23/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il piccolo Stato africano era la terra degli schiavi, oggi è uno dei Paesi più poveri al mondo
Ragazzo del Gambia“Non vorrei che mia figlia debba abituarsi a sentirsi diversa. Vorrei che la società imparasse a conoscerci meglio”. Mamour Sillah ha una trentina d’anni, è alto, nero ed è arrivato in Italia dal Gambia. Ha una figlia di cinque anni e una lunga storia da raccontare.

“Mio padre era un insegnante -dice con tono pacifico e in un bell’italiano- e io sono stato fortunato Il mio Paese è piccolo, poco conosciuto, ha solo un milione e mezzo di abitanti e corre lungo il fiume che gli ha dato il nome. È strano perché è una fettuccia, sotto l’influenza del governo di Londra, lunga 350 chilometri e incuneata nel Senegal francese. Il motivo della sua strana forma è semplice. Agli inglesi serviva il controllo della navigabilità, nient’altro. La ricchezza era data dal traffico degli schiavi. Lungo il fiume ci sono ancora tante fortezze-prigioni, dove i nostri antenati erano rinchiusi prima d’esser mandati nelle colonie americane o in Europa. Le navi negriere veleggiavano per il grande corso d’acqua, ritiravano la ‘merce’ e riprendevano l’Oceano Atlantico col loro prezioso carico umano".

Il giovane uomo, oggi, ha un banco nel mercato di via Alessandria, a pochi passi da Porta Pia, a Roma. Il Gambia è uno dei dieci Paesi più poveri del mondo, ha un alto livello di mortalità infantile, analfabetismo e denutrizione. Quasi un terzo della popolazione non dispone di acqua potabile pulita. L’aspettativa di vita è di 47 anni, il tasso di analfabetismo del 61 per cento.

Da&nbsp lì è partito Mamour, che continua: “Sono arrivato dalla Danimarca nell’89, allora era più facile entrare in Europa. Noi siamo cittadini del Commonwealth britannico e a quel tempo trovavamo meno barriere burocratiche da dover abbattere. Io volevo fare l’università, studiare lingue. Nel nord Europa avevo lavorato in una fattoria, curavo il bestiame. Poi decisi di venire qui. Alla fine degli anni ottanta noi gambiani dovevamo partire se volevamo studiare. Non c’era università in patria. Adesso hanno aperto una facoltà di letteratura inglese, ma da poco”.

Il mercato è un vecchio edificio nel centro di una piazza. All’interno i banchetti di verdura, le macellerie, ogni genere di mercanzia. In quello scenario variopinto e chiassoso, l’africano si scorge subito. Vende gli oggetti della sua terra: stoffe, borse, batik, anelli e bracciali. Su un lato del suo negozietto un tavolino di plastica bianca, di quelli da giardino e due sedie. E’ il suo ufficio. Seduto, mentre con la lentezza tipica nei mercati coperti della capitale un buon numero di donne e uomini fanno la spesa, va avanti col suo racconto: “Da piccolo, anche se la mia famiglia aveva un reddito, io ricordo la fame. Mia mamma, per aiutare, preparava dolci e li vendevamo insieme durante l’intervallo della ricreazione a scuola. Non giocavo, ma in cambio ricevevo qualche soldino. Ogni anno i miei genitori prendevano in casa un bambino ancora più povero di noi, che arrivava da qualche villaggio sperduto, perché studiasse. Quei ragazzini diventavano miei fratelli, persone che amavo profondamente. Però costava mantenerli e così ci dovevamo arrangiare come potevamo. Quando arrivava lo stipendio mio padre andava da un grossista e comprava 50 chili di riso. Li divideva in due sacchi di juta e uno era per noi e l’altro per i nonni. A quel punto i soldi erano già quasi finiti, quel che restava serviva a malapena per sopravvivere”.

I clienti delle tante bancarelle passano e ripassano. In molti, davvero in tanti, salutano Mamour, gli lanciano una battuta, un sorriso. Uno gli manda anche un caffè dal bar e lui, sempre sorridente, ricambia e scherza. Si destreggia bene col sarcasmo un po’ cinico dei romani e trova sempre la frase giusta per interloquire. Riprende a parlare: “Sono venuto nella capitale, ma per andare all’Università avevo bisogno di soldi e dovevo spostarmi a Perugia, dove c’è una facoltà per stranieri. Così ho cominciato a studiare l’italiano e sono andato in Umbria. Facevo lavoretti, recuperavo tutti i soldi che potevo per pagare la retta. Ma lì faceva freddo, non mi ambientavo. A Napoli c’era l’istituto Orientale e dopo sei mesi decisi e mi trasferii di nuovo. Potevo raccogliere i pomodori a Villa Literno, guadagnare di più. Vivevo a Giuliano, in un vecchio casolare abbandonato che chiamavamo ‘gettò’, dall’inglese. Per noi non era un termine dispregiativo, era la nostra casa, ci proteggeva, era un pezzettino della nostra Africa. Mi aiutava il fatto che mio padre era vivo e a casa arrivavano i soldi del suo lavoro, così potevo tenere una parte del mio salario e stavo benino. La sera, siccome so suonare, andavo per locali e cercavo di arrotondare".

Questo ragazzo ha un’eleganza innata, le sue mani si muovono lentamente mentre parla e il suo sguardo è limpido e delicato. Sulla sua fronte una impercettibile macchia più scura. La spiega: “Quando ero a casa e andavo a scuola entravo alle otto e uscivo alle due. Poi dopo due ore cominciava la scuola coranica e finiva verso le sei e mezza. Pregavo ogni giorno e ancora lo faccio. Così appoggio la testa per terra molte volte ogni giorno e mi è venuta questa piccola macchia. Molti di noi musulmani la hanno, se si fa attenzione si nota”.

Ne ha fatta di strada il raccoglitore di pomodori aspirante laureato, ma non è riuscito a finire l’università. “Mio padre – insiste – dopo due anni è morto e io avevo il dovere di mandare tutto quello che potevo a casa. Sono il più piccolo e quando mi diplomai i miei fratelli erano già grandi e avevano un occupazione, per cui erano in grado di darmi il danaro per il viaggio. Mia madre ha il diabete, è necessario mandarle l’insulina. Insomma ho dovuto lasciare gli studi e dedicarmi del tutto al lavoro. Perché i nostri mondi si incontrino è necessario che gli europei perdano qualcosa di se stessi per prendere da noi e che noi, a nostra volta, rinunciamo ad qualcosa della nostra natura per prendere dal nuovo mondo”.

Saggio e riflessivo, Mamour possiede il dono della perseveranza. Tornato a Roma, lavorando per ore e ore al giorno, padrone del suo italiano, ma anche di inglese, francese, arabo arcaico (eredità della scuola coranica) e di alcuni dialetti della sua terra, è riuscito nel suo sogno di avere una bancarella propria. “La mia figlia è piccola, ma io ho un sogno – dice convinto – quando sarà grande, avrà la sua autonomia, gli altri figli che spero arrivino saranno a posto, allora voglio tornare in Africa, dove sono nato, perché lì voglio finire la mia vita. Per adesso debbo combattere ogni giorno per farcela, ma ho una bella notizia. Forse a giugno andrò con una troupe della Rai lungo il mio fiume, lungo il Gambia, per raccontare il cuore, la storia, la vita della mia gente. Pensare che è successo per caso, una mia cliente è produttrice di documentari e ci è venuta l’idea. Se Dio vuole, inshalla”.

Buon viaggio Mamour.

Roberto Bàrbera 
Categoria: Migranti
Luogo: Italia