13/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Una giornata fra i bambini di strada di una cittadina delle Ande, a sud di Quito
scritto per noi da
Tancredi Tarantino

Bambini di strada, Ambato, Ecuador “Limpio, sì?”. Ti avvicinano sempre con questa domanda, nella speranza di trovare qualcuno che si lasci lucidare le scarpe per appena venticinque centesimi di dollaro. Si chiamano Alex, Diego, Josè, Maria Dolores, hanno dai 5 ai 12 anni, e sono soltanto alcuni degli oltre 800 mila bimbi di strada che, nell’indifferenza generale, popolano le vie, le piazze, le mete turistiche dell’Ecuador.
 
Unico rifugio, la strada. Figli di nessuno di un Paese in cui il 40 per cento della popolazione ha meno di 14 anni. Niños quasi sempre abbandonati dai genitori o costretti a scappare per sottrarsi ad abusi sessuali e maltrattamenti, per i quali la strada diventa la propria casa, i ponti il proprio tetto e gli altri bimbi la propria famiglia.
 
Tra fiori e frutta. Con loro abbiamo avuto modo di passare alcuni giorni ad Ambato, “la cittá dei fiori e della frutta”, nelle Ande al sud di Quito, dove da tre anni è stato avviato il progetto “Don Bosco”, un programma di recupero e reinserimento, con l’obiettivo di concedere a questi ragazzi un’alternativa che li porti lontano dalla strada e dalla realtà di emarginazione e violenza alla quale sono costretti. Violenza, perché non si potrebbe definire in altro modo la condizione di questi niños che, dall’alba al tramonto, vanno in giro nel tentativo di lucidare un paio di scarpe o vendere un pacchetto di caramelle e la sera si ritrovano in gruppo, nella stazione degli autobus o sotto un ponte, a respirare colla o benzene per rintontirsi e non pensare, oppure se ne vanno in giro spacciando la droga che i boss locali gli forniscono per guadagnare qualche dollaro in più.
 
Rabbia e sogni. Piccoli delinquenti che è meglio evitare e che l’alta società ecuadoriana è pronta ad additare e condannare, quando intralciano le loro passeggiate in giro per i negozi o ai semafori. Fin quando non ti ritrovi a condividere un piccola parte della loro quotidianità. Ti osservano con quello sguardo già vecchio di chi non ha mai giocato, mentre parli con loro ed ascolti la loro rabbia e i loro sogni. Rabbia di chi è cosciente di essere vittima di un sistema cinico che riserva loro soltanto soprusi e umiliazioni, privandoli di qualsiasi diritto, persino di quello ad esistere, come ci dice Alex: “Io ho nove anni, vivo in strada da quando ne avevo tre, ma per il mio Paese non esisto, non sono nessuno. I miei genitori non mi hanno mai iscritto all’anagrafe ed io non ho i soldi per farlo, così è come se non ci fossi! Sono un fantasma, ma di quelli che hanno fame e sete, che vorrebbero andare a scuola e avere una famiglia! Per fortuna non sono l’unico fantasma così!”. Ed infatti, di fantasmi come Alex ce ne sono almeno cento mila in tutto l’Ecuador. Bimbi che non hanno diritto all’istruzione né all’assistenza sanitaria o alimentare prevista dallo Stato, perché non esistono e non rientrano in nessuna statistica.
 
La dignità di un nome. È per questo che suor Narcisa, la direttrice del progetto “Don Bosco” di Ambato, ci tiene a chiamarli tutti con il proprio nome. “Il nome – dice Narcisa – è forse l’unico segno distintivo che sia rimasto loro, ed è anche un modo per farli sentire vivi, al pari di tutti gli altri bambini”.
Un progetto, questo di Ambato, che grazie al lavoro di psicologi ed educatori di strada ecuadoriani ed europei mira a raccogliere dalla strada i bimbi per cercare di reinserirli nella società, dopo aver dato loro la possibilità di istruirsi ed imparare un mestiere; ma soprattutto dopo aver restituito loro quella dignità che permetta loro di tornare a sorridere e a sognare.
 
Educatori per strada. Cristina, una volontaria italiana che lavora da quasi un anno in questo progetto, ci racconta in cosa consiste il suo lavoro e quello dei suoi colleghi. “Il principio che sta alla base del nostro lavoro - dice - è che siamo noi educatori ad andare per strada per parlare con i niños e cominciare a conoscere la realtà di ciascuno di loro. Spesso ti accorgi che rimangono spiazzati perché quasi nessuno li avvicina per chiedere come si chiamano, da dove vengono o come stanno. Sono sempre molto chiusi le prime volte che li avvicini. Poi, poco alla volta, cominciano ad aprirsi e a raccontarti le loro storie, perché capiscono che sei lì solo per aiutarli”. L’importante, dunque, è che non si sentano aggrediti e che non considerino gli educatori come qualcuno che intenda sradicarli dalla strada, perché la strada è la loro casa e, come per paradosso, finiscono con il considerare il parco o la piazza come gli unici luoghi sicuri in cui vivere. “La parte più difficile del nostro lavoro – continua Cristina - è convincerli a venire al progetto. Proprio per questo, la mensa rappresenta un buon punto di partenza. Li convinciamo a venire a mangiare alla nostra mensa e da lì, gradualmente, avviamo un programma di educazione e sostegno psicologico, aiutandoli nei compiti, andando a parlare con i professori, fin quando noi e gli altri bimbi del centro diventiamo la loro famiglia”.
 
Per molti ma non per tutti. Una famiglia, però, che non può accudire tutti i suoi niños. Infatti, appena cento degli oltre mille bimbi di strada che popolano Ambato possono beneficiare di questo programma. Per gli altri, come sottolinea suor Narcisa, “mancano i soldi ed è già difficile garantire a questi cento ragazzi il cibo, le borse di studio, l’assistenza sanitaria, per potere estendere il progetto a tutti gli altri”. Con la conseguenza che “gli altri” continuano a rimanere ai margini.
Categoria: Bambini
Luogo: Ecuador