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La vicenda dell'arresto di Marco Garatti, Matteo Dell'Aira e Matteo Pagani, i tre cooperanti italiani di Emergency a Lashkargah, ha rivelato un atteggiamento incerto, spesso contraddittorio, politicamente chiaro del ministro degli Esteri, Franco Frattini.
Sabato 10 aprile. Sul sito della Farnesina, appena è stata resa nota la notizia, è apparso un comunicato in cui ci si limitava a ribadire «la linea di assoluto rigore contro qualsiasi attività di sostegno diretto o indiretto al terrorismo sia in Afghanistan così come altrove. La Farnesina riconferma il suo più alto riconoscimento al personale civile e militare impegnato in Afghanistan per le attività di pace». Sull'arresto dei tre italiani, l'unica dichiarazione immediata è stata: «Le persone in stato di fermo lavoravano in una struttura umanitaria non riconducibile nè direttamente nè indirettamente alle attività finanziate dalla cooperazione italiana». Affermazione smentita da Gino Strada, che ha infatti ricordato come il progetto di Emergency abbia ricevuto la conformità del ministero degli Esteri.
Domenica 11 aprile. Nella giornata di domenica, il ministro Frattini commentava le notizie di stampa, lanciate dal Times, sulla presunta confessione dei tre cooperanti di Emergency. «Se fosse vero mi vergognerei», ha dichiarato in un'intervista pubblicata il giorno dopo: «Prego che non ci sia nessun italiano che abbia direttamente o indirettamente compiuto atti di questo genere. Lo prego davvero di tutto cuore, perché sarebbe una vergogna per l'Italia». Allo stesso tempo, però, il ministro ha ammesso che l'eventuale confessione andava ancora verificata. Nella stessa intervista, rilasciata al quotidiano il Mattino, Frattini non nascondeva una presa di distanza netta dall'organizzazione di Gino Strada: «Non ho, non abbiamo nessun rapporto con Emergency. L'organizzazione svolge un lavoro che rispetto e di cui prendiamo atto. Ma noi siamo lo Stato e come Stato ci muoviamo». Dopo la diffusione delle immagini della protesta inscenata da 24 persone davanti all'ospedale di Lashkargah, il ministro commentava che anche quei manifestanti «denunciano una troppo stretta contiguità di Emergency con i talebani».
Lunedì 12 aprile. Intervistato dal Gr1, Frattini bollava come "tentativo di buttare fango sui nostri valorosi militari di pace" le dichiarazioni di Strada sulle uccisioni di civili da parte dei soldati dell'Isaf. La situazione sembra cambiare però quando vengono smentite le notizie sulla presunta confessione degli italiani sul loro coinvolgimento nel piano di uccisione del governatore di Helmand. Quando è finalmente chiaro che i cooperanti non hanno confessato, Frattini prende le difese del governo afgano, accusando invece il Times di aver dato una notizia erronea rilanciando le dichiarazioni di Daud Ahmadi, portavoce del governatore: «È un caso di cattiva informazione resa all'intero mondo. Spero sia una lezione che eviti il ripetersi di un caso del genere». Nella serata di lunedì, collegato da Sarajevo con la trasmissione Porta a Porta, Frattini ribadiva le critiche al quotidiano britannico, dal quale si sarebbe aspettato "un gesto di scuse". Alla domanda del conduttore Bruno Vespa se il ministero avesse almeno verificato la veridicità della notizia della confessione, seguiva un momento di evidente imbarazzo e Frattini dichiarava: «Noi non abbiamo questa possibilità». Però sottolineava che la sua opinione era che non ci fosse stata una confessione piena dei cooperanti di Emergency, per i quali valeva comunque la presunzione d'innocenza. Per Frattini le dichiarazioni di Gino Strada sull'illegalità dell'arresto sono solo una "polemica politica", anche perché secondo il codice di procedura penale transitorio afgano, la magistratura avrebbe quindici giorni di tempo dal giorno dell'arresto per formalizzare le accuse.
Martedì 13 aprile. Frattini rende noto l'impegno del ministero nella vicenda e annuncia l'invio di una lettera al presidente afgano Karzai, con la richiesta di accelerare le indagini, lettera che sarà recapitata dall'ambasciatore Iannucci, accompagnato da un magistrato italiano, consigliere giuridico alla Farnesina, incaricato di assistere l'ambasciata italiana nell'evolversi dell'inchiesta. Il desiderio - afferma - è che si accelerino le indagini e che si abbia una valutazione definitiva delle autorità afgane, coadiuvate dal personale diplomatico italiano.
Giorgio Caccamo