta a capire cosa significa essere una donna in Arabia Saudita.

Rania al-Baz, amata e stimata presentatrice televisiva del canale Channel One, ad aprile del 2004, si presenta in trasmissione con il volto devastato dalle ferite. Spiega di essere stata ridotta così da Mohammed al-Fallatta, cantante disoccupato, ma soprattutto suo legittimo marito. Saranno necessarie 12 operazioni al volto per restituire a Rania la bellezza perduta.. “Voglio usare quello che mi è successo per attirare l’attenzione sulla condizione femminile in Arabia Saudita”, aveva dichiarato Rania. Un mese fa, a luglio del 2004, il colpo di scena. Rania ritratta tutto e il marito, dopo solo tre mesi di reclusione, viene scarcerato.

la meccaQuale che sia il motivo del ripensamento della soubrette, il messaggio che passa è che, in Arabia Saudita, se un marito picchia la moglie a sangue per sei anni, pestandole la testa sul pavimento e scaricandola davanti ad un ospedale credendola morta (questo è quello che ha fatto al-Fallatta), la moglie è pronta a riabbracciarlo e per lui decade la pena.

“Nel nostro Paese è considerato legittimo che un marito punisca una moglie che non gli ubbidisce”, racconta Abeer Mishkos, giornalista di Arab News, “coercizione e violenza sono all’ordine del giorno. Quasi tutti i casi non vengono denunciati e, qualora venisse fatto, il divorzio porta la donna a passare dalla sfera d’influenza del marito a quella di padre, fratelli e cugini. Quindi non ne vale la pena”.

Le donne non hanno diritti in Arabia Saudita, ma adesso sembrano reclamare lo spazio che desiderano nella Guerra Santa. Sembra che ancora una volta il fondamentalismo resti l’unica risposta di chi si vede privato della voce. La monarchia dell’Arabia Saudita si trova ad affrontare un nuovo nemico, il peggiore forse. Le donne che, in Arabia Saudita, non hanno proprio nulla da perdere.

Christian Elia

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