18/09/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Luciana Capretti, Rizzoli editore, 2004

il colonnello gheddafi“Questo libro è nato da un’immagine: un uomo che torna a casa, dopo trent’anni all’estero, in pantaloncini da bagno e canottiera. Mio zio. E’ nato anche dai ricordi di una donna cui miseria, fascismo, guerra, emigrazione hanno dato coraggio e voglia di vivere. Mia madre”.

L’ultima pagina di un libro, di solito, viene dedicata a saluti, ringraziamenti e bilanci. Luciana Capretti, giornalista che vive tra New York e Roma, pur rispettando questa regola, aspetta la fine per far emergere tutto quanto c’è di personale. Il suo primo romanzo si chiama Ghibli, come il vento caldo del deserto, quello che arriva una volta l’anno a infuocare l’Africa. Lo stesso che arriva ad infuocare la Libia.

Proprio di Libia racconta questo romanzo, di un paese che in Italia troppo in fretta si cerca di dimenticare. Nonostante questo il rapporto è molto più profondo di quanto si creda o di quanto si insegni nelle scuole di Tripoli.

“Tutto comincia nel 1911 - racconta la Capretti - l’impero turco era in disfacimento e il governo italiano pensava di fare un sol boccone di una terra che all’epoca sembrava poverissima, ma che finalmente avrebbe permesso anche all’Italia di sentirsi una potenza coloniale. I libici invece non furono gli avversari sottomessi che Roma si aspettava e impegnarono l’Italia in una durissima guerriglia ventennale, comandata da Omar el Mukhtar. Dopo l’impiccagione di quest’ultimo e una durissima repressione la sommossa terminò”.

A quel punto comincia una storia, ma non è questa che la Capretti vuole raccontare. Non fa la storica di mestiere. A lei preme la storia con la esse minuscola, quella della povera gente, su cui quella con la esse maiuscola passa come un rullo compressore.
"Lo volevo fare per me e per tutti gli emigranti, quelli che in Libia non ci sono andati per fare dell’Italia una potenza imperiale, ma solo per trovare un’alternativa a fame e disperazione. Come mia madre e mio zio”.

immagine coloniale storicaE qui di storia ne comincia un’altra, quella dei ‘ventimila’. Partirono il 28 ottobre 1938, per celebrare l’anniversario della marcia su Roma dei fascisti. Ignarevittime dei piani coloniali di Mussolini e Balbo. A salutarli un gran sventolio di bandiere, parate militari con la banda che suonava. La promessa di un nuovo mondo, di una vita migliore. Quindici navi scortate da nove incrociatori.
Un’enormità per quei poveri contadini che spesso non avevano nulla per sfamare i figli. All’improvviso, da ultimi di sempre, si trovarono ad essere protagonisti di una grande impresa.

Arrivarono a Tripoli il 1° novembre del 1938, accolti anche lì da grandi cerimonie. Li aspettavano i poderi, finalmente un pezzo di terra da coltivare, assieme ai sussidi economici promessi, alla farina e agli animali. Una nuova vita.

Il problema però è che quella terra era stata strappata con la forza ai libici. Il rapporto dell’Italia con la Libia è scandito da nomi sinistri: Marsa Brega, Soluch, Sidi Amhed el Magrun, el Agedabia, el Abiar, el Aghelia. “Non erano dei campi di sterminio”, ricorda la Capretti, “ma i libici, cacciati dalle loro terre, ci morivano di fame, sete e botte”. Centinaia di chilometri sotto il sole del deserto, d’estate. Le colonne di profughi mitragliate. Le oasi annientate con il gas.

Come quella di Taizerbo. Il 31 luglio del 1930. Una tonnellata di bombe, uso massiccio d’iprite e gas nervino. Il romanzo affronta tutto questo e non evita di sottolineare che “non ci sono dubbi. È stata un’occupazione durissima, ma non bisogna fare di tutta l’erba un fascio. Io volevo raccontare solo la storia degli italiani che sono arrivati li seguendo un sogno, scappando dalla povertà”.

Quello che racconta il libro è più recente: altri ‘ventimila’ italiani che hanno legato per sempre la loro storia a quella della Libia. Quelli che vivevano lì,  avorando, inseriti nella società, molti dei quali nati in Libia. Erano quelli che ci vivevano quando la Storia dei grandi ha svoltato di nuovo, travolgendo i piccoli.

Settembre 1969. La monarchia libica viene rovesciata da un gruppo di giovanissimi ufficiali dell’esercito. Li guida Muammar Gheddafi, un ragazzo di 27 anni. Il regime ha una svolta violentemente anti-italiana, contro un passato coloniale che è ormai solo un simbolo, ma che ai libici fa male. Comincia la fuga con ogni mezzo verso l’Italia.

foto di soldati italiani in africaGente che, dalla sera alla mattina, è stata scacciata dalle proprie case, a cui hanno preso tutto. Tutto quello che era stato costruito, tra mille sacrifici, in molti anni in un Paese straniero. Quello che gli italiani avevano preso con la forza ora doveva essere restituito.

“Tutti gli italiani in Libia sono stati bollati come fascisti e dimenticati”, racconta la Capretti, “da questo ho avvertito la necessità di raccontare la loro storia e ho capito che dovevo farlo quando, per lavoro, ho avuto a che fare con gli emigranti italiani in Nord America. Ho conosciuto la disperazione, la fame che spingono una persona e una famiglia ad abbandonare la propria terra e ad andare lontano. Per sopravvivere”.

Il libro, mentre sullo sfondo si agitano i fantasmi della politica, racconta storie di ritorni allucinanti: gente chiusa in una custodia di violoncello o che raggiungeva la navi a nuoto. Un esempio appare più attuale che mai. Due italiani, fuggiti dalla Libia a bordo di un’imbarcazione, vengono salvati da una nave proprio quando tutto sembra perduto.

“Uno dei motivi per cui ho scritto questo libro”, dice la Capretti, “è per far riflettere sulla disperazione della gente, di tutta la gente che cerca con ogni mezzo di raggiungere la salvezza da una vita disperata. Ogni volta che respingiamo un carico d’immigrati dovremmo pensare a quei due italiani. Per non dimenticare loro e per fare in modo che, almeno una volta, la storia insegni qualcosa".

Christian Elia

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