12/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Burundi, storia di Sinduhije e della sua radio. Per riconciliare hutu e tutsi
Alexis SinduhijeGran parte della sua famiglia è stata sterminata, alcuni suoi colleghi torturati e uccisi, più volte uomini armati gli hanno dato la caccia, sua moglie e sua figlia sono state ripetutamente minacciate di morte.
Eppure la testardaggine e il coraggio di Alexis Sinduhije hanno sempre avuto la meglio su regimi genocidari, miliziani ubriachi o folle di persone che lo consideravano un traditore o un nemico.
Direttore e fondatore della Radio Publique Africaine, una piccola emittente con sede a Bujumbura, Alexis ha sempre creduto che tra le popolazioni tutsi e hutu, divise da un odio lungo oltre cinquant’anni e alimentato da centinaia di migliaia di morti, non ci fossero questioni razziali o etniche, bensì puramente politiche. E non lo ha mai nascosto, né a vicini di casa e amici, né ai microfoni delle radio o sulle colonne dei giornali per cui ha lavorato. “Perché – sostiene – i giornalisti non devono essere impiegati o voci dello Stato, ma devono essere al servizio della popolazione”.
La costanza e l’impegno profuso in un’attività che annovera il rischio tra i suoi effetti collaterali gli hanno fatto vincere, nel novembre dello scorso anno, il prestigioso Premio per la Libertà di Stampa  che ogni anno il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (Cpj) rilascia ai cronisti più coraggiosi sparsi nelle aree travagliate del mondo.
 
Solo contro tutti. La battaglia di Alexis per un’informazione obiettiva e mirata al raggiungimento della verità comincia la notte del 21 Ottobre 1993, quando l’esercito burundese, a maggioranza tutsi, attacca il palazzo presidenziale di Melchior Ndadaye, primo presidente hutu di un Paese in cui l’elite tutsi ha sempre avuto posti di rilievo nella società. Il tentativo di colpo di stato culmina con l’assassinio di Ndadaye, che fa esplodere di rabbia intere comunità hutu. Mentre a Bujumbura e in altre località in tutto il Paese cominciano i massacri da una parte e dall’altra, Alexis, allora giovane tutsi che collabora con un settimanale indipendente, si avventura per le strade nel tentativo di scoprire cosa succede. Diventa così testimone oculare di numerose atrocità commesse su donne, uomini e bambini. Informa i colleghi, parla con i direttori di radio e giornali, ma si trova sempre davanti a un muro: i tutsi accusano gli hutu e viceversa, nessuno vuole ammettere le responsabilità della propria gente. Uno degli unici a cercare di fornire un quadro obiettivo è Alexis, che si espone a gravi rischi personali. “Il mio piano era semplice”, ricorda il giornalista burundese. “Volevo raccontare a tutti le molteplici sfaccettature della violenza e chiedere ai leader politici e all’esercito di fare qualcosa per fermare i massacri….ma non ho avuto il sostegno dei miei colleghi. Entrambi i membri delle due etnie non volevano che raccontassi le atrocità perpetrate dai loro rispettivi consanguinei, parenti o amici.
 
Le guerre civili in Burundi e il genocidio in Ruanda hanno prodotto migliaia di profughiUna radio per la verità. Presto, dall’altra parte del muro di omertà che gli si para davanti, ad Alexis Sinduhije cominciano ad arrivare minacce di morte. Al punto da costringerlo a rifugiarsi in Ruanda, dove è costretto a campare di piccole collaborazioni con giornali locali. Finché non lo avvicina un americano, Bryan Rich, dipendente di un’organizzazione non governativa, che gli chiede di mettere in piedi una piccola radio. Nasce Studio Ijambo (in lingua Kirundi significa “parola”, qui intesa come verità), con lo scopo di eliminare, attraverso un giornalismo centrato sull’obiettività, ogni forma di odio e pregiudizio, entrambi figli della disinformazione. Al contrario di quello che fecero Radio Milles Collines, la vera voce del genocidio in Ruanda nel ’94 e Radio Democrazie, la radio dei ribelli Hutu nella Repubblica Democratica del Congo.
Tornato in Burundi, Alexis continua a lavorare come cronista per Ijambo fino al 2001, quando fonda l’emittente di cui è tutt’ora direttore, Radio Publique Africaine (Rpa). “Con Ijambo ci sono state delle incomprensioni che hanno portato al mio allontanamento – continua Alexis – con loro facevamo solo programmi che avremmo venduto alle altre radio. Io invece volevo andare in onda, con un programma e un palinsesto. Con la Rpa ci siamo occupati molto del tema della pace tra tutsi e hutu, ma abbiamo anche svolto molte inchieste legate al tema della corruzione. Questo ci continua a esporre a numerose minacce”.
Da poco più di un anno Alexis vive da solo a Bujumbura. E’ riuscito a far ottenere alla famiglia l’asilo politico in Olanda, dove i suoi figli potranno crescere tranquilli. “E’ dura, ma è meglio così”, dice. “Quando torno a casa la sera non ho perso l’abitudine di guardarmi attorno, prima di aprire la porta del mio appartamento”.
 
Due nomi, due identità. Di recente in Burundi è stata ratificata una nuova costituzione, che divide il potere in modo proporzionale tra i rappresentanti tutsi e quelli hutu, per scongiurare il rischio mai sopito di una nuova guerra civile. Il Burundi, a differenza del Ruanda dopo il genocidio, non ha mai negato la differenziazione in tutsi e hutu. “Ed è giusto che sia così”, afferma il giornalista. “L’identità è un aspetto fondamentale in ognuno di noi, perché va negata? E’ un’ipocrisia sostenere che ‘non ci sono Hutu e Tutsi, siamo tutti burundesi’. Al contrario, bisognerebbe dire ‘Io sono tutsi e tu hutu, e siamo entrambi burundesi’. La vera ragione dell’odio non va ricercata nella differenza di popoli ed etnie. Di mezzo c’è sempre la politica, ci sono gli interessi di qualcuno. E anche i coloni europei hanno avuto la loro parte di colpa, sottolineando la diversità tra due popolazioni che per secoli avevano convissuto nella stessa terra. La verità è che i nostri governi dopo l’indipendenza sono sempre stati deboli e non interessati a quello di cui la popolazione davvero aveva bisogno: strade, infrastrutture, pace. E un giornalismo indipendente libero”. Uno studio dell Radio Publique Africaine
“Molte persone – continua – mi fermano per strada dicendomi: ‘Alexis, grazie al lavoro della vostra radio ho capito che odiare è stupido’, oppure ‘Mio marito è stato rilasciato grazie alle tue inchieste’, o ancora ‘quell’ufficiale ci aveva torturati, ma grazie alle tue denunce ora è in carcere’. Questo non fa che confermare quello che da anni continuo a ripetere. E cioè che l’informazione usata male può essere benzina sul fuoco di un genocidio. Ma se fatta bene può diventare il principale strumento della riconciliazione”.
 

Pablo Trincia

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