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“Questo libro è nato da un’immagine: un uomo che torna a casa, dopo trent’anni
all’estero, in pantaloncini da bagno e canottiera. Mio zio. E’ nato anche dai
ricordi di una donna cui miseria, fascismo, guerra, emigrazione hanno dato coraggio
e voglia di vivere. Mia madre”.
L’ultima pagina di un libro, di solito, viene dedicata a saluti, ringraziamenti
e bilanci. Luciana Capretti, giornalista che vive tra New York e Roma, pur rispettando
questa regola, aspetta la fine per far emergere tutto quanto c’è di personale.
Il suo primo romanzo si chiama Ghibli, come il vento caldo del deserto, quello
che arriva una volta l’anno a infuocare l’Africa. Lo stesso che arriva ad infuocare
la Libia.
Proprio di Libia racconta questo romanzo, di un paese che in Italia troppo in
fretta si cerca di dimenticare. Nonostante questo il rapporto è molto più profondo
di quanto si creda o di quanto si insegni nelle scuole di Tripoli.
“Tutto comincia nel 1911 - racconta la Capretti - l’impero turco era in disfacimento
e il governo italiano pensava di fare un sol boccone di una terra che all’epoca
sembrava poverissima, ma che finalmente avrebbe permesso anche all’Italia di sentirsi
una potenza coloniale. I libici invece non furono gli avversari sottomessi che
Roma si aspettava e impegnarono l’Italia in una durissima guerriglia ventennale,
comandata da Omar el Mukhtar. Dopo l’impiccagione di quest’ultimo e una durissima
repressione la sommossa terminò”.
A quel punto comincia una storia, ma non è questa che la Capretti vuole raccontare.
Non fa la storica di mestiere. A lei preme la storia con la esse minuscola, quella
della povera gente, su cui quella con la esse maiuscola passa come un rullo compressore.
"Lo volevo fare per me e per tutti gli emigranti, quelli che in Libia non ci
sono andati per fare dell’Italia una potenza imperiale, ma solo per trovare un’alternativa
a fame e disperazione. Come mia madre e mio zio”.
E qui di storia ne comincia un’altra, quella dei ‘ventimila’. Partirono il 28
ottobre 1938, per celebrare l’anniversario della marcia su Roma dei fascisti.
Ignarevittime dei piani coloniali di Mussolini e Balbo. A salutarli un gran sventolio
di bandiere, parate militari con la banda che suonava. La promessa di un nuovo
mondo, di una vita migliore. Quindici navi scortate da nove incrociatori.
Un’enormità per quei poveri contadini che spesso non avevano nulla per sfamare
i figli. All’improvviso, da ultimi di sempre, si trovarono ad essere protagonisti
di una grande impresa.
Arrivarono a Tripoli il 1° novembre del 1938, accolti anche lì da grandi cerimonie.
Li aspettavano i poderi, finalmente un pezzo di terra da coltivare, assieme ai
sussidi economici promessi, alla farina e agli animali. Una nuova vita.
Il problema però è che quella terra era stata strappata con la forza ai libici.
Il rapporto dell’Italia con la Libia è scandito da nomi sinistri: Marsa Brega,
Soluch, Sidi Amhed el Magrun, el Agedabia, el Abiar, el Aghelia. “Non erano dei
campi di sterminio”, ricorda la Capretti, “ma i libici, cacciati dalle loro terre,
ci morivano di fame, sete e botte”. Centinaia di chilometri sotto il sole del
deserto, d’estate. Le colonne di profughi mitragliate. Le oasi annientate con
il gas.
Come quella di Taizerbo. Il 31 luglio del 1930. Una tonnellata di bombe, uso
massiccio d’iprite e gas nervino. Il romanzo affronta tutto questo e non evita
di sottolineare che “non ci sono dubbi. È stata un’occupazione durissima, ma non
bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Io volevo raccontare solo la storia degli
italiani che sono arrivati li seguendo un sogno, scappando dalla povertà”.
Quello che racconta il libro è più recente: altri ‘ventimila’ italiani che hanno
legato per sempre la loro storia a quella della Libia. Quelli che vivevano lì,
avorando, inseriti nella società, molti dei quali nati in Libia. Erano quelli
che ci vivevano quando la Storia dei grandi ha svoltato di nuovo, travolgendo
i piccoli.
Settembre 1969. La monarchia libica viene rovesciata da un gruppo di giovanissimi
ufficiali dell’esercito. Li guida Muammar Gheddafi, un ragazzo di 27 anni. Il
regime ha una svolta violentemente anti-italiana, contro un passato coloniale
che è ormai solo un simbolo, ma che ai libici fa male. Comincia la fuga con ogni
mezzo verso l’Italia.
Gente che, dalla sera alla mattina, è stata scacciata dalle proprie case, a cui
hanno preso tutto. Tutto quello che era stato costruito, tra mille sacrifici,
in molti anni in un Paese straniero. Quello che gli italiani avevano preso con
la forza ora doveva essere restituito.
“Tutti gli italiani in Libia sono stati bollati come fascisti e dimenticati”,
racconta la Capretti, “da questo ho avvertito la necessità di raccontare la loro
storia e ho capito che dovevo farlo quando, per lavoro, ho avuto a che fare con
gli emigranti italiani in Nord America. Ho conosciuto la disperazione, la fame
che spingono una persona e una famiglia ad abbandonare la propria terra e ad andare
lontano. Per sopravvivere”.
Il libro, mentre sullo sfondo si agitano i fantasmi della politica, racconta
storie di ritorni allucinanti: gente chiusa in una custodia di violoncello o che
raggiungeva la navi a nuoto. Un esempio appare più attuale che mai. Due italiani,
fuggiti dalla Libia a bordo di un’imbarcazione, vengono salvati da una nave proprio
quando tutto sembra perduto.
“Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro”, dice la Capretti, “è per far
riflettere sulla disperazione della gente, di tutta la gente che cerca con ogni
mezzo di raggiungere la salvezza da una vita disperata. Ogni volta che respingiamo
un carico d’immigrati dovremmo pensare a quei due italiani. Per non dimenticare
loro e per fare in modo che, almeno una volta, la storia insegni qualcosa".
Christian Elia