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Scritto per noi da
Elisa Finocchiaro
Per arrivare al municipio di Turbaco dalla splendida città di Cartagena, la strada è lunga, e alle costruzioni coloniali si sostituiscono polvere e case di lamiera.
Qui troviamo la "Citta delle donne", inaugurata nel 2005 con l' appoggio dell'Acnur, un agglomerato di 100 case abitato da donne sfollate a causa della guerra e della violenza.
Le donne che vivono qui vengono dal dipartimento di Sucre, Bolivar, Cordoba, Magdalena, ma anche da Antioquia e dal Choco. Alcune di loro sono scappate a seguito del Massacro di "El Salado". Ricordato per la particolare crudeltà delle torture, delle decapitazioni e delle uccisioni, perfino di bambini. Il massacro fu commesso nel febbraio del 2000 ad opera del gruppo paramilitare Autodefensas Unidas de Colombia (AUC), e provocò la morte di oltre cento contadini, nonché lo sfollamento di circa trecento persone.
Prima queste donne, con le loro famiglie, vivevano senza acqua ed energia. Inizialmente alcune si rifiutarono di venire a vivere qui. Una notte del 2005 infatti, il marito di una di loro, guardiano presso l'agglomerato, venne ucciso in maniera brutale. Uno degli edifici della "Città delle donne" venne inoltre incendiato nel gennaio del 2007.
Nel 2001 oltre 300 mila persone, soprattutto donne e bambini ‘campesinos', indigeni e afrocolombiani, vennero costrette ad abbandonare le proprie abitazioni a causa della violenza militare. Regolarmente vengono tuttora uccisi e fatti sparire attivisti per i diritti umani e sindacalisti.
Il governo Uribe ha lanciato la campagna di smobilitazione dei gruppi armati con la legge de "Justicia y Paz" del 2005. I paramilitari, macchiatisi di crimini contro l'umanità, se la possono cavare con pene dai cinque agli otto anni, fatto criticato persino dalle Nazioni Unite.
Ora la città delle donne è vigilata da due uomini mandati dal governo. Il governo sta infatti apparentemente attuando delle misure di protezione per le vittime di guerra, le quali tuttavia sembrano non essere soddisfatte. "Ciò che rende insicure le vittime dello sfollamento e della guerra è l'impunita di cui godono i paramilitari. La legge di Justicia y paz ha creato sfiducia nelle istituzioni", dice M., abitante della città.
Il problema più grande sembra essere quello degli ex paramilitari smobilitati, i quali non hanno abbandonato e restituito le armi, ma si sono riuniti in bande criminali e continuano ad operare aggressioni, soprattutto nei confronti di leaders dei movimenti di vittime della guerra.
A Cartagena la presenza di gruppi con radici nel paramilitarismo ("Los Paisas", "Los de Don Mario", "Los Urabeños", "Los 40's", "Aguilas negras"ecc.) dimostrano che esiste una stretta relazione tra coloro che operavano nella struttura dell' Auc e i membri delle nuove bande criminali.
A peggiorare la situazione degli sfollati è anche il disagio socio-economico contro il quale il governo sembrerebbe attuare delle misure, evidentemente non efficaci. Molti ‘desplazados' vivono infatti ai margini della città, in miseria, e subiscono la discriminazione della gente del luogo, che spesso addossa le colpe della miseria agli sfollati stessi, tacciandoli di parassitismo. Alcuni vivono di carità ed economia informale e per questo vengono ancora più stigmatizzati. I dati ufficiali delle organizzazioni di cooperazione internazionale registrano più di tre milioni di sfollati dei quali sembrerebbe che il 98 percento viva in stato di povertà e l' 82 in indigenza. Cartagena è una delle città più ricettrici di sfollati, registrandone più di 61.000, secondo i dati del 2009.
"Avete intenzione di tornare a casa?" domando alle donne. "Il processo di ritorno è difficile, non ci rimane più nulla lì, che torniamo a fare? Lo Stato non ci dà alcuna garanzia ed io non mi sento sicura. Le vittime di sfollamento di massa sono state tutte registrate, e per questa ragione ci sentiamo più sotto controllo, più vulnerabili...".
Per capire un po' meglio in che contesto vivono di solito gli sfollati, ci spostiamo nel barrio (il quartiere) "Nelson Mandela", fondato nel '94, risultato dell'occupazione di una terra dello Stato. Qui ci vivono 40.000 persone, delle quali circa il 70 percento è costituito da sfollati. Tutto di fango e immondizia, Nelson Mandela ha quasi l'aspetto di uno di quei campi rifugiati ormai sedimentati, con le abitazioni fatte di pezzi di plastica e lamiera; è inoltre un barrio molto violento, "in dieci anni di esistenza si sono verificati circa ottocento assassinii", afferma Danilo. Sfollato dall' 84, Danilo è uno dei fondatori del Nelson Mandela e attualmente continua militando in movimenti per i diritti degli indigeni sfollati, soprattutto con la "Asociacion campesina Ambarema". Danilo ha studiato diritto. Nella modesta abitazione vengono all'occhio i molti libri, che colpiscono in una casa fatta di latta e teli di plastica. Qui Danilo ci vive con la moglie e i cinque figli. Il loro nido è composta duna stanza, una cucina e un bagno all'aperto. Il figlio dodicenne che sta friggendo bunuelos e sogna di andare all'università ascolta il padre attentamente, con l'espressione seria: "Ci perseguitano perché finché saremo vivi reclameremo i nostri diritti".
La prima lotta di Danilo nel barrio fu per la gestione dell' immondizia, che veniva accumulata causando malattie respiratorie di cui morirono anche dei bambini. Nel '97 cominciarono una serie di manifestazioni per chiudere la discarica. Uno dei tre leader dell' organizzazione venne ucciso e così Danilo si ritrovò a scappare per la terza volta in vita sua, per non fare la stessa fine. Il clima non gli permetteva di rimanere a Nelson Mandela con la famiglia. Ma da qualche anno hanno deciso di ritornare, sentendosi relativamente più protetti. Ci sono infatti poliziotti ad ogni angolo, che cercano di mantenere la situazione sotto controllo. Come mai anche lo Stato ammette il bisogno di controllo da parte delle forze dell'ordine? Perché nel barrio vivono paramilitari che continuano ad agire con le stesse modalità della guerra, riformatisi in gruppi che controllano il microtraffico di droga ed il territorio. Ma la militarizzazione non è certo la ricetta per diminuire la violenza, spiega Danilo: "E' il clima di impunità che si respira in Colombia ad incoraggiare gli ex paramilitari ad agire e a minacciare i movimenti di lotta per i diritti e a controllare violentemente il territorio".
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