12/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Dahr Jamail, giornalista non embedded, racconta la vita della gente di Falluja
Per quale ragione i suoi servizi sembrano offrire una visione diversa, rispetto agli altri media, di quello che succede in Iraq? Dahr Jamail
In passato avevo già notato le differenze tra la stampa allineata al governo Usa ed i giornalisti indipendenti, i media alternativi e quelli stranieri. Queste differenze mi diventavano sempre più difficili da accettare, finché nel novembre del 2003 ho deciso di recarmi personalmente in Iraq. Mi trovavo a Falluja durante l’assedio di aprile 2004, poi ci sono tornato ancora più volte per fare dei servizi. Non sono riuscito ad andarci a novembre perché i militari avevano chiuso la città, che tutt’ora per i giornalisti rimane off limits. Ho ottenuto le mie informazioni intervistando i profughi o grazie a colleghi che sono entrati ed usciti.
La vita lì è tremenda. Almeno il 65% degli edifici è stato raso al suolo e quelli rimasti in piedi sono gravemente danneggiati. Manca l’acqua, l’elettricità e ovviamente il lavoro. La gente che vuole tornare in città deve sottoporsi al controllo della retina e delle impronte digitali per ottenere un documento di identità. Poi, una volta entrati, possono vedere quel che rimane delle loro case e le condizioni terribili in cui i militari mantengono il controllo della città. I cecchini sono ovunque, le ambulanze non riescono a passare perché sono bersagliate dai soldati. L’unico ospedale, il Falluja General Hospital, funziona a stento perché per arrivarci bisogna superare i check points.
La vita a Falluja è un racconto dell’orrore. La maggior parte degli abitanti sono profughi sparsi nei paesini alla periferia della città e lo saranno ancora per un po’. L’ultima stima che ho sentito è che solo 25.000 persone o poco più sono tornate, in una città che contava 350.000 abitanti.
 
Gli Stati Uniti hanno dichiarato che lo scopo dell’assalto a Falluja era di sradicare la resistenza armata. Un obiettivo strategico che può dirsi raggiunto?
Vittime civili a FallujaMolti combattenti avevano lasciato la città ancora prima che l’assedio cominciasse, l’hanno ammesso anche i soldati. Quindi delle circa 3.000 persone uccise, la grande maggioranza erano civili. Falluja è stata dichiarata zona “a fuoco libero”, il che significa che si faceva più distinzione fra civili e combattenti. Una chiara violazione del diritto internazionale.
Per quanto riguarda gli obiettivi di “estirpare i combattenti” e di portare “sicurezza e stabilità” per le elezioni, possiamo vedere che nessuno dei due è stato raggiunto. Si è semplicemente contribuito a diffondere la resistenza nel paese. C’è una sorta di mini-Falluja a Ramadi dove invece di dividere la città come hanno fatto a Falluja, i soldati Usa stanno passando quartiere per quartiere. In pratica, quando una zona viene colpita, i combattenti si spostano in un’altra, per poi tornare dov’erano quando le truppe vanno via.
Useranno la stessa strategia anche a Samara, Bakuba, Bayji, Mosul ed anche in alcune zone di Baghdad: mano pesante per combattere la resistenza. Ma così non si fa altro che diffondere la resistenza in altre aree del Paese.
 
Intende dire che singole persone vanno in altre città per reclutare nuovi adepti o che gli orrori perpetrati degli Stati Uniti suscitano ostilità tali da spingere la gente ad unirsi alla resistenza?
Entrambe le cose. La maggior parte dei combattenti sa quando gli Usa stanno per sferrare un nuovo attacco e se ne vanno. Una delle tattiche basilari della guerriglia è che non si attacca mai quando tutti se lo aspettano, si attacca quando nessuno se l’aspetta. I miliziani non cercano lo scontro aperto. C’è un’altra cosa da considerare: se io e te siamo fratelli in una cultura di tipo tribale come in Iraq, se qualcuno ti uccide io devo vendicare la tua morte per non disonorare la famiglia. Se consideriamo che più di 100.000 iracheni sono morti a seguito dell’occupazione. la maggior parte per mano delle forze occupanti, basta fare un calcolo per sapere quanta gente possa appartenere alla resistenza.
 
Due settimane fa, ufficiali Usa hanno rilasciato dichiarazioni trionfali su come le truppe di terra irachene abbiano sedato una rivolta aiutate dall’aviazione americana. Le pare una svolta? Bambina di Falluja
No, credo sia semplicemente una strategia propagandistica usata dalle truppe in Iraq e gonfiata dai media negli USA. Ci sono discrepanze enormi nei fatti riportati.
Ricorda molto una situazione accaduta a Samara del dicembre 2003:  i soldati statunitensi dicevano di essere stati attaccati da un grande contingente di combattenti e che 48 persone erano state uccise. Poi come per magia durante la notte il numero è salito a 54. Mi sono recato a Samara personalmente. Ho parlato con i dottori dell’ospedale, sono stato all’obitorio, ho parlato coi civili presenti sul luogo dell’attacco. Tutti hanno dichiarato che le persone uccise erano 8 e tutti civili. Fu una tipica azione di propaganda montata dai soldati per nascondere il loro errore: erano stati attaccati ed avevano ucciso dei civili.  La confusione è enorme e ci vorrà molto tempo prima che si conosca la verità. Ma appare già sufficientemente chiaro che la verità sarà ben diversa dalle dichiarazioni ufficiali rilasciate dalle forze militari.
Continua ...
Categoria: Guerra
Luogo: Iraq