04/04/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Reportage dal sud del Senegal, dove un conflitto a bassa intensità prosegue da 28 anni. Ignorato dal mondo

Quattro militari uccisi e un numero imprecisato di sfollati. Questo è il bilancio dell'offensiva lanciata dall'esercito senegalese giovedì 18 marzo, su alcuni villaggi a sud di Ziguinchor, capoluogo della Casamance. A distanza di giorni, la popolazione della zona vive ancora nel terrore: bambini e insegnanti convivono nel panico di essere colpiti dalle bombe che cadono non lontano dai loro istituti, mentre uomini e donne, il cui sostentamento dipende dalla vendita e dal commercio dei prodotti della brousse, la foresta, hanno paura di inoltrarvisi e rimanere vittima delle imboscate dei ribelli o delle pallottole dell'esercito. E anche quando finiranno gli scontri, rimarrà il problema delle mine.

Ricominciare i colloqui di pace? Dopo le otto di sera Ziguinchor si circonda di villaggi fantasma, per via del coprifuoco che i loro abitanti stanno mettendo in pratica spontaneamente. La gente si sente abbandonata, dimenticata dal governo e dalle organizzazioni umanitarie. Il bombardamento dell'esercito è cominciato dopo l'arresto di mercoledì 17 di due capi ribelli del Movimento delle Forze Democratiche della Casamance (Mfdc), il gruppo armato indipendentista che combatte nella regione. Secondo la polizia, i dissidenti arrestati sono sospettati di aver eseguito delle rapine a mano armata vicino alla frontiera gambiana, nonché un attacco contro una postazione militare che è costata la vita a un soldato all'inizio di marzo. Le scuole hanno deciso di rimanere aperte nonostante il pericolo; ma molte famiglie sono scappate. Altre, attendono di tornarci da 28 anni, dall'inizio cioè di questo conflitto. Guerra che ora il presidente Abdoulaye Wade sembra aver deciso di risolvere definitivamente, o almeno vuole dimostrare di volerlo fare. In questi giorni una polemica sta coinvolgendo il governo con i vertici dell'ala moderata del movimento dei ribelli: entrambe le parti rivendicano come propria l'intenzione di ricominciare i colloqui di pace.

Ma la società civile è preoccupata dell'ipotetica escalation delle violenze nella regione, che non è cosa nuova. Nei mesi scorsi il conflitto si era infatti riacceso, e tra agosto e l'inizio di ottobre 7 militari e 10 civili sono stati uccisi. Anche se il Movimento ribelle negava la responsabilità di queste azioni e si ipotizzava che fossero stati episodi di banditismo, gran parte dell'opinione pubblica ha pensato che a sferrare quegli attacchi fossero stati di nuovo gli esponenti di alcune frange dell'Mfdc. Il conflitto, iniziato ufficialmente nel 1982, sembrava essersi domato dopo il trattato di pace del 2004, che evidentemente ha fallito. Trattandosi di una guerra "a bassa intensità", quella in Casamance si inserisce nell'elenco dei conflitti dimenticati, come tanti altri soprattutto in Africa. Che ha causato però finora 4 mila morti e quasi 11 mila sfollati

Per Dakar è terra di "selvaggi", ma è miniera di risorse. Estesa tra il Gambia e la Guinea-Bissau, la Casamance si ritrova territorialmente isolata dal resto del Senegal. Da qui l'errore in passato delle autorità senegalesi di considerare il conflitto solo come la conseguenza di un'anomalia geografica coloniale. Ma l'isolamento di cui si sentono vittima gli abitanti di questa zona, in prevalenza Jola, non è solo territoriale. A generare scontento è infatti la percezione di essere soggetti a una dominazione nordista, trascurati e discriminati dal governo centrale e dal resto della popolazione, che li considera dei "selvaggi" anche a causa dei rituali animisti che tuttora praticano. La Casamance è la zona più fertile del Senegal. Qui il riso si sostituisce al miglio, mentre la savana lascia il posto a paludi e a lussureggianti foreste che, anche se in via di esaurimento per lo sfruttamento indiscriminato, forniscono Dakar di carbone vegetale. Analogamente la capitale si arricchisce grazie all'arachide, al cotone, alla "yamba" (la canapa locale) e alla pesca di questa regione. A completare il quadro, qualche giacimento di petrolio e spiagge da cartolina che attirano molti turisti. I casamancesi denunciano la distruzione dell'ambiente naturale e il fatto di essere depredati dal governo. Ciò impedisce loro di trarre vantaggio dalle proprie risorse: quelle ittiche sono sfruttate da flotte straniere, mentre le colture locali, come la frutta (manghi e arance), non trovano un mercato adeguato. L'alternativa alla disoccupazione per i giovani di questa regione, che tra l'altro possiedono il più alto livello di istruzione rispetto agli altri gruppi etnici, è l'emigrazione verso Dakar. Oppure, la ribellione o il banditismo.

Le origini del Movimento. Sostenuti da un malcontento di origine coloniale, da una retorica di esclusione e da oggettive differenze, oltre che territoriali, anche sociali e culturali rispetto ai gruppi etnici del Nord del Senegal (vedi SCHEDA), alcuni Jola si organizzarono: nel 1947 nacque l'Mfdc. Leader spirituale del Movimento era l'abate Augustine Diamacoune Senghor. L'Mfdc delle origini non mirava all'indipendenza della Casamance, considerandola anzi contro il proprio interesse. Ma la scarsa attenzione che il governo di Léopold Sedar Senghor prima, e di Abdou Diouf poi, prestarono alla loro causa, fece cambiare le cose: mentre una parte del Movimento entrò a far parte del governo, un'altra ala se ne distaccò (il Mac, Movimento Autonomo della Casamance) e cominciò a avanzare rivendicazioni indipendentiste. L'incarcerazione di Augustine Diamacoune Senghor e la repressione nel sangue da parte del governo di una manifestazione pacifica nel 1982 fece precipitare la situazione. La popolazione della zona a questo punto aderì unanime alla causa indipendentista, e tanti di quei manifestanti entrarono nelle file dell'Mfdc. Il conflitto si radicalizzò e la frangia estrema impugnò le armi. A sostenerli più o meno velatamente furono la Guinea-Bissau, dov'è molto radicata la popolazione Jola e sul cui confine i ribelli si addestrano, e il Gambia.
Nel 1999 si aprirono le negoziazioni tra il Movimento e il governo senegalese, sotto l'arbitrato di questi due Paesi. Nel 2000 Abdoulaye Wade fu eletto Presidente del Senegal, e fece della soluzione del conflitto uno dei suoi cavalli di battaglia. Il primo atto concreto si ebbe con l'accordo di pace di Ziguinchor nel dicembre 2004. Peccato che in quella occasione non fossero presenti le fazioni più radicali in cui l'Mfdc si era ulteriormente frazionato negli anni precedenti. Dall'altra parte, era assente lo stesso Presidente Wade, che aveva delegato al suo posto il Ministro dell'Interno. Questo accordo sbloccò in ogni caso molto denaro che era stato stanziato dalla comunità internazionale per investire sul potenziale agricolo e turistico della regione.

Un silenzio eloquente. Apparentemente la comunità internazionale non sembra interessata alla Casamance. Solo gli Stati Uniti e la Francia, con l'obiettivo di mantenere in Senegal un punto di influenza, hanno finanziato il governo senegalese nella lotta contro i ribelli. Nello stesso tempo, però, hanno contribuito a mantenere il silenzio su questo conflitto, che finché mantiene un basso profilo facilita lo sfruttamento del territorio. Ambigua anche la posizione del governo senegalese: pubblicamente impegnato per la pace, è forse realmente interessato anch'esso a mantenere instabile la regione per meglio sfruttarla, o per pressioni esterne. A causa di questo intenzionale silenzio e della molteplicità di interessi che dietro di esso si nasconde, la situazione in Casamance rimane difficile da comprendere; forse anche perché le azioni di banditismo, che spesso si affiancano alle azioni dei ribelli, confondono ancor più le idee. Ma intanto, nell'omertà generale, in questa zona dell'accogliente e pacifico Senegal sconosciuta ai più, della persone innocenti continuano a morire.

Luciana De Michele

Parole chiave: casamance, senegal
Categoria: Guerra
Luogo: Senegal