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“Il sangue dei nostri mariti e le membra sparse dei corpi dei nostri bambini
gridano vendetta. Il nostro martirio sarà l’offerta sacrificale per loro”. Con
questo inquietante proposito si presenta una nuova voce dell’arcipelago della
jihad che si combatte ogni giorno su internet. È nato infatti un magazine dell’Islam
radicale, ma questo è diverso da tutti gli altri fin qui conosciuti: è scritto
da donne. Si rivolge ad un pubblico di sole donne.
Il giornale si chiama al-Khansa in nome e a memoria della poetessa araba che,
all’alba della diffusione dell’Islam nel mondo, dedicava elegie alle donne che
morivano in battaglia per la gloria del Profeta Mohammad. Il giornale spiega,
nella sua presentazione, di avere come obiettivo quello di “mostrare alle donne
come non ci sia nessuna contraddizione tra i doveri femminili della cura familiare
e la chiamata a svolgere il proprio ruolo nella Guerra Santa”.
Come editore dell’iniziativa viene indicato uno sconosciuto Women’s Bureau in
The Arabian Peninsula, cioè in Arabia Saudita. Ancora nella presentazione viene
spiegato come “bisogna insegnare alle donne sposate con un martire come rendersi
utili al marito anche nella lotta senza quartiere alle autorità che hanno dimenticato
i precetti dell’Islam”.
Seguono tutta una serie di consigli e raccomandazioni su come “crescere i figli
nel culto della Guerra Santa, sulla preparazione personale al martirio e sull’assistenza
e il supporto psicologico che va offerto ad altre donne che si stanno preparando
al supremo sacrificio”. Inoltre il sito incita ad una vita dura, da combattenti,
“senza cedimenti alla lusinga di una vita comoda e agiata, avvelenata da televisione
e aria condizionata”.
L’arruolamento delle donne nella jihad non è una novità. La prima donna kamikaze
fu Sanaa Muhaidily, una ragazza libanese di 17 anni, che si fece esplodere alla
guida della sua auto a Beirut
nel 1982, durante la guerra civile, uccidendo due soldati israeliani. Passò alla
storia come la ‘Sposa del Sud’e fu seguita da altre donne. Su tutte, le cosiddette
‘vedove nere’ cecene che, volontariamente o obbligate, rappresentano una delle
armi insieme più disperate e terribili della guerra indipendentista della repubblica
caucasica. Fino ad arrivare al conflitto israelo-palestinese dove, dopo Wafa al-Idriss
nel gennaio 2002, sono sempre più le donne che si fanno esplodere.
Sembra lontano il tempo in cui lo sceicco Yassin, eliminato dalle truppe speciali
israeliane e all’epoca capo indiscusso di Hamas, parlava delle donne nella jihad
come di “un esercito di riserva”, come le custodi del focolare dove spettava al
capofamiglia il compito di dare il suo contributo alla causa della lotta armata
contro gli infedeli.
Se il martirio femminile non è una novità in generale, lo è molto per una realtà
come quella saudita. Tra i padri ideologici dell’iniziativa viene citato quel
Abdul al-Aziz al-Muqrin, ucciso nel giugno 2004 dalle forze speciali dell’Arabia
Saudita, che veniva ritenuto il capo di al-Qaeda nel Paese dei Saud. Un altro
richiamo esplicito quindi al Paese più ricco del Medio Oriente che, da almeno
due anni a questa parte, attraversa il periodo più delicato della sua storia.
Mentre Abdullah Bin Abdul Aziz, principe reggente ed erede al trono dell’Arabia
Saudita, procalamava entusiasta un aumento delle entrate derivanti dalla vendita
del petrolio, che ha raggiunto il prezzo più alto della storia per il conflitto
in Iraq, di 11 milioni di dollari da reinvestire in riforme sanitarie, scolastiche
e sociali, veniva ucciso un poliziotto in uno scontro a fuoco con elementi ritenuti
legati ad al-Qaeda.
Questo porta a 90 il numero di militari sauditi assassinati nel Paese negli ultimi
15 mesi, da quando cioè sembra essersi scatenata una vera e propria guerra tra
i fondamentalisti wahabiti (per decenni sovvenzionati dalla famiglia reale) e
i Saud al potere da sempre; da quando dopo il colonialismo è nata l’Arabia Saudita.
Dopo i tragici attentati a Riad ad aprile e a novembre del 2003, costati la vita
a 52 persone, uno stillicidio continuo di scontri a fuoco, attentati e attacchi
a stranieri ha segnato la vita di quello che per decenni è stato ritenuto l’alleato
più efficace dell’Occidente nel Medio Oriente.
La nascita di un sito del genere che, sia vero o falso il suo contenuto, si presenta
c me un elemento nuovo e complesso nel Paese più conservatore del mondo islamico
rispetto alla condizione femminile. Un Paese dove le donne sembrano escluse anche
dal quel riformismo almeno apparente che la monarchia tenta di applicare per tenere
legate a sé le fasce più moderate del paese. Un caso per tutti aiuta a capire
cosa significa essere una donna in Arabia Saudita.
Rania al-Baz, amata e stimata presentatrice televisiva del canale Channel One,
ad aprile del 2004, si presenta in trasmissione con il volto devastato dalle ferite.
Spiega di essere stata ridotta così da Mohammed al-Fallatta, cantante disoccupato,
ma soprattutto suo legittimo marito. Saranno necessarie 12 operazioni al volto
per restituire a Rania la bellezza perduta.. “Voglio usare quello che mi è successo
per attirare l’attenzione sulla condizione femminile in Arabia Saudita”, aveva
dichiarato Rania. Un mese fa, a luglio del 2004, il colpo di scena. Rania ritratta
tutto e il marito, dopo solo tre mesi di reclusione, viene scarcerato.
Quale che sia il motivo del ripensamento della soubrette, il messaggio che passa
è che, in Arabia Saudita, se un marito picchia la moglie a sangue per sei anni,
pestandole la testa sul pavimento e scaricandola davanti ad un ospedale credendola
morta (questo è quello che ha fatto al-Fallatta), la moglie è pronta a riabbracciarlo
e per lui decade la pena.
“Nel nostro Paese è considerato legittimo che un marito punisca una moglie che
non gli ubbidisce”, racconta Abeer Mishkos, giornalista di Arab News, “coercizione
e violenza sono all’ordine del giorno. Quasi tutti i casi non vengono denunciati
e, qualora venisse fatto, il divorzio porta la donna a passare dalla sfera d’influenza
del marito a quella di padre, fratelli e cugini. Quindi non ne vale la pena”.
Le donne non hanno diritti in Arabia Saudita, ma adesso sembrano reclamare lo
spazio che desiderano nella Guerra Santa. Sembra che ancora una volta il fondamentalismo
resti l’unica risposta di chi si vede privato della voce. La monarchia dell’Arabia
Saudita si trova ad affrontare un nuovo nemico, il peggiore forse. Le donne che,
in Arabia Saudita, non hanno proprio nulla da perdere.
Christian Elia