Riprendono gli scontri tra esercito e seguaci di al Houthi. Sulla pelle dei civili
Nella
provincia di Sa’adah, nello Yemen nord-occidentale, si combatte da diversi
giorni. Le forze governative hanno stretto d’assedio tutta l’area per dare la
caccia ai gruppi legati alle milizie dei Giovani Fedeli di Hussein al Houthi.
Questa volta, alla guida dei ribelli risulta esserci Badr al Din al Houthi , padre
del predicatore sciita ucciso lo scorso settembre in una sanguinosa operazione
repressiva. L’operazione militare riguarda particolarmente le città di Nashur
e
Ruzamat, ma le notizie che filtrano, da parte dell’esercito, sono lacunose.
Fonti tribali invece parlano di 200 civili feriti o uccisi, mentre i medici
dell’ospedale di Sa’adah hanno confermato la morte di diversi soldati. Le
truppe dell’esercito yemenita conducono l’offensiva bombardando le aree rurali
in cui si rifugiano i ribelli con artiglieria pesante; questo sta provocando
numerose vittime tra i civili non direttamente coinvolti con le parti e
soprattutto un massiccio esodo. Da quando gli scontri sono ricominciati il 19
marzo scorso, sono già centinaia le famiglie sfollate. Senza aiuti, vagano in
cerca di un posto sicuro.

Chi ha rotto la tregua? La gran parte della
popolazione civile di quelle aree è stata colta di sorpresa dall’offensiva
dell’esercito, C’era una tregua da dicembre, concordata tra Abdullah
Al-Ruzami, successore di al Houthi, e il presidente yemenita Ali Abdallah Saleh.
Il
governo accusa i ribelli di aver sparato a più riprese su edifici governativi,
mentre i ribelli hanno accusato l’esercito di aver violato deliberatamente la
tregua e il presidente di non avere mantenuto le promesse che avevano portato
all’accordo
sul cessate il fuoco. In particolare i fedeli di al Houthi criticano il governo
per non avere rilasciato i prigionieri catturati durante gli scontri dello
scorso anno sulle montagne di Maran. In questo scambio di accuse si inseriscono
anche i gruppi salafiti del partito Islah che, secondo alcune opinioni apparse
sulla stampa yemenita, temevano anch’essi la repressione del governo e
avrebbero fomentato l’insorgenza nella provincia di Sa’adah per godere di un
diversivo. Badr al Din al Houthi, in una intervista rilasciata all’inizio di
marzo al settimanale al Wasat, invitava il presidente a rilasciare i
prigionieri e a cessare la persecuzione nei confronti dei seguaci di suo figlio
Hussein, reo a suo avviso, solo di avere incitato i giovani a difendere l’islam
dalle contaminazioni occidentali.
Hussein al Houthi. Lo sciita Hussein al
Houthi era il leader dei ribelli Zaidi, una minoranza tra i musulmani yemeniti.
In
passato, dal ‘93 al ’97, era stato anche un parlamentare del partito al Haq. Al
Houthi aveva più volte accusato il governo per la stretta compromissione con
gli Stati Uniti, specialmente in seguito all’11 settembre. Già nel settembre
2004, quando al Houthi venne ucciso in una operazione dell’esercito yemenita,
diversi analisti avevano sostenuto che la ribellione non si sarebbe con ciò
esaurita. La povertà estremamente diffusa nel Paese (il 42% della popolazione
vive sotto la sogli a della povertà ), le continue promesse mancate del governo
e la facilità del reperire armi sul mercato (stime del governo parlano di 60
milioni di armi su una popolazione di 19 milioni di persone ) hanno reso
fertile il terreno per il reclutamento di nuovi ribelli nei gruppi armati. “Se
il
governo non si impegnerà nelle riforme economiche, lo Yemen – prediceva
Abdullah al Faqih, docente di scienze politiche all’università di Sanaa –
attraverserà un periodo di instabilità e conflitto senza legge. Diveterà una
scuola di terrorismo”.

Il nodo delle riforme. Mohammed al Qadhi, in un
editoriale su Yemen Times, metteva in relazione gli scontri delle ultime
settimane proprio con il problema delle riforme economiche sostenendo che tali
“disordini” scoraggeranno gli investitori locali e stranieri, mettendo in crisi
l’impianto di riforme elaborato del governo e dalla Banca Mondiale. Secondo
l’opposizione invece, questi scontri sarebbero solo una scusa per posticipare
le misure economiche che renderebbero tali riforme impopolari. La stessa Banca
Mondiale in un rapporto del settembre 2004 criticava le autorità yemenite per
“non essere state in grado di approfittare della crescita del prezzo del
petrolio per mantenere la stabilità economica e procedere con le riforme
necessarie ad una economia che non voglia basarsi solo sull’oro nero.” Nel
frattempo, la gente di Hamdan ha lanciato un appello ai media locali e
internazionali perché rompano il silenzio e si attivino per salvare le vite dei
civili: donne, vecchi e bambini ancora in balia dei bombardamenti dell’esercito
governativo.