scritto per noi da
Tancredi Tarantino

“Limpio, sì?”. Ti
avvicinano sempre con questa domanda, nella speranza di trovare qualcuno che si
lasci lucidare le scarpe per appena venticinque centesimi di dollaro. Si
chiamano Alex, Diego, Josè, Maria Dolores, hanno dai 5 ai 12 anni, e sono
soltanto alcuni degli oltre 800 mila bimbi di strada che, nell’indifferenza
generale, popolano le vie, le piazze, le mete turistiche dell’Ecuador.
Unico rifugio, la strada. Figli di nessuno di un
Paese in cui il 40 per cento della popolazione ha meno di 14 anni. Niños quasi sempre abbandonati dai genitori o costretti a scappare
per sottrarsi ad abusi sessuali e maltrattamenti, per i quali la strada diventa
la propria casa, i ponti il proprio tetto e gli altri bimbi la propria
famiglia.
Tra fiori e frutta. Con loro abbiamo avuto
modo di passare alcuni giorni ad Ambato, “la cittá dei fiori e della frutta”,
nelle Ande al sud di Quito, dove da tre anni è stato avviato il progetto “Don
Bosco”, un programma di recupero e reinserimento, con l’obiettivo di concedere
a questi ragazzi un’alternativa che li porti lontano dalla strada e dalla
realtà di emarginazione e violenza alla quale sono costretti. Violenza, perché
non si potrebbe definire in altro modo la condizione di questi niños
che, dall’alba al tramonto, vanno in giro nel tentativo di lucidare un paio di
scarpe o vendere un pacchetto di caramelle e la sera si ritrovano in gruppo,
nella stazione degli autobus o sotto un ponte, a respirare colla o benzene per
rintontirsi e non pensare, oppure se ne vanno in giro spacciando la droga che
i
boss locali gli forniscono per guadagnare qualche dollaro in più.
Rabbia e sogni. Piccoli delinquenti che è
meglio evitare e che l’alta società ecuadoriana è pronta ad additare e
condannare, quando intralciano le loro passeggiate in giro per i negozi o ai
semafori. Fin quando non ti ritrovi a condividere un piccola parte della loro
quotidianità. Ti osservano con quello sguardo già vecchio di chi non ha mai
giocato, mentre parli con loro ed ascolti la loro rabbia e i loro sogni. Rabbia
di chi è cosciente di essere vittima di un sistema cinico che
riserva loro soltanto soprusi e umiliazioni, privandoli di qualsiasi diritto,
persino di quello ad esistere, come ci dice Alex: “Io ho nove anni, vivo in
strada da quando ne avevo tre, ma per il mio Paese non esisto, non sono
nessuno. I miei genitori non mi hanno mai iscritto all’anagrafe ed io non ho i
soldi per farlo, così è come se non ci fossi! Sono un fantasma, ma di quelli
che hanno fame e sete, che vorrebbero andare a scuola e avere una famiglia! Per
fortuna non sono l’unico fantasma così!”. Ed infatti, di fantasmi come Alex ce
ne sono almeno cento mila in tutto l’Ecuador. Bimbi che non hanno diritto
all’istruzione né all’assistenza sanitaria o alimentare prevista dallo Stato,
perché non esistono e non rientrano in nessuna statistica.
La dignità di un nome. È per questo che suor
Narcisa, la direttrice del progetto “Don Bosco” di Ambato, ci tiene a chiamarli
tutti con il proprio nome. “Il nome – dice Narcisa – è forse l’unico segno
distintivo che sia rimasto loro, ed è anche un modo per farli sentire vivi, al
pari di tutti gli altri bambini”.
Un progetto, questo di
Ambato, che grazie al lavoro di psicologi ed educatori di strada ecuadoriani
ed europei mira a raccogliere dalla strada i bimbi per cercare di reinserirli
nella società, dopo aver dato loro la possibilità di istruirsi ed imparare un
mestiere; ma soprattutto dopo aver restituito loro quella dignità che permetta
loro di tornare a sorridere e a sognare.
Educatori per strada. Cristina, una volontaria
italiana che lavora da quasi un anno in questo progetto, ci racconta in cosa
consiste il suo lavoro e quello dei suoi colleghi. “Il principio che sta alla
base del nostro lavoro - dice - è che siamo noi educatori ad andare per strada
per parlare con i niños e cominciare a conoscere la realtà di ciascuno di loro.
Spesso ti accorgi che rimangono spiazzati perché quasi nessuno li avvicina per
chiedere come si chiamano, da dove vengono o come stanno. Sono sempre molto
chiusi le prime volte che li avvicini. Poi, poco alla volta, cominciano ad
aprirsi e a raccontarti le loro storie, perché capiscono che sei lì solo per
aiutarli”. L’importante, dunque, è che non si sentano aggrediti e che non
considerino gli educatori come qualcuno che intenda sradicarli dalla strada,
perché la strada è la loro casa e, come per paradosso, finiscono con il
considerare il parco o la piazza come gli unici luoghi sicuri in cui vivere.
“La parte più difficile del nostro lavoro – continua Cristina - è convincerli
a
venire al progetto. Proprio per questo, la mensa rappresenta un buon punto di
partenza. Li convinciamo a venire a mangiare alla nostra mensa e da lì,
gradualmente, avviamo un programma di educazione e sostegno psicologico,
aiutandoli nei compiti, andando a parlare con i professori, fin quando noi e
gli altri bimbi del centro diventiamo la loro famiglia”.
Per molti ma non per tutti. Una famiglia, però, che
non può accudire tutti i suoi niños. Infatti, appena cento degli oltre mille
bimbi di strada che popolano Ambato possono beneficiare di questo programma.
Per gli altri, come sottolinea suor Narcisa, “mancano i soldi ed è già
difficile garantire a questi cento ragazzi il cibo, le borse di studio,
l’assistenza sanitaria, per potere estendere il progetto a tutti gli altri”.
Con la conseguenza che “gli altri” continuano a rimanere ai margini.