30/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



La missione umanitaria capitanata da Piedad Cordoba e sostenuta dal Brasile ha fatto centro. In un luogo non meglio precisato del Caquetà è stato rilasciato il sergente 32enne

Pablo Emilio Moncayo, prigioniero delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia da 12 anni, è libero. Alle 13 ora locale, le 20 in Italia, i portavoce della Ong Colombiani e colombiane per la Pace presenti all'aeroporto di Florencia, capitale del Caquetá, hanno
dichiarato che l'annunciata e tanto rimandata liberazione era cosa fatta. Il giovane militare è stato affidato alla mediatrice Piedad Cordoba, presidente della Ong, e alla missione umanitaria di cui fanno parte altri due esponenti dell'organizzazione umanitaria, la Croce Rossa e monsignor Leonardo Gómez della Chiesa Cattolica. La liberazione è avvenuta in un punto non meglio identificato dello stato amazzonico, luogo di guerriglia, già teatro di molte altre fasi ormai storiche della guerra colombiana, non ultimo il rapimento della franco-colombiana Ingrid Betancourt.
Consegnate anche le coordinate per il recupero dei resti di Guevara, il militare morto in cattività tre anni fa, che avverrà giovedì prossimo.

Ad attendere Pablo Emilio all'aeroporto della capitale caquetana la famiglia al completo. Descriverne la felicità, impossibile. L'atterraggio dell'elicottero brasiliano in quella pista circondata dal verde intenso della porta dell'Amazzonia è stato commovente. Unico l'abbraccio con il padre, la madre, la sorella. I parenti. Gli amici. (Qui il video dell'arrivo dell'elicottero della libertà). In segno di pace, il giovane fisicamente in buone condizioni, sorridente e luminoso, ha tagliato le simboliche catene che il padre da tempo porta ai polsi durante tutti gli incontri pubblici. Poi ha detto: "Quello che io posso dire sulle Farc non credo che possa cambiare la storia della Colombia. Però semplicemente esiste, sono una realtà, non si può negarne l'esistenza come più ci pare. Anche se spesso sembrano invisibili, le Farc ci sono, sono lì".

"Stavo servendo la cena, quando suonò il telefono. Saranno state le sette di sera. Era il 21 dicembre 1997. Al telefono un parente. Mi diceva che avevano attaccato il colle di Patascoy e che stavano scendendo soldati morti. Gustavo, che stava finendo di partecipare a una novena di Natale, in una zona di campagna, appresa la notizia rimase immobile. Ecco quel giorno è iniziato il dramma di tutta la famiglia Moncayo e il mio, Maria Estela Cabrera, madre del sergente Pablo Emilio Moncayo Cabrera, sequestrato insieme a 17 colleghi 12 anni e tre mesi fa dalle Farc". Così la madre aveva raccontato solo ieri alla rivista colombiana Cambio quel giorno tragico e devastante. Parole rilasciate però con un dolce senso di sollievo, dovuto al fatto di aver appena saputo che la liberazione, questa volta, sarebbe stata davvero imminente, tangibile.

Erano 147 mesi che Maria Estela non vedeva suo figlio, del quale sapeva soltanto che era vivo. Una non vita, la sua, in attesa, in sospeso, con il cuore rotto, le lacrime in bilico, il fiato corto. Una non vita che finalmente è finita. Almeno per questa famiglia: con la liberazione di Josué Calvo, avvenuta domenica, e quella di oggi, sono ancora 21 gli uomini che restano nelle mani della guerriglia, fra militari e poliziotti, e la loro liberazione arriverà soltanto con un scambio equo: sequestrati in cambio di prigionieri Farc. La guerriglia è stata chiara: niente più liberazioni unilaterali, però "siamo disposti a incontrare il governo in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento", spiega lo Stato maggiore. Con Uribe che ribatte: "siamo disposti a liberare i prigionieri, se assicurano di rinunciare alle armi". Che ci si avvii finalmente verso un dialogo costruttivo?

In questi lunghi anni ne hanno fatte di cose i genitori di Pablo per far sì che nessuno a Palazzo Narino, a Bogotà, nell'intera Colombia, e nel mondo, si dimenticasse di suo figlio. Prigioniero fra tanti, giovane come pochi. Aveva soltanto 20 anni quando venne preso. La guerra colombiana gli ha portato via gli anni migliori.
"Siamo andati spesso a Bogotà", ha raccontato la madre, spiegando come, davanti ai cancelli del governo abbiano chiesto udienza a Pastrana, prima, a Uribe, poi. Giorni, mesi, anni di attesa. E la gente che non capiva, che passava indifferente, spietata. "Nessuno può conoscere il dramma che vivono i familiari di un sequestrato", ha ripetuto all'infinito la donna. Le ferite del cuore sanguinano ogni giorno di più quando la vita di un figlio è in sospeso, ma questa famiglia non ha voluto mai cedere. Il padre di Pablo, Gustavo Moncayo, nel decimo anno della sparizione di suo figlio, di fronte all'ennesimo aut aut di Uribe, all'ennesimo atteggiamento di intransigente indifferenza del governo, ha persino deciso di percorrere a piedi centinaia di chilometri, da Sandoná a Bogotá, con la catena al collo, ai polsi, nel cuore, pur di fare qualcosa. Richiamare l'attenzione era l'imperativo.
E ci riuscì: quel professore divenne il Camminatore per la pace conosciuto in tutto il mondo. Non solo portò alla luce la tragedia di suo figlio, ma quella di tutti i sequestrati, e della Colombia intera, piegata da 40 anni di guerra, da 400mila vittime e da 4 milioni di sfollati interni. Il padre di Pablo si è dedicato anima e corpo alla causa dei sequestrati, alla causa della pace. E il suo tam tam ha sortito effetti importanti sull'opinione pubblica colombiana, spesso distratta per istinto di sopravvivenza.
Le continue delusioni hanno logorato la famiglia, l'hanno divisa, ma mai spezzata. "Quando il 28 giugno 2001 la guerriglia liberò a La Macarena, nel Meta, 310 militari, pensavamo ci fosse anche Pablo. Non fu così". E il dolore fu enorme. Il medesimo provato esattamente un anno fa, il 16 aprile 2009, quando le Farc annunciarono che Montayo sarebbe stato liberato assieme ai resti del maggiore Guevara. Nuova illusione, nuova delusione. Da allora Uribe ha tentato in ogni modo di ritardare il gesto umanitario delle Farc, mettendo i bastoni fra le ruote alla mediatrice Piedad Cordoba a ogni passo.

E oggi è il grande giorno. Mamma Estela era da tempo che contava le ore. I minuti. Aggrappata alle comunicazioni della Croce Rossa, alle rassicurazioni di Cordoba, alle mosse della commissione di liberazione, e alle prove di sopravvivenza del figlio, l'unico contatto diretto con lui in dodici anni. Lettere, d'amore, di speranza, di commozione, a cui la famiglia Moncayo, e come lei tutti i familiari che hanno vissuto e vivono il medesimo dramma, si è aggrappata come un naufrago a un salvagente.
Che questa volta fosse diversa da tutte le altre, la mamma di Pablo lo sapeva comunque da tempo. E non per le rassicurazioni ufficiali o i proclami delle Farc. "Il mio cuore di mamma me lo dice che presto lo rivedrò", aveva detto. E così è stato. Il cuore di una madre difficilmente sbaglia.

 

Stella Spinelli

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