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Un vecchio treno, stracarico di pendolari, avanza lentamente verso la
stazione di Sealdah. Si ferma al binario 7. Mentre i vagoni si
svuotano, gruppetti di 8-10 “bambini di strada” cominciano a radunarsi
vicino alle porte. Sono pronti a saltar su, appena la marea umana se
n’è andata, e a cominciare la loro ricerca quotidiana. “Questo lavoro
si chiama appunto train searching”, spiega Raju, che dimostra sui nove
anni, ma non è in grado di confermarlo (in India, nello Stato del West
Bengal, il certificato di nascita spesso non viene emesso). “Se vuoi,
puoi venire con noi; in fretta, però, perché questo treno riparte
subito”. Saliamo. E comincia la “perquisizione” fra i sedili in legno,
anni 50. Dalle bottiglie d’acqua vuote ai resti di una colazione, ad un
portafoglio smarrito. Niente sfugge al loro sguardo attento. Poi,
velocemente come si è saliti, si scende. E il treno riparte.
televisore piazzato in alto, a
metà binario, incuranti del via vai che li circonda. Se è vero che i
maltrattamenti da parte della Polizia saltuariamente si registrano
ancora (ma siamo ben lontani dalla violenza sistematica di un tempo), è
anche vero che c’è una “rivoluzione silenziosa” in atto. E non riguarda
soltanto la Polizia. Certamente questa contribuì, lanciando nel ’99 un
“programma per i bambini di strada” in collaborazione con il Rotary
International e il Lions Club. Da allora mensilmente, presso ogni
stazione, c’è per loro la possibilità di un check-up sanitario
gratuito, come gratuiti sono i farmaci e gli alimenti che vengono
distribuiti. Tuttavia, i fautori di questo radicale cambiamento restano
l’Unicef e una cinquantina di Ong (Organizzazioni non governative). Ai
loro occhi, l’accesso alla scuola normale costituiva la chiave del
problema. Fino all’inizio degli anni ’90, i cosiddetti “bambini di
strada” seguivano corsi informali di un paio d’ore al giorno, spesso
con pessimi insegnanti e scarsi risultati. Forse l’unico vantaggio
certo, dal punto di vista dello stomaco, era la banana che veniva
distribuita a ciascuno… Ma finiva lì.
Malvestiti, sporchi, puzzolenti, incapaci di star seduti su una sedia
per molte ore, i piccoli non venivano accolti a braccia aperte dalle
maestre delle scuole regolari; tanto più che queste avevano l’alibi
della mancanza del certificato di nascita. Senza quello, non si entrava
in classe. Dunque, la questione non si poneva neppure. Ecco però che
una nuova legge, fatta passare in Parlamento, scompagina l’intero
contesto: e cioè consente l’accesso alla scuola normale anche senza
quella carta. Così si spalancano le porte delle elementari di tutto il
West Bengal. A quel punto restava il problema di preparare le
insegnanti, ma soprattutto di trasmettere la notizia a loro: i bambini
che lavorano negli slum di Calcutta (dalle concerie alla fabbricazione
dei sandali infradito, ai mini barman dei chioschi del tè), oppure che
dormono sui binari della stazione, o che arrivano dalla campagne e si
fermano solo il tempo di trovare qualcosa frugando tra le immondizie.
Raggiungerli, là dove stanno: è l’obiettivo che si è posto Cini,
acronimo che sta per Child in Need Institute (Istituto per il bambino
bisognoso), un’Ong fondata nel ‘74 dal dottor Samir Chaudhuri, pediatra
e nutrizionista. E i drop in centre – i centri di raccolta di Cini Asha
(che in bengali significa “speranza”), la sezione urbana di Cini –
assolvono benissimo a questo compito. Ne visitiamo uno, lungo la
muraglia sul lato ovest della stazione di Sealdah: è un vecchio
stanzone, senza finestre e con la luce al neon, un ex magazzino delle
ferrovie dove i bambini dormono, mangiano e ricevono i primi rudimenti
dell’alfabetizzazione.
Appena si varca la soglia, si è travolti da un nugolo di piccoli dalle
facce sorridenti, che saltano al collo degli operatori, scherzano,
corrono e poi si girano verso di me, mi salutano urlando: “Namaste
Aunty!”. L’atmosfera è calda, famigliare. A dei bambini scappati di
casa o migranti, deve sembrare il paradiso. Questo è il primo contatto
con la normalità. A volte ci vogliono anche due anni, ad un operatore,
per guadagnarsi la fiducia di un bambino. Poi però è fatta. Dal gioco
si passerà ai corsi preparatori e alle ripetizioni collettive (Coaching
center), in vista di un reinserimento nelle classi regolari. È un
percorso lento, che può avere delle accelerazioni come delle lunghe
pause. Ma niente viene forzato. C’è chi sceglie di continuare a vivere
sui binari e, in questo caso, magari decide di passare la notte nei
Night shelter (Rifugi notturni) di Cini Asha – due, uno per i bambini e
un altro per le bambine, con 80 posti complessivamente – che offrono
servizi simili ai Drop-in center. E c’è chi sceglie uno stadio
intermedio: le cosiddette Half-way house. Sono case per soggiorni
brevi, nelle quali “i bambini a rischio” (che hanno subito abusi
sessuali o sono traumatizzati) vivono per un certo periodo. Coloro che
lì fanno la funzione dei genitori, danno loro il sostegno emotivo e
psicologico, di cui essi hanno disperatamente bisogno per riuscire ad
elaborare tali traumi. Dopo di che, il bambino è reinserito nel proprio
ambiente familiare (se la violenza non è avvenuta qui); quando ciò non
è possibile, viene affidato alle cura di un’altra Ong.
Oggi, le Half-way house sono due, con circa 25 bambini/e a testa che in
media si fermano per 6/7 giorni. E per la maggior parte del loro tempo
giocano all’aperto, nel campo da calcio improvvisato, di cui hanno
dipinto i muri, con personaggi coloratissimi. “È fondamentale”, dice
Sreeparna Das Gupta, la psicologa che lavora qui, alla linea telefonica
gratuita per l’infanzia (1098), sempre caldissima (le telefonate
quotidiane raggiungono talvolta la soglia delle 450). “Lo si capisce
dal fatto che, all’inizio, non raccontano nulla; poi, dopo un paio di
giorni di gioco, vengono spontaneamente a dirci il nome del padre. E
noi, tramite la locale stazione di polizia, risaliamo all’indirizzo”.
Questo viaggio, dentro la realtà dei bambini di strada di Calcutta,
finisce qui, su un campo da calcio. È piovuto un paio d’ore stamattina:
quanto basta, durante la stagione delle piogge, per ridurre un terreno
qualsiasi in una distesa di melma, nella quale si affonda. Loro giocano
scatenati, a piedi scalzi, con un pallone sgonfio. Cadono e si
rialzano. Ridendo come pazzi.