Intanto uno degli elementi mancanti nei servizi dei media americani sono le informazioni
sui bombardamenti, sempre più frequenti da parte degli Stati Uniti.

Ha toccato un punto molto importante. Si tratta proprio delle notizie meno divulgate.
Ogni giorno vengono compiute veramente tante “missioni” da parte dell’aviazione
e vengono sganciate enormi quantità di bombe. Una grossa percentuale dei 3.000
morti di Falluja sono stati uccisi dai bombardamenti. Non so quanti racconti ho
sentito da parte di profughi su come le case, intere palazzine venivano rase al
suolo dai caccia americani. Ancora oggi ci sono dei cadaveri fra le macerie. Le
forze della coalizione bombardano i guerriglieri e credono che così facendo il
messaggio che mandano sia: “se continui a resistere all’occupazione sarai bombardato
con chi ti sta intorno.” E’ una sorta di punizione collettiva. Peccato che le
bombe colpiscano i civili e non i guerriglieri.
Ad esempio. Mi è stato riferito che prima dell’assedio di novembre, le truppe
Usa avevano ottenuto informazioni sui luoghi da bombardare a Falluja, da iracheni
che si recavano alla base militare per dire: “Sì, in quella casa c’è un guerrigliero”.
Questi informatori venivano pagati dai 100 ai 500 dollari. Poi la casa veniva
bombardata. Un metodo perfetto per sedare vecchi rancori e guadagnarsi un po’
di soldi. Poi, ovvio, a volte capitava che avessero ragione. A volte c’erano effettivamente
dei guerriglieri e venivano colpiti. Ma la maggior parte delle volte non era così.
L’amministrazione Bush sostiene che le elezioni irachene dimostrano che “la
democrazia è in marcia” e che questo basta a giustificare l’invasione e l’occupazione.

Non si può dire che in Iraq c’è la democrazia solo perché si sono tenute delle
elezioni, o qualcosa di simile. Democrazia significa che il governo eletto governa
secondo la volontà popolare. E per il momento non è così. Se vogliamo misurare
il successo democratico in Iraq, dobbiamo far riferimento alle promesse dell’amministrazione
Bush, per vedere quali sono state mantenute. Promesse come quelle di posti di
lavoro e migliori condizioni di vita. Ricostruzione e rappresentanza politica.
Non è accaduto niente. La sicurezza manca del tutto, l’elettricità è a livelli
ben inferiori rispetto a prima della guerra, idem dicasi per il petrolio. Per
la prima volta in Iraq il carburante scarseggia, mai successo prima. La gente
lotta ogni giorno semplicemente per sopravvivere. Qualunque sia il tuo riferimento,
le cose oggi stanno peggio rispetto a prima dell’invasione. Sono passati due anni
ormai e gli Usa hanno avuto abbastanza tempo.
Ho sentito iracheni dire che l’unica cosa buona è stata la rimozione di Saddam
Hussein, ma per tutto il resto da quando è cominciata l’invasione si vive molto
peggio.
Una delle caratteristiche diffuse nei servizi dei media allineati è l’idea che
via sia un forte antagonismo fra Sciiti e Sunniti. Ritiene che l’Iraq stia andando
incontro ad una guerra civile?
I media occidentali stanno dando un’enfasi sproporzionata alla minaccia di una
guerra civile fra Sciiti e Sunniti. Vi sono leader politici e religiosi che la
considerano una possibilità, ma la maggioranza della gente comune che ho intervistato,
dice “No, non esiste una vera minaccia. Non abbiamo mai avuto una guerra civile.”
Quando chiedevo alle persone se fossero sciiti o sunniti, la risposta più frequente
era: ”Sono musulmano iracheno”. Non mi dicevano altro.
Altra cosa da ricordare è che la cultura irachena è fortemente tribale. Molte
di queste tribù sono per metà sciite e per metà sunnite, molti matrimoni uniscono
sciiti e sunniti. La gente mi prendeva in giro, “Oh, una guerra civile? Vuol dire
che dovrei attaccare mia moglie?” Ridevano solo all’idea.