Sorious Samura, documentarista, gira l'Africa per raccontarne i drammi dimenticati

Nelle metropoli di tutto l’Occidente, migliaia di immigrati, profughi e clandestini
conducono un’esistenza precaria, fatta di lavori saltuari, spesso in nero e senza
garanzie.
Alcuni di loro cercano di tirare avanti e di guadagnare abbastanza per far sopravvivere
le famiglie lontane. Altri si nascondono nell’ombra per il timore di essere perseguitati
o cacciati.
Altri ancora sognano di tornare nel proprio paese devastato dalla guerra, per
raccontare al mondo quello che nessuno vuole documentare.
Sorious Samura è uno di loro. Sierraleonese, 41 anni, telecamera sulla spalla,
carta d’imbarco sempre in tasca e una missione: raccontare al mondo i drammi sconosciuti
del continente africano. Vivendoli in prima persona.
”Tutto è cominciato tredici anni fa, nel 1991”, comincia a raccontare Samura
dalla sua abitazione londinese. “In Sierra Leone, la mia patria, era da poco cominciata
la guerra tra i ribelli del Revolutionary United Front (Ruf) e il governo dell’allora
presidente Momoh. Non appena cominciarono le atrocità presi in mano una telecamera
amatoriale e andai in giro a filmare quello che accadeva. Sono stato il primo
a farlo, nonostante i miei filmati non interessassero granché. Poi, come molti
altri, sono salito su un aereo diretto a Londra.”
Una volta arrivato nella capitale britannica, il giovane sierraleonese comincia
a coltivare il sogno di diventare documentarista. Poco dopo, nel 1992, nei Balcani
cominciano a infuriare guerra e pulizia etnica. Come accade oggi per l’Iraq, le
telecamere e i taccuini di tutte le principali emittenti internazionali registrano
fatti, stragi, testimonianze. Nessuno parla di Sierra Leone.
Sorious si indigna. “Sierra che”? E’ la domanda che si sente fare più spesso. Decide che ne ha abbastanza.
“Ho cominciato a lavorare come un matto – scuote la testa il regista – volevo
a tutti i costi procurarmi l’attrezzatura necessaria per tornare in patria e documentare
la guerra del mio popolo, quella di serie B, alla quale nessuno sembra interessato.
Ogni giorno lavoravo in tre posti diversi: dalle cucine dei fast food correvo
a scrostare le banchine della metropolitana, per poi infilarmi, stravolto, dietro
al bancone di un videonoleggio. Ho impiegato due anni e mezzo per raccogliere
abbastanza soldi e realizzare il mio obiettivo”.
Alla fine del 1996 Samura è su un aereo diretto a Freetown, capitale della Sierra
Leone.
La situazione in patria è allarmante. Bande di miliziani armati saccheggiano
città e villaggi. Giornalisti e telecamere sono in cima alla lista di persone
e cose sgradite. Lo shock e la paura impongono a Sorious di fare marcia indietro
e tornare in Inghilterra. “Mi sono dannato l’anima per mesi – ricorda il regista
– sentivo di aver fallito, di essermi fatto prendere dalla paura proprio nel momento
in cui tutto quello per cui avevo lottato si stava concretizzando. Così, nel 1998,
mi sono fatto coraggio e sono tornato”.

La fine di quell’anno e l’inizio del ’99 coincidono con uno dei periodi più neri
per la Sierra Leone. I ribelli del
Ruf, machete e mitra alla mano, riconquistano Freetown dai peacekeepers nigeriani
dell’Ecomog. Uccidono, razziano, stuprano, amputano mani e braccia. Ma la missione
di raccontare e il desiderio di riscatto sono così forti in Samura che questa
volta si getta a capofitto nella
war zone. Ne nasce un documentario,
Cry Freetown, che gli vale due premi internazionali, tra cui quello di giornalista africano
dell’anno per l’emittente statunitense Cnn. Ma sono gratificazioni che non gli
interessano. “Ho solo acceso una telecamera e filmato una realtà che nessuno voleva
raccontare”, commenta secco.
Nel 2000 Samura torna in Africa occidentale, questa volta in Liberia. Vuole intervistare
il presidente Charles Taylor, accusato di essere uno dei principali responsabili
delle atrocità commesse in Sierra Leone. Anche laggiù, la situazione politica
è tesa come una corda che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro. E il documentarista
si ritrova a un passo da una morte orribile.
”Di ritorno dalla residenza di Taylor, la mia troupe ed io siamo stati fermati
da alcuni militari”, racconta il video reporter. “Mi hanno preso e sbattuto, da
solo, in un luogo chiamato ‘camera della tortura’. Nessuno era mai uscito vivo
di lì. Ogni giorno uno dei miei carcerieri entrava nella mia cella, mi fissava
con gli occhi iniettati di sangue, tirava fuori un coltellaccio e, puntandomelo
al petto, mi rivolgeva minacce che ancora oggi mi fanno rabbrividire. ‘Uno di
questi giorni ti strappo il cuore e me lo mangio’, ripeteva. Sapevo che l’avrebbe
fatto senza esitare. E’ un’antica usanza tribale, secondo la quale mangiando gli
organi del tuo nemico acquisisci la sua forza”.
Il rapimento di Sorious Samura smuove la comunità internazionale, che lancia
numerosi appelli per la sua liberazione. Nelson Mandela, Bill Clinton, Jesse Jackson,
persino il presidente nigeriano Olosegun Obasanjo, le cui truppe dislocate in
Sierra Leone erano state in precedenza duramente criticate da Samura, si appellano
all’esercito liberiano affinché lo rilascino.
”L’Africa aveva una nuova voce”, commenta il regista, “per questo così tante
autorità africane e mondiali si sono attivate per me”. Viene liberato dopo una
settimana.
Dopo il breve ma intenso periodo di detenzione, Samura continua a girare il continente
alla ricerca di storie da raccontare. In
Exodus percorre le rotte dell’immigrazione clandestina verso l’Europa attraverso il
Sahara; In
Living with hunger vive per giorni senza cibo tra i pastori affamati in Etiopia; poi segue per
settimane i profughi del Darfur in Ciad. E presto tornerà nel
Sahel per raccontare le storie degli schiavi che tutt’ora vivono sotto il giogo padronale
dalla Mauritania al Sudan.

“L’Africa – sospira – continua a essere una terra che quasi nessuno racconta.
A nessuno interessa la voce degli agricoltori, dei falegnami, degli accattoni,
degli insegnanti, degli attivisti. La voce della gente comune, quella che conosce
– a differenza di ministri e capi di stato – fame, miseria, paura. E’ ad essa
che mi rivolgo, sempre e comunque, nei miei lavori”.
Nel frattempo, Samura ha trovato chi lo appoggia e lo sostiene nei suoi progetti:
Ron McCullagh, ex giornalista della Bbc, dal 1991 direttore di InsightNewsTv,
un network che produce documentari su guerre e popoli dimenticati dai media internazionali:
i bambini-topo del Pakistan, la rivolta degli indigeni Dayak contro il disboscamento
del Borneo, il traffico di mogli in Cina, quello di bambini in Guatemala, il conflitto
tra Eritrea ed Etiopia sono solo alcuni degli argomenti trattati nei filmati che
InsightNewsTv vende alle maggiori emittenti, garantendosi la sopravvivenza.
”Il mondo del giornalismo televisivo è peggiorato – commenta McCullagh dagli
studi londinesi dell’emittente – i servizi sono sempre più corti e superficiali.
La domanda ‘Cosa’? ha spesso la meglio su un’altra domanda, ancora più importante: ‘Perché’? Un morto negli Stati Uniti fa sempre più notizia di venti, trenta, cinquanta
morti in Africa. Il motivo è semplice. Si tratta di un razzismo vecchia maniera,
di cui ancora oggi, purtroppo, è impregnato il giornalismo occidentale”.