12/04/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La destra ungherese sul punto di conquistare i due terzi del Parlamento, ma gli xenofobi non sfondano e restano il terzo partito

scritto per noi da
Alessandro Grimaldi

Dovevano essere elezioni storiche e lo sono state. L'Ungheria volta pagina, dopo otto anni di governo socialista trionfa la destra conservatrice e populista di Fidesz, l'Alleanza dei Liberi Democratici, con il 53 percento dei voti, e ben 33 punti percentuali di vantaggio sul secondo partito, i socialisti al 19 percento. E la vittoria in 174 dei 176 collegi uninominali.

Lo stesso vincitore Orban Viktor non ha esitato ad evocare il 1956 o le elezioni del 1990, le prime elezioni libere dopo il "cambio di regime", secondo l'espressione ungherese. La gente aveva già iniziato a riempire Vorosmarty tèr, l'elegante piazza alla fine di Vaci utca (la via del passeggio e dei turisti) dalle 19, orario di chiusura dei seggi, per aspettare gli exit poll, ma ha dovuto aspettare altre quattro ore per festeggiare con i primi dati, a causa del prolungamento del silenzio elettorale, per le lunghe file che ancora si snodavano fuori dai seggi. Fidesz ha tenuto una campagna elettorale sempre nell'ombra, mantenendo nascosti, da vincitore annunciato, i piani per il futuro governo, per l'Ungheria, un Paese in una profonda crisi sociale, economica, politica, iniziata ben prima della crisi mondiale. Ma tanto è bastato. Qui in piazza festeggiano i giovani, gli anziani, le famiglie che volevano mandare a casa i socialisti, che hanno accumulato verso di se tantissimo odio e risentimento dopo otto anni disastrosi di malgoverno, corruzione dilagante, scandali, menzogne, e hanno votato il granitico principale partito di opposizione.

L'MSzP, il partito socialista ungherese, si aggrappa ad uno scarno 19 percento e va già bene così, il loro giovane candidato Meszterhàzi Attila, 36anni, esponente della sinistra interna, dopo il passo indietro dell'ex premier Gyurcsany, liberista, uno degli uomini più ricchi (e discussi) d'Ungheria, sembra soddisfatto nel commentare il voto ed affermare convinto: "Continueremo a vivere, ce la faremo". Hanno un significato profondo queste parole in Ungheria, in cui la distinzione tra destra e sinistra è ancora flebile, in cui negli anni delle libere elezioni si sono registrati grossi flussi elettorali e spostamento di voti. Se l'MSzP è stato tenuto in vita dai pensionati e dalla gente che vive di stato sociale, queste elezioni vedono il definitivo dissolvimento di due storici partiti come l'MDF, il trionfatore delle prime elezioni libere, e l'SzDSz, i liberali, che esprimono da vent'anni il sindaco di Budapest, Demsky.

Si festeggia a Vörösmarty tèr e si festeggia anche all'Instant, uno dei nuovi enormi locali artistici alternativi aperti ti tra il sesto e l'ottavo distretto a Budapest, dove si sono dati appuntamento i sostenitori dell'LMP, partito nato nell'ottobre 2008 che con un sorprendente 7,4 percento è riuscito ad entrare in Parlamento (superando la soglia di sbarramento al 5 percento) e ottenendo un significativo 12 percento a Budapest città. LMP sta per Lehet Más Politika, (un'altra politica è possibile), è un partito giovane, verde e liberale in cui sono confluiti esponenti di un po' tutto l'arco politico, che nel generale clima di odio e accuse che ha caratterizzato la campagna elettorale ha tenuto un profilo positivo, propositivo e partecipativo. Il suo fondatore Schiffer Andràs, un avvocato liberal, e scende tra i giovani universitari che affollano il locale, sotto l'installazione di tanti pesciolini azzurri che pende dalla volta dell'Instant, mi passa accanto e sprizza gioia da tutti i pori.

A Budapest l'LMP è risultato il terzo partito relegando dietro di sé l'estrema destra dello Jobbik,
(indovinato nome che significa più a destra ma anche il migliore). Il temuto sfondamento dall'estrema destra non c'è stato, anzi i volti nel quartier generale dello Jobbik erano un po' delusi, i volti di chi già pregustava il sorpasso all'MSzP, diventando la seconda forza del paese. I toni comunque sono vittoriosi, Jobbik si consolida ad un ragguardevole 16 percento (confermando il 15 percento alle europee dell'anno scorso che ha portato tre loro rappresentanti a Strasburgo) e viaggia anche oltre il 30 percento nel nord est del paese, le regioni a maggior presenza di Rom. I loro proclami dichiaratamente razzisti ed antisemiti oltre che populisti (nazionalizzazione delle banche, espulsione delle multinazionali e degli interessi stranieri dall'agricoltura ungherese) , istituzione di una polizia parallela con compiti di controllo e sicurezza (sulle orme della loro milizia parafascista disciolta dalla magistratura, Magyar Garda), hanno qui trovato terreno fertile.

Ad oggi Fidesz dispone di 206 seggi (28 i socialisti, 26 Jobbik, 5 l'LMP), gliene basteranno altri 52 tra il secondo turno (che si terrà tra due settimane nei 70 collegi in cui nessun candidato ha raggiunti il 50 percento più uno dei voti) e il complicato sistema dei resti per poter raggiungerei due terzi del Parlamento e poter dunque apportare cambiamenti alla Costituzione. Era quello che chiedeva Orban, un governo forte per avere mano libera su tutto: forma dello stato, riforma delle amministrazioni locali, fisco. E' quello che molti temono, mai nella giovane democrazia ungherese un singolo partito aveva avuto tanto potere. Il principale settimanale del paese, HVG, poneva un paragone interessante con le elezioni del 1939, il potere assoluto del dittatore Horthy, socialisti e liberali quasi scomparsi, partito filonazista attorno al 20 percento, si chiudeva però con una nota di speranza: forse l'Ungheria riuscirà a concludere quel periodo storico, a fare i conti con la storia, con l'antisemitismo, il nazionalismo, la questione transilvana e slovacca, questioni mai affrontate durante gli anni del socialismo e della transizione. Nessuna paura. Sarà un processo doloroso.

Parole chiave: jobbik, fidesz
Luogo: Ungheria