10/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dahr Jamail, giornalista non embedded, racconta la vita della gente di Falluja
Intanto uno degli elementi mancanti nei servizi dei media americani sono le informazioni sui bombardamenti, sempre più frequenti da parte degli Stati Uniti. Soldati Usa tra le macerie
Ha toccato un punto molto importante. Si tratta proprio delle notizie meno divulgate. Ogni giorno vengono compiute veramente tante “missioni” da parte dell’aviazione e vengono sganciate enormi quantità di bombe. Una grossa percentuale dei 3.000 morti di Falluja sono stati uccisi dai bombardamenti. Non so quanti racconti ho sentito da parte di profughi su come le case, intere palazzine venivano rase al suolo dai caccia americani. Ancora oggi ci sono dei cadaveri fra le macerie. Le forze della coalizione bombardano i guerriglieri e credono che così facendo il messaggio che mandano sia: “se continui a resistere all’occupazione sarai bombardato con chi ti sta intorno.” E’ una sorta di punizione collettiva. Peccato che le bombe colpiscano i civili e non i guerriglieri.
Ad esempio. Mi è stato riferito che prima dell’assedio di novembre, le truppe Usa avevano ottenuto informazioni sui luoghi da bombardare a Falluja, da iracheni che si recavano alla base militare per dire: “Sì, in quella casa c’è un guerrigliero”. Questi informatori venivano pagati dai 100 ai 500 dollari. Poi la casa veniva bombardata. Un metodo perfetto per sedare vecchi rancori e guadagnarsi un po’ di soldi. Poi, ovvio, a volte capitava che avessero ragione. A volte c’erano effettivamente dei guerriglieri e venivano colpiti. Ma la maggior parte delle volte non era così.
 
L’amministrazione  Bush sostiene che le elezioni irachene dimostrano che “la democrazia è in marcia” e che questo basta a giustificare l’invasione e l’occupazione.
Un Humvee Usa di pattugliaNon si può dire che in Iraq c’è la democrazia solo perché si sono tenute delle elezioni, o qualcosa di simile. Democrazia significa che il governo eletto governa secondo la volontà popolare. E per il momento non è così. Se vogliamo misurare il successo democratico in Iraq, dobbiamo far riferimento alle promesse dell’amministrazione Bush, per vedere quali sono state mantenute. Promesse come quelle di posti di lavoro e migliori condizioni di vita. Ricostruzione e rappresentanza politica. Non è accaduto niente. La sicurezza manca del tutto, l’elettricità è a livelli ben inferiori rispetto a prima della guerra, idem dicasi per il petrolio. Per la prima volta in Iraq il carburante scarseggia, mai successo prima. La gente lotta ogni giorno semplicemente per sopravvivere. Qualunque sia il tuo riferimento, le cose oggi stanno peggio rispetto a prima dell’invasione. Sono passati due anni ormai e gli Usa hanno avuto abbastanza tempo.
Ho sentito iracheni dire che l’unica cosa buona è stata la rimozione di Saddam Hussein, ma per tutto il resto da quando è cominciata l’invasione si vive molto peggio.
 
Una delle caratteristiche diffuse nei servizi dei media allineati è l’idea che via sia un forte antagonismo fra Sciiti e Sunniti. Ritiene che l’Iraq stia andando incontro ad una guerra civile?
I media occidentali stanno dando un’enfasi sproporzionata alla minaccia di una guerra civile fra Sciiti e Sunniti. Vi sono leader politici e religiosi che la considerano una possibilità, ma la maggioranza della gente comune che ho intervistato, dice “No, non esiste una vera minaccia. Non abbiamo mai avuto una guerra civile.” Quando chiedevo alle persone se fossero sciiti o sunniti, la risposta più frequente era: ”Sono musulmano iracheno”. Non mi dicevano altro.
Altra cosa da ricordare è che la cultura irachena è fortemente tribale. Molte di queste tribù sono per metà sciite e per metà sunnite, molti matrimoni uniscono sciiti e sunniti. La gente mi prendeva in giro, “Oh, una guerra civile? Vuol dire che dovrei attaccare mia moglie?” Ridevano solo all’idea.
 
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq