14/04/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Trentacinque anni fa scoppiava la guerra civile nello Stato mediorientale

Scritto per noi da
Erminia Calabrese

La guerra, le milizie, le armi , i kalashinkov, i passamontagna, i rifugi, i bombardamenti.
Beirut, trentacinque anni dopo ricorda l'anniversario dell'incidente di Ain Rummaneh - una sparatoria contro un bus che trasportava rifugiati palestinesi - che il 13 aprile 1975 diede inizio ad una guerra che poi durò quindici anni. Circa 20mila le vittime, più di 90mila i feriti e 19mila tra dispersi e prigionieri.

''La pace tra noi o la pace sul Libano'', è uno degli slogan che riecheggia nella capitale, mentre alcuni studenti della scuola media, vestiti con una maglietta bianca, dipingono i muri della città. Mostre fotografiche sulla memoria della guerra si ripetono nelle università, nei centri culturali e nei vari caffè di Beirut. Iawm aswad , giorno nero, così è chiamato dai libanesi il 13 aprile, sono molti quelli che vorrebbero rimuoverlo e dimenticarlo, sono molti quelli che si sforzano di viverlo come un normale giorno di aprile, per non creare tensioni nel Paese, almeno così dicono.

A Tariq Jdide, quartiere a sud di Beirut vicino alla periferia sciita, Dio e Hariri (sia Saad che Rafiq) sembrano coesistere nella stessa equazione. Allah, Hariri e Tariq Jdide, recita uno degli slogan, qui, più celebre. In questo quartiere sunnita, forse uno dei più poveri della capitale, le manifestazioni pacifiche e le commemorazioni che si svolgono al centro di Beirut sembrano essere lontane o forse appartenere semplicemente ad una realtà ben diversa. A Tariq Jdide le famiglie vivono di stenti e sacrifici sotto la mercé degli aiuti delle varie associazioni di beneficenza islamica, rigorosamente sunnite, e degli aiuti sociali delle istituzioni di Rafiq Hariri e del Tayyar Mustaqbal, (Corrente del futuro) partito guidato oggi da Saad Hariri, figlio dell'ex premier assassinato Rafiq Hariri.
Qui, uno dei responsabili della zona è un certo Abu Ahmad, un uomo sulla cinquantina che ha acquisito il suo status di sheikh (uomo di prestigio in questo contesto) 'grazie' al suo passato da miliziano e alla sua dimestichezza con le armi. A soli 16 anni Abu Ahmad aveva indossato la sua kefya e cominciato a lottare accanto ai fedayn palestinesi. ''Credevamo veramente di liberare Gerusalemme dal Libano'', racconta Abu Ahmad, ''ed è stato questo il nostro errore''. "Ricordo ogni istante di quella lotta e ricordo ancora come la nostra convinzione faceva la nostra forza, non come oggi", aggiunge con un sorriso, indicando alcuni ragazzi che intanto si sono avvicinati.

Uno di questi non perde tempo a presentarsi. E' Ismael, 23 anni,ed è pieno di orgoglio quando racconta "Anche io ho combattuto l'8 Maggio 2008 contro Amal, (movimento sciita di Nabih Berri, presidente del parlamento libanese). Anche noi non abbiamo paura di combattere o di portare un fucile. Tutto questo ci fa onore". Bilal ricorda gli scontri del maggio 2008 a seguito della decisione del governo Fuad Seniora di considerare "illegale" la rete telefonica alternativa di Hizbollah e chiedere la rimozione del capo della sicurezza dell' aeroporto di Beirut, considerato vicino al partito di dio, dopo la scoperta di una rete di videosorveglianza non autorizzata installata dal movimento sciita per monitorare le attività dello scalo.
''Quel giorno (7 maggio 2008) siamo scesi in strada, a difendere il nostro quartiere che intanto veniva attaccato'', racconta Bilal, 25 anni, studente all'università libanese. Mentre parla mostra sul suo telefonino dei video girati durante quei giorni e aggiunge: ''Noi siamo sempre pronti per la lotta, non vogliano che nessuno venga qui nella nostra zona, anche se sono libanesi in quel momento sono nostri nemici''. In uno dei quei video Bilal, con il volto coperto da un passamontagna nero, è irriconoscibile; niente a che vedere con quel ragazzo simpatico che mi sta davanti. Tra le mani un fucile e degli occhi pieni di rabbia. Si libera poi ad una descrizione dettagliata delle varie armi utilizzate. Mohammad, 24 anni, studente e suo amico lo interrompe, cerca di correggerlo e poi aggiunge: ''Noi non vogliamo problemi, ma quando loro (Amal e Hezbollah) ci attaccano non possiamo non difenderci, altrimenti non saremmo più uomini. Per noi l'onore qui nel quartiere è importante'', conclude Mohammad.
Mentre Bilal, Mouhammad e Ismael continuano a narrare le loro gesta, un manifesto di fronte recita: ''13 Aprile 1975 -13 Aprile 2010: non scherzare con il fuoco''. Intanto a pochi passi da Tariq Jadide, nello stadio della città sportiva di Beirut, i deputati sotto lo slogan "tutti noi una sola squadra", giocano una partita amichevole per commemorare l'inizio della guerra.

 

Parole chiave: Libano
Categoria: Guerra, Politica, Storia
Luogo: Libano