26/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Gli Usa navigano nel gas naturale. E si stanno chiedendo in che modo usarlo. Ma le grandi compagnie petrolifere credono nel suo futuro

Mentre il prezzo del gas naturale è in caduta libera, gli esperti ci spiegano che l'offerta supera la domanda e invece di greggio ce n'è sempre meno, da qualche mese le più grandi compagnie petrolifere seguono una tendenza ormai delineata: comprano o stringono accordi con società specializzate nell'estrazione di gas negli Stati Uniti, che improvvisamente hanno scoperto di averne a sufficienza per soddisfare oltre un secolo di consumi. Data la quantità di affari conclusi in un tale periodo di magra per il settore, al momento pare una grande scommessa. A meno che loro non ne sappiano di più, prima di noi.

Negli ultimi tre anni, l'industria petrolifera ha investito circa 100 miliardi di dollari per entrare nel mercato del gas. A dicembre si è mossa anche la Exxon, tra le "sette sorelle" la più conservatrice verso le forme di business non tradizionali: ha messo sul tavolo 41 miliardi per far sua la XTO, una delle principali aziende che estraggono gas dallo scisto, con un metodo che ha rivoluzionato il settore. British Petroleum, Statoil, Total, Shell si sono accodate negli ultimi mesi con accordi simili, ognuna cercando di mettere le mani sulle riserve di gas controllate dalla società estrattive.

Il "game-changer", ossia la giocata che spariglia, è una nuova tecnica di estrazione che ha reso accessibili riserve di gas di cui gli Usa, fino a tre anni fa, non sospettavano neanche l'esistenza. Lo shale gas, appunto quello recuperabile dallo scisto, si trova in abbondanza in vaste zone degli Usa nord-orientale, nonché in mezzo Midwest. Con la "fratturazione idraulica" - una trivellazione orizzontale per mezzo di acqua, sabbia e sostanze chimiche sparate a una pressione capace di perforare la roccia - immense quantità di gas sono improvvisamente disponibili, a prezzi di estrazione inferiori a quelli del gas "convenzionale".

Così, una risorsa che si credeva "finita" è ora anche troppo abbondante. "Anneghiamo nel gas", si dice ormai negli Stati Uniti, che grazie allo shale gas diventano il primo Paese al mondo per quantità di riserve. Il problema è che la domanda langue, anche perché la crisi economica morde ancora: e qui, nell'impossibilità di quantificare quanta parte giochi la speculazione, sta la spiegazione nel calo dei prezzi, ora sotto i 4 dollari per British Termal Unit (Btu) contro i 13 abbondanti del 2008.

L'industria energetica americana si sta quindi chiedendo in quale direzione puntare. Ci sono lobbyisti che hanno fatto fortune col petrolio ma ora si sono convertiti al gas. Tra questi il magnate T. Boone Pickens, infaticabile promotore delle virtù di questa risorsa: abbondante, economica, più pulita (rilascia il 25 percento di emissioni nocive in meno rispetto al petrolio, nonché la metà del carbone) e capace di ridurre la dipendenza energetica statunitense dal Medio Oriente. Pickens sogna di convertire l'intera flotta di camion sulle strade Usa (8 milioni di veicoli) al gas, e confida nel fatto che il Congresso approverà entro fine maggio una legge che introduce appositi incentivi per il passaggio al Gpl.

Tuttavia, gli ostacoli per arrivare a tale obiettivo - come l'assenza di una rete di distribuzione negli Usa, nonché il fatto che un serbatoio di Gpl pesa più dell'equivalente per il gasolio - non convincono molti scettici. Più realistico, e già qualche stato (come il Colorado) sta adottando misure a tal proposito, è passare dal carbone al gas per l'alimentazione delle centrali elettriche, o comunque usare il gas come "cuscinetto" per le centrali eoliche e solari, quando il vento è scarso e il sole non splende. Uno studio prevede che nei prossimi 20 anni le centrali useranno il doppio del gas rispetto a ora. Chi ci perde sono le energie rinnovabili: non a caso, con l'attuale basso costo del gas, diversi progetti relativi all'energia eolica si sono arenati.

L'altra incognita è quella ambientale. La tecnica della fratturazione idraulica richiede una quantità smisurata d'acqua: dagli 8 ai 15 milioni di litri per un solo pozzo. Acqua che, data la contaminazione con sostanze chimiche, dopo l'uso va eliminata in qualche modo. Secondo le compagnie estrattive, non c'è pericolo per la salute. Ma i gruppi ambientalisti, e gli abitanti delle zone vicine ai pozzi, non sono d'accordo: il rischio, sostengono, è quello di una contaminazione delle falde acquifere, ed è già successo. Paure condivise dal sindaco di New York, Michael Bloomberg, che vuole proibire questa tecnica estrattiva nel nord dello stato omonimo. Ci vuole veder chiaro anche l'Epa, l'agenzia governativa per la protezione dell'ambiente, che ha appena ordinato uno studio sulle conseguenze della nuova tecnica.

Alessandro Ursic