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Ahmed Zulic è una di quelle persone che, nel bel mezzo di una vita come mille altre, inciampa nella storia. Oggi, nell'aula del Tribunale dell'Aja dove l'ex presidente dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic risponde di undici capi d'accusa, Zulic si è trovato di fronte il suo passato.
Ahmed, il primo. Quello di un musulmano bosniaco come tanti che, all'inizio degli anni Novanta, ha visto in poche ore andare in frantumi la sua vita, il Paese nel quale era nato e cresciuto e, per un pelo, non ha visto andare in fumo anche il suo futuro. Ahmed è un sopravvissuto, come amano dire gli scrittori e i giornalisti. Era stato prelevato dal suo villaggio, Sanski Most, nella Bosnia nord occidentale, da miliziani serbi, e portato nel campo di prigionia di Manjaca. Un giorno dissero a lui e ad altri venti di scavarsi una fossa. Era per loro. Ma Ahmed si è salvato e, dopo quindici anni, può raccontare la sua storia e quella di altri 3mila uomini come lui che transitarono da quel campo, molti dei quali senza avere la fortuna di raccontarlo. La sua storia drammatica non è certo peggio di quella di tanti altri, ma forse Ahmed si è ritagliato il suo pezzo di storia, in quanto il 13 aprile 2010 è stato il primo testimone dell'accusa chiamato a deporre contro Karadzic. In realtà Ahmed conosce bene l'Aja, visto che ha già deposto contro Radoslav Brdjanin e Momcilo Krajisnik, condannati rispettivamente a 30 e 20 anni di carcere. Ahmed, come fiore all'occhiello, ha testimoniato anche contro Slobodan Milosevic, ma lui è morto nella sua cella anni fa.
Pronto all'arringa. Karadzic, invece, è più vivo che mai. Pronto a difendersi da solo e a dare battaglia. Marko Sladojevic, uno dei legali che compone il collegio di difesa che fa da consulente a Karadzic, ha denunciato che ancora una volta la Corte non ha dato tempo sufficiente alla difesa per analizzare le carte, ma la tattica dilatoria di Karadzic è ormai avversata in modo evidente dai giudici del Tribunale Internazionale e, con ogni probabilità, non ci saranno rinvii. Continueranno a sfilare i testimoni dell'accusa e il secondo a deporre dovrebbe essere Sulejman Crncalo, di Pale, un villaggio nei pressi di Sarajevo, dove Karadzic teneva il suo quartier generale durante la guerra.
La storia si è messa di traverso nella vita di Sulejman a luglio del 1992, quando lui e la sua famiglia vennero scacciati dal villaggio a maggioranza serba. Solo che, come a volte capita, la storia aveva deciso di accanirsi con la famiglia Crncalo e la moglie di Sulejman, quando ormai il peggio sembrava passato, è morta nella strage del mercato di Markale, nel 1995. Il terzo testimone di questa settimana è un numero: KDZ064. La sua identità, per motivi di sicurezza, non sarà rivelata. E' un uomo, in fuga da Srebrenica, nel luglio 1995, verso Tuzla. Una fuga che gli ha salvato la vita, visto che nel suo villaggio natio furono 8mila le persone massacrate. Venne comunque catturato dai miliziani serbi e condotto nel campo di prigionia di Bratunac, vicino Zvornik. In quel momento è probabile che non sapesse che fine avevano fatto i suoi concittadini e, magari, si sarà sentito pure sfortunato.
Piccole e grandi storie. Davanti a Karadzic - che ha diritto a contro interrogare tutti i testimoni e che ha già definito le accuse contro di lui ''un falso mito'' e la guerra in Bosnia ''un atto di legittima difesa contro il pericolo islamico'' - sfileranno, dopo i testimoni, anche alcuni esperti. Robert Donia, uno storico che si dedica da anni ai conflitti nella ex Jugoslavia, Herbert S. Okun, ambasciatore degli Stati Uniti che dal 1991 al 1997 lavorò come assistente dell'inviato Onu e che tenne un diario dei suoi incontri al vertice, sia con Karadzic che con Milosevic.
Testimonierà anche David Harland, che tra il 1993 e il 1995 lavorò con la Unprofor, il contingente dei caschi blu delle Nazioni Unite a Sarajevo.
Chiude il primo gruppo di testimoni Colm Doyle, membro della European Community Monitoring Mission (Ecmm), attiva tra il 1991 e il 1993 prima a Banja Luka e poi a Sarajevo. Doyle, insomma, è tra quelli che ha osservato la Jugoslavia andare in pezzi. Come una vetrata in frantumi, i cui acuminati frammenti sono finiti sulle vite degli Ahmed, dei Sulejman e degli KDZ064 di turno.
Christian Elia
Parole chiave: radovan karadzic, tribunale penale internazionale, tribunale per la ex jugoslavia