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Solo il tempo dirà se è vera gloria, ma dopo più di un milione di morti e una diaspora che ha spezzato il cuore della società civile irachena, per la prima volta si torna a immaginare una società plurale in Iraq.
Ci sono voluti venti giorni alla Commissione Elettorale di Baghdad per annunciare la vittoria di misura - 91 seggi contro 89 - della formazione Iraqyia di Iyad Allawi sul blocco Alleanza per lo Stato di Diritto del premier uscente Nouri al-Maliki. Questo ultimo, ancora ieri, non ha riconosciuto la sconfitta, parlando di "risultati parziali". Non è così e la richiesta di al-Maliki di riconteggiare i voti manualmente scheda per scheda è stata ritenuta irricevibile dalla Commissione. Adesso si apre una fase d'instabilità: Allawi ha un mese di tempo per formare il suo esecutivo, oltre quella data l'incarico passerebbe nelle mani del nuovo presidente della Repubblica che verrà eletto con i due terzi dei voti del Parlamento.
Il voto del 7 marzo scorso è un segnale forte. L'affluenza alle urne, il 62,5 percento degli aventi diritto, è un dato invidiabile da tante conclamate democrazie solide. Il popolo iracheno, dopo anni di violenza e orrore, vuole tornare a vivere. La maggioranza dei voti (altro segnale importante) è andata all'unica lista che del laicismo e del pluralismo etnico ha fatto il centro della sua campagna elettorale. Il secolare spirito iracheno, dopo anni di conflitti interconfessionali, sembra tornare alla ribalta.
Le buone notizie, però, finiscono qui. L'atteggiamento dell'uomo che ha guidato il Paese negli ultimi cinque anni, dopo aver vinto le uniche elezioni parlamentari prima di queste tenute nel 2005 dopo l'ivasione del 2003, non ha riconosciuto i risultati. Segnale evidente di nervosismo da parte di Maliki, mollato da Usa, Ue e Onu, che si sono affrettati a riconoscere la trasparenza del voto. Maliki, dopo la vittoria delle amministrative dello scorso ano, era sicuro di vincere. Ma troppi errori ha commesso in questi anni e il popolo non ha perdonato. In primis l'uso spregiudicato delle milizie al-Shawa, sunnite, determinanti per cacciare i miliiani di al-Qaeda dal Paese e riportare l'ordine nel Paese. Dopo averle usate, Maliki le ha scaricate, rimangiandosi la promessa di reintegrarle nell'esercito. Ha ceduto alle pressioni degli sciiti radicali e dei curdi, che non ne volgiono sapere di sanniti armati. Stessa mossa sporca nei confronti dei sanniti candidati: con l'uso strumentale della Commissione di debaathificazione ha tentato di bloccare 500 candidati. Solo 145 sono rimasti fuori, ma solo per le pressioni Usa. Inoltre Maliki si è distinto, meritandosi l'appellativo di ‘dittatore', nella censura dei media. Livore dovuto in parte agli scandali denunciati, come il business degli appalti e lo scambio armi per voti con le milizie sciite più radicali. Sul giudizio sul suo operato ha pesato anche l'impunità garantita dal suo governo ai militari Usa per le stragi di civili, su tutte quella di Haditha a novembre 2005 (24 civili massacrati per rappresaglia) e dei contractors della Blackwater.
Detto del suicidio politico di Maliki, Allawi non rappresenta certo una ventata di aria fresca. Laico si, al contrario di Maliki, espressione del partito religioso sciita al-Dawa (nato in chiave anti comunista negli anni Cinquanta), Allawi (sciita di 66 anni) non ha un curriculum intonso. Nelle file del partito Ba'ath negli anni Sessanta, partecipa al golpe che porta il partito al potere nel 1968. Poi si allontana dall'Iraq, prima in Libano e poi in Gran Bretagna. Dissidi con la dirigenza lo portano a tentare un colpo di Stato prima a metà degli anni Settanta, poi all'inizio degli anni Novanta. Saddam manda i sui sicari per ucciderlo, ritenendolo un agente dei servizi segreti britannici. Sopravvive e fonda l'Iraqi National Accord, think thank di iracheni della diaspora che gode dell'appoggio della Cia e del governo Usa. E' tra coloro che sostiene la teoria (rivelatasi infondata) delle armi di distruzione di massa di Saddam. Torna in Iraq nel 2003, al seguito delle truppe Usa, e nel 2004 diventa premier. Spazzato via dalle elezioni, paga l'orrore dell'assedio di Falluja, avvenuto durante il suo premierato fantoccio. Si fa da parte e prepara la lista Iraqyia, puntando sul ritorno della laicità. E vincendo.
I problemi, però, arrivano ora. Allawi ha 91 deputati, ma per governare serve una coalizione forte di 163 parlamentari su 325. Gli unici che paiono orientati a dargli retta possono essere i 43 parlamentari dell'Alleanza curda, ma non basterebbero. Inoltre per appoggiarlo, i curdi chiederebbero ad Allawi di cedere a loro i giacimenti di Kirkuk e il controllo di Mosul. Un prezzo politico troppo altro. Maliki, sconfitto alle urne, sembra messo meglio dal punto di vista delle alleanze, potendo puntare all'accordo con l'Alleanza nazionale irachena, sintesi dei radicali sciiti e forti di 70 deputati. L'ayatollah radicale Moqtada a-Sadr, rientrato dall'Iran, ha già fatto sapere che non vuole accordi e gli Usa (che puntano al ritiro di almeno 50mila marines dei 96mila presenti in Iraq entro la fine di agosto) non gradirebbero. Resta una possibilità: l'alleanza tra Allawi e Maliki.
"Occorre un governo forte, capace di prendere decisioni che servano al popolo iracheno e portino stabilità e pace all'Iraq - ha dichiarato Allawi, dopo il voto - Imposteremo negoziati con tutti i blocchi politici, sia quelli che hanno vinto che quelli che hanno perso". Adesso si vedrà, ma il popolo iracheno ha lanciato un segnale forte: vogliono una società laica, dove sunniti, sciiti e curdi, con i cristiani, hanno pari diritto di cittadinanza. Sulle macerie di questa guerra brutale, forse, si è affacciato un futuro che sa di antico.
Christian Elia
Parole chiave: iyad allawi, nouri al-maliki, moqtada al-sadr