Burundi, storia di Sinduhije e della sua radio. Per riconciliare hutu e tutsi

Gran parte della sua famiglia è stata sterminata, alcuni suoi colleghi torturati
e uccisi, più volte uomini armati gli hanno dato la caccia, sua moglie e sua figlia
sono state ripetutamente minacciate di morte.
Eppure la testardaggine e il coraggio di Alexis Sinduhije hanno sempre avuto
la meglio su regimi genocidari, miliziani ubriachi o folle di persone che lo consideravano
un traditore o un nemico.
Direttore e fondatore della Radio Publique Africaine, una piccola emittente con sede a Bujumbura, Alexis ha sempre creduto che tra
le popolazioni tutsi e hutu, divise da un odio lungo oltre cinquant’anni e alimentato da centinaia di migliaia
di morti, non ci fossero questioni razziali o etniche, bensì puramente politiche.
E non lo ha mai nascosto, né a vicini di casa e amici, né ai microfoni delle radio
o sulle colonne dei giornali per cui ha lavorato. “Perché – sostiene – i giornalisti
non devono essere impiegati o voci dello Stato, ma devono essere al servizio della
popolazione”.
La costanza e l’impegno profuso in un’attività che annovera il rischio tra i
suoi effetti collaterali gli hanno fatto vincere, nel novembre dello scorso anno,
il prestigioso Premio per la Libertà di Stampa che ogni anno il Comitato per
la Protezione dei Giornalisti (Cpj) rilascia ai cronisti più coraggiosi sparsi
nelle aree travagliate del mondo.
Solo contro tutti. La battaglia di Alexis per un’informazione obiettiva e mirata al raggiungimento
della verità comincia la notte del 21 Ottobre 1993, quando l’esercito burundese,
a maggioranza tutsi, attacca il palazzo presidenziale di Melchior Ndadaye, primo presidente hutu di un Paese in cui l’elite tutsi ha sempre avuto posti di rilievo nella società. Il tentativo di colpo di stato
culmina con l’assassinio di Ndadaye, che fa esplodere di rabbia intere comunità
hutu. Mentre a Bujumbura e in altre località in tutto il Paese cominciano i massacri
da una parte e dall’altra, Alexis, allora giovane tutsi che collabora con un settimanale indipendente, si avventura per le strade nel
tentativo di scoprire cosa succede. Diventa così testimone oculare di numerose
atrocità commesse su donne, uomini e bambini. Informa i colleghi, parla con i
direttori di radio e giornali, ma si trova sempre davanti a un muro: i tutsi accusano gli hutu e viceversa, nessuno vuole ammettere le responsabilità della propria gente.
Uno degli unici a cercare di fornire un quadro obiettivo è Alexis, che si espone
a gravi rischi personali. “Il mio piano era semplice”, ricorda il giornalista
burundese. “Volevo raccontare a tutti le molteplici sfaccettature della violenza
e chiedere ai leader politici e all’esercito di fare qualcosa per fermare i massacri….ma
non ho avuto il sostegno dei miei colleghi. Entrambi i membri delle due etnie
non volevano che raccontassi le atrocità perpetrate dai loro rispettivi consanguinei,
parenti o amici.
Una radio per la verità. Presto, dall’altra parte del muro di omertà che gli si para davanti, ad Alexis
Sinduhije cominciano ad arrivare minacce di morte. Al punto da costringerlo a
rifugiarsi in Ruanda, dove è costretto a campare di piccole collaborazioni con
giornali locali. Finché non lo avvicina un americano, Bryan Rich, dipendente di
un’organizzazione non governativa, che gli chiede di mettere in piedi una piccola
radio. Nasce Studio
Ijambo (in lingua Kirundi significa “parola”, qui intesa come verità), con lo scopo
di eliminare, attraverso un giornalismo centrato sull’obiettività, ogni forma
di odio e pregiudizio, entrambi figli della disinformazione. Al contrario di quello
che fecero Radio Milles Collines, la vera voce del genocidio in Ruanda nel ’94
e Radio Democrazie, la radio dei ribelli Hutu nella Repubblica Democratica del
Congo.
Tornato in Burundi, Alexis continua a lavorare come cronista per Ijambo fino al 2001, quando fonda l’emittente di cui è tutt’ora direttore, Radio Publique
Africaine (Rpa). “Con Ijambo ci sono state delle incomprensioni che hanno portato
al mio allontanamento – continua Alexis – con loro facevamo solo programmi che
avremmo venduto alle altre radio. Io invece volevo andare in onda, con un programma
e un palinsesto. Con la Rpa ci siamo occupati molto del tema della pace tra tutsi e hutu, ma abbiamo anche svolto molte inchieste legate al tema della corruzione. Questo
ci continua a esporre a numerose minacce”.
Da poco più di un anno Alexis vive da solo a Bujumbura. E’ riuscito a far ottenere
alla famiglia l’asilo politico in Olanda, dove i suoi figli potranno crescere
tranquilli. “E’ dura, ma è meglio così”, dice. “Quando torno a casa la sera non
ho perso l’abitudine di guardarmi attorno, prima di aprire la porta del mio appartamento”.
Due nomi, due identità. Di recente in Burundi è stata ratificata una nuova costituzione, che divide
il potere in modo proporzionale tra i rappresentanti
tutsi e quelli
hutu, per scongiurare il rischio mai sopito di una nuova guerra civile. Il Burundi,
a differenza del Ruanda dopo il genocidio, non ha mai negato la differenziazione
in
tutsi e
hutu. “Ed è giusto che sia così”, afferma il giornalista. “L’identità è un aspetto
fondamentale in ognuno di noi, perché va negata? E’ un’ipocrisia sostenere che
‘non ci sono Hutu e Tutsi, siamo tutti burundesi’. Al contrario, bisognerebbe
dire ‘Io sono tutsi e tu hutu, e siamo entrambi burundesi’. La vera ragione dell’odio
non va ricercata nella differenza di popoli ed etnie. Di mezzo c’è sempre la politica,
ci sono gli interessi di qualcuno. E anche i coloni europei hanno avuto la loro
parte di colpa, sottolineando la diversità tra due popolazioni che per secoli
avevano convissuto nella stessa terra. La verità è che i nostri governi dopo l’indipendenza
sono sempre stati deboli e non interessati a quello di cui la popolazione davvero
aveva bisogno: strade, infrastrutture, pace. E un giornalismo indipendente libero”.

“Molte persone – continua – mi fermano per strada dicendomi: ‘Alexis, grazie
al lavoro della vostra radio ho capito che odiare è stupido’, oppure ‘Mio marito
è stato rilasciato grazie alle tue inchieste’, o ancora ‘quell’ufficiale ci aveva
torturati, ma grazie alle tue denunce ora è in carcere’. Questo non fa che confermare
quello che da anni continuo a ripetere. E cioè che l’informazione usata male può
essere benzina sul fuoco di un genocidio. Ma se fatta bene può diventare il principale
strumento della riconciliazione”.