Per quale ragione i suoi servizi sembrano offrire una visione diversa, rispetto
agli altri media, di quello che succede in Iraq?

In passato avevo già notato le differenze tra la stampa allineata al governo
Usa ed i giornalisti indipendenti, i media alternativi e quelli stranieri. Queste
differenze mi diventavano sempre più difficili da accettare, finché nel novembre
del 2003 ho deciso di recarmi personalmente in Iraq. Mi trovavo a Falluja durante
l’assedio di aprile 2004, poi ci sono tornato ancora più volte per fare dei servizi.
Non sono riuscito ad andarci a novembre perché i militari avevano chiuso la città,
che tutt’ora per i giornalisti rimane off limits. Ho ottenuto le mie informazioni
intervistando i profughi o grazie a colleghi che sono entrati ed usciti.
La vita lì è tremenda. Almeno il 65% degli edifici è stato raso al suolo e quelli
rimasti in piedi sono gravemente danneggiati. Manca l’acqua, l’elettricità e ovviamente
il lavoro. La gente che vuole tornare in città deve sottoporsi al controllo della
retina e delle impronte digitali per ottenere un documento di identità. Poi, una
volta entrati, possono vedere quel che rimane delle loro case e le condizioni
terribili in cui i militari mantengono il controllo della città. I cecchini sono
ovunque, le ambulanze non riescono a passare perché sono bersagliate dai soldati.
L’unico ospedale, il Falluja General Hospital, funziona a stento perché per arrivarci
bisogna superare i check points.
La vita a Falluja è un racconto dell’orrore. La maggior parte degli abitanti
sono profughi sparsi nei paesini alla periferia della città e lo saranno ancora
per un po’. L’ultima stima che ho sentito è che solo 25.000 persone o poco più
sono tornate, in una città che contava 350.000 abitanti.
Gli Stati Uniti hanno dichiarato che lo scopo dell’assalto a Falluja era di sradicare
la resistenza armata. Un obiettivo strategico che può dirsi raggiunto?

Molti combattenti avevano lasciato la città ancora prima che l’assedio cominciasse,
l’hanno ammesso anche i soldati. Quindi delle circa 3.000 persone uccise, la grande
maggioranza erano civili. Falluja è stata dichiarata zona “a fuoco libero”, il
che significa che si faceva più distinzione fra civili e combattenti. Una chiara
violazione del diritto internazionale.
Per quanto riguarda gli obiettivi di “estirpare i combattenti” e di portare “sicurezza
e stabilità” per le elezioni, possiamo vedere che nessuno dei due è stato raggiunto.
Si è semplicemente contribuito a diffondere la resistenza nel paese. C’è una sorta
di mini-Falluja a Ramadi dove invece di dividere la città come hanno fatto a Falluja,
i soldati Usa stanno passando quartiere per quartiere. In pratica, quando una
zona viene colpita, i combattenti si spostano in un’altra, per poi tornare dov’erano
quando le truppe vanno via.
Useranno la stessa strategia anche a Samara, Bakuba, Bayji, Mosul ed anche in
alcune zone di Baghdad: mano pesante per combattere la resistenza. Ma così non
si fa altro che diffondere la resistenza in altre aree del Paese.
Intende dire che singole persone vanno in altre città per reclutare nuovi adepti
o che gli orrori perpetrati degli Stati Uniti suscitano ostilità tali da spingere
la gente ad unirsi alla resistenza?
Entrambe le cose. La maggior parte dei combattenti sa quando gli Usa stanno per
sferrare un nuovo attacco e se ne vanno. Una delle tattiche basilari della guerriglia
è che non si attacca mai quando tutti se lo aspettano, si attacca quando nessuno
se l’aspetta. I miliziani non cercano lo scontro aperto. C’è un’altra cosa da
considerare: se io e te siamo fratelli in una cultura di tipo tribale come in
Iraq, se qualcuno ti uccide io devo vendicare la tua morte per non disonorare
la famiglia. Se consideriamo che più di 100.000 iracheni sono morti a seguito
dell’occupazione. la maggior parte per mano delle forze occupanti, basta fare
un calcolo per sapere quanta gente possa appartenere alla resistenza.
Due settimane fa, ufficiali Usa hanno rilasciato dichiarazioni trionfali su come
le truppe di terra irachene abbiano sedato una rivolta aiutate dall’aviazione
americana. Le pare una svolta?

No, credo sia semplicemente una strategia propagandistica usata dalle truppe
in Iraq e gonfiata dai media negli USA. Ci sono discrepanze enormi nei fatti riportati.
Ricorda molto una situazione accaduta a Samara del dicembre 2003: i soldati
statunitensi dicevano di essere stati attaccati da un grande contingente di combattenti
e che 48 persone erano state uccise. Poi come per magia durante la notte il numero
è salito a 54. Mi sono recato a Samara personalmente. Ho parlato con i dottori
dell’ospedale, sono stato all’obitorio, ho parlato coi civili presenti sul luogo
dell’attacco. Tutti hanno dichiarato che le persone uccise erano 8 e tutti civili.
Fu una tipica azione di propaganda montata dai soldati per nascondere il loro
errore: erano stati attaccati ed avevano ucciso dei civili. La confusione è enorme
e ci vorrà molto tempo prima che si conosca la verità. Ma appare già sufficientemente
chiaro che la verità sarà ben diversa dalle dichiarazioni ufficiali rilasciate
dalle forze militari.