24/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Sorious Samura, documentarista, gira l'Africa per raccontarne i drammi dimenticati
Sorious Samura: un regista coraggiosoNelle metropoli di tutto l’Occidente, migliaia di immigrati,  profughi e clandestini conducono un’esistenza precaria, fatta di lavori saltuari, spesso in nero e senza garanzie.
Alcuni di loro cercano di tirare avanti e di guadagnare abbastanza per far sopravvivere le famiglie lontane. Altri si nascondono nell’ombra per il timore di essere perseguitati o cacciati.
Altri ancora sognano di tornare nel proprio paese devastato dalla guerra, per raccontare al mondo quello che nessuno vuole documentare.

Sorious Samura è uno di loro. Sierraleonese, 41 anni, telecamera sulla spalla, carta d’imbarco sempre in tasca e una missione: raccontare al mondo i drammi sconosciuti del continente africano. Vivendoli in prima persona.
”Tutto è cominciato tredici anni fa, nel 1991”, comincia a raccontare Samura dalla sua abitazione londinese. “In Sierra Leone, la mia patria, era da poco cominciata la guerra tra i ribelli del Revolutionary United Front (Ruf) e il governo dell’allora presidente Momoh. Non appena cominciarono le atrocità presi in mano una telecamera amatoriale e andai in giro a filmare quello che accadeva. Sono stato il primo a farlo, nonostante i miei filmati non interessassero granché. Poi, come molti altri, sono salito su un aereo diretto a Londra.”
 
Una volta arrivato nella capitale britannica, il giovane sierraleonese comincia a coltivare il sogno di diventare documentarista. Poco dopo, nel 1992, nei Balcani cominciano a infuriare guerra e pulizia etnica. Come accade oggi per l’Iraq, le telecamere e i taccuini di tutte le principali emittenti internazionali registrano fatti, stragi, testimonianze. Nessuno parla di Sierra Leone.
Sorious si indigna. “Sierra che”? E’ la domanda che si sente fare più spesso. Decide che ne ha abbastanza.
 
“Ho cominciato a lavorare come un matto – scuote la testa il regista – volevo a tutti i costi procurarmi l’attrezzatura necessaria per tornare in patria e documentare la guerra del mio popolo, quella di serie B, alla quale nessuno sembra interessato. Ogni giorno lavoravo in tre posti diversi: dalle cucine dei fast food correvo a scrostare le banchine della metropolitana, per poi infilarmi, stravolto, dietro al bancone di un videonoleggio. Ho impiegato due anni e mezzo per raccogliere abbastanza soldi e realizzare il mio obiettivo”.

Alla fine del 1996 Samura è su un aereo diretto a Freetown, capitale della Sierra Leone.
La situazione in patria è allarmante. Bande di miliziani armati saccheggiano città e villaggi. Giornalisti e telecamere sono in cima alla lista di persone e cose sgradite. Lo shock e la paura impongono a Sorious di fare marcia indietro e tornare in Inghilterra. “Mi sono dannato l’anima per mesi – ricorda il regista – sentivo di aver fallito, di essermi fatto prendere dalla paura proprio nel momento in cui tutto quello per cui avevo lottato si stava concretizzando. Così, nel 1998, mi sono fatto coraggio e sono tornato”.
 
Un'immagine di La fine di quell’anno e l’inizio del ’99 coincidono con uno dei periodi più neri per la Sierra Leone. I ribelli del Ruf, machete e mitra alla mano, riconquistano Freetown dai peacekeepers nigeriani dell’Ecomog. Uccidono, razziano, stuprano, amputano mani e braccia. Ma la missione di raccontare e il desiderio di riscatto sono così forti in Samura che questa volta si getta a capofitto nella war zone. Ne nasce un documentario, Cry Freetown, che gli vale due premi internazionali, tra cui quello di giornalista africano dell’anno per l’emittente statunitense Cnn. Ma sono gratificazioni che non gli interessano. “Ho solo acceso una telecamera e filmato una realtà che nessuno voleva raccontare”, commenta secco.

Nel 2000 Samura torna in Africa occidentale, questa volta in Liberia. Vuole intervistare il presidente Charles Taylor, accusato di essere uno dei principali responsabili delle atrocità commesse in Sierra Leone. Anche laggiù, la situazione politica è tesa come una corda che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. E il documentarista si ritrova a un passo da una morte orribile.

”Di ritorno dalla residenza di Taylor, la mia troupe ed io siamo stati fermati da alcuni militari”, racconta il video reporter. “Mi hanno preso e sbattuto, da solo, in un luogo chiamato ‘camera della tortura’. Nessuno era mai uscito vivo di lì. Ogni giorno uno dei miei carcerieri entrava nella mia cella, mi fissava con gli occhi iniettati di sangue, tirava fuori un coltellaccio e, puntandomelo al petto, mi rivolgeva minacce che ancora oggi mi fanno rabbrividire. ‘Uno di questi giorni ti strappo il cuore e me lo mangio’, ripeteva. Sapevo che l’avrebbe fatto senza esitare. E’ un’antica usanza tribale, secondo la quale mangiando gli organi del tuo nemico acquisisci la sua forza”.

Il rapimento di Sorious Samura smuove la comunità internazionale, che lancia numerosi appelli per la sua liberazione. Nelson Mandela, Bill Clinton, Jesse Jackson, persino il presidente nigeriano Olosegun Obasanjo, le cui truppe dislocate in Sierra Leone erano state in precedenza duramente criticate da Samura, si appellano all’esercito liberiano affinché lo rilascino.
”L’Africa aveva una nuova voce”, commenta il regista, “per questo così tante autorità africane e mondiali si sono attivate per me”. Viene liberato dopo una settimana.

Dopo il breve ma intenso periodo di detenzione, Samura continua a girare il continente alla ricerca di storie da raccontare. In Exodus percorre le rotte dell’immigrazione clandestina verso l’Europa attraverso il Sahara; In Living with hunger vive per giorni senza cibo tra i pastori affamati in Etiopia; poi segue per settimane i profughi del Darfur in Ciad. E presto tornerà nel Sahel per raccontare le storie degli schiavi che tutt’ora vivono sotto il giogo padronale dalla Mauritania al Sudan. Un'immagine di
 
“L’Africa – sospira – continua a essere una terra che quasi nessuno racconta. A nessuno interessa la voce degli agricoltori, dei falegnami, degli accattoni, degli insegnanti, degli attivisti. La voce della gente comune, quella che conosce – a differenza di ministri e capi di stato –  fame, miseria, paura. E’ ad essa che mi rivolgo, sempre e comunque, nei miei lavori”.

Nel frattempo, Samura ha trovato chi lo appoggia e lo sostiene nei suoi progetti: Ron McCullagh, ex giornalista della Bbc, dal 1991 direttore di InsightNewsTv, un network che produce documentari su guerre e popoli dimenticati dai media internazionali: i bambini-topo del Pakistan, la rivolta degli indigeni Dayak contro il disboscamento del Borneo, il traffico di mogli in Cina, quello di bambini in Guatemala, il conflitto tra Eritrea ed Etiopia sono solo alcuni degli argomenti trattati nei filmati che InsightNewsTv vende alle maggiori emittenti, garantendosi la sopravvivenza.

”Il mondo del giornalismo televisivo è peggiorato – commenta McCullagh dagli studi londinesi dell’emittente – i servizi sono sempre più corti e superficiali. La domanda ‘Cosa’? ha spesso la meglio su un’altra domanda, ancora più importante: ‘Perché’? Un morto negli Stati Uniti fa sempre più notizia di venti, trenta, cinquanta morti in Africa. Il motivo è semplice. Si tratta di un razzismo vecchia maniera, di cui ancora oggi, purtroppo, è impregnato il giornalismo occidentale”.

Pablo Trincia

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