14/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Nessuna risposta dall’inchiesta sulla proliferazione nucleare
mohammed el-baradei“Gli Stati Uniti, nel nome della guerra al terrorismo e con gli slogan della libertà e della democrazia, hanno aggredito il mondo musulmano. Hanno sparso il sangue dei popoli dell’Iraq, dell’Afghanistan e della Palestina. Non si fermeranno prima di aver sottomesso tutto il mondo islamico e questo avviene nel silenzio di una parte dello stesso mondo musulmano. Il fallimento d’Israele in Palestina e degli Usa in Iraq e Afghanistan dimostrano però che il mondo islamico si può opporre con successo ai disegni statunitensi e che bisogna resistere in ogni luogo e in ogni forma a questa aggressione”.

Non è andato per il sottile Ali Khamenei, guida suprema della rivoluzione in Iran, nel commentare le notizie che giungono da Vienna. Per oggi, infatti, era attesa la pubblicazione del rapporto finale sull’inchiesta che l’Agenzia Internazionale per la Sicurezza Nucleare (AIEA), che ha sede nella capitale austriaca, sta conducendo sulla produzione di uranio arricchito in Iran che Stati Uniti e Israele sostengono abbia scopi militari. La riunione dei governatori, massimo organo esecutivo dell’Agenzia delle Nazioni Unite, non ha raggiunto alcuna conclusione.

“L’inchiesta internazionale sul programma nucleare dell’Iran non ha un termine preciso per la sua conclusione”, ha dichiarato Mohammed El-Baradei, direttore generale dell’AIEA, “il procedimento è tuttora aperto e sarà conclusa solo quando lo riterremo opportuno”. L’indagine va avanti dal febbraio 2003 e, pur non essendo stato trovato alcun elemento che avvalori le accuse di Londra e Washington a Teheran, va avanti. “L’Iran chiede delle date certe”, ha sottolineato Huseyn Mousavian, capo delegazione dell’Iran a Vienna, “abbiamo sospeso la costruzione di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio da tempo e di nostra spontanea volontà, ma non lo faremo in eterno. Vogliamo delle risposte. Abbiamo firmato il Trattato di non Proliferazione Nucleare che spalanca il nostro Paese alle ispezioni dell’AIEA, non abbiamo nulla da nascondere”. 

ayatollah khamenei
Sembra di rivivere i giorni precedenti all’attacco all’Iraq quando il predecessore di El-Baradei all’AIEA, Hans Blix, nel dicembre del 2003 sottolineava come in Iraq le ispezioni non avessero trovato nulla di proibito, cioè quelle armi di distruzione di massa che il governo degli Stati Uniti riteneva in possesso di Saddam Hussein. Il pericolo che le stesse, mai trovate, potessero essere usate per attaccare l’Occidente, fu una delle principali giustificazioni dell’invasione dell’Iraq. L’Iran teme che lo stesso copione sia pronto per il regime degli ayatollah.

“Se all’Iran viene consentito di sviluppare il suo programma nucleare”, ha aggiunto Aaron Zievi Farkush, capo dei servizi segreti militari d’Israele in un’intervista al quotidiano Ha’aretz, “entro maggio del 2005 Teheran sarà in grado di avere una bomba atomica. Questo non vuol dire possederla, ma vuol dire avere tutto l’occorrente per costruirla senza l’aiuto di Paesi terzi”. Anche Israele quindi ha gli stessi timori degli Stati Uniti, ma l’Iran, attraverso il suo portavoce a Vienna, “è convinto che tutta la polemica sia strumentale e rivolta al rovesciamento del governo iraniano”.

Certo le minacce di Khamenei, che ha parlato per ore a Radio Teheran, in occasione del Mab’as, la festività islamica che festeggia l’incoronazione di Maometto come ultimo profeta, non aiutano a rasserenare gli animi. Come viene vissuta questa vicenda nel Paese? Lo chiediamo a Piruz, un artista che vive e lavora a Teheran.

“Come pensare a tutto quello che ha detto oggi l’ayatollah Khamenei con serenità”, dice Piruz, “visto e considerato quello che sta succedendo in Iraq. La sensazione è che, non avendo trovato nessuna prova concreta, la famosa ‘pistola fumante’, si voglia prorogare senza fine questa inchiesta nell’attesa che la situazione internazionale diventi favorevole ad un attacco degli alleati che oggi sono impantanati in Iraq”.

Quindi l’opposizione interna al regime, di cui Piruz fa parte da anni, è solidale con il governo dei religiosi? “Tuttaltro, è vero proprio il contrario”, spiega Piruz, “l’opposizione, composta per la massima parte da studenti universitari, lotta con tutte le proprie forze per una riforma laica e democratica dell’Iran. Le nostre battaglie sono quotidiane, dure. Tanti intellettuali, giornalisti, attivisti per i diritti umani sono in carcere per la rivendicazione della libertà che vogliamo per il nostro Paese. Lungi da noi l’idea di appoggiare questo governo, ma allo stesso tempo la soluzione che auspichiamo non è quella di una guerra in casa, che porta solo morte e distruzione”.

piazza azadi a teheran
“Quello che le potenze occidentali non capiscono”, continua Piruz, “è che non comportandosi correttamente con l’Iran, danno un’arma potentissima alla teocrazia. Il messaggio che passa, rispetto alle ispezioni contro il nucleare ad esempio, è quello che Teheran s’impegna a collaborare, loro non trovano nulla, ma pur di sottomettere l’Iran, continuano a lanciare accuse prive di fondamento. Questo fa presa sugli strati più umili della popolazione che, anche solo per il timore di un attacco micidiale come quello che si è abbattuto sull’Iraq, fanno quadrato attorno al regime. Inoltre non si tiene conto che queste accuse, al di là degli strepiti di Khamenei, spaventano gli ayatollah che inaspriscono la repressione di ogni forma di dissidenza interna”.

Cosa ti aspetti dall’Occidente? “Vorrei solo”, dice Piruz, “che l’occidente tenesse un comportamento lineare con gli ayatollah. A volte sembra accettare lo stato di fatto di chi comanda in Iran. Così esponenti del governo di Teheran vengono ricevuti con tutti gli onori in Occidente e con gli ayatollah si fanno affari d’oro. Poi il tono delle dichiarazioni si alza all’improvviso e la situazione sembra degenerare verso la guerra.”

“Questa oscillazione uccide la vera resistenza, quella interna, quella che si batte per le riforme. Non ci servono bombe che cadono sulle nostre case, ma correttezza e chiarezza, anche verso il regime”, conclude Piruz, “in modo che non ci siano scuse e che la democrazia che volete nel mio Paese sia credibile. Mi domando però: se le regole non vengono rispettate da quegli stati che si definiscono democratici, come si pretende che le rispetti un regime come quello degli ayatollah?” 

Christian Elia

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