11/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Una città santa per tutti, ma normale per nessuno
dal nostro inviato
Christian Elia
 
 
Guardando Gerusalemme si può notare che non ha alcuna delle caratteristiche che rendono importante una città. Non ha rilevanza economica o commerciale, non si affaccia sul mare, non ha corsi d'acqua vicini. Per comprendere l'essenza di Gerusalemme basta cercare di raccogliere tutti i suoi nomi. Qualcuno ha contato più di settanta nomi diversi utilizzati solo nella Bibbia per indicare questa città che le tre religioni monoteistiche hanno innalzato agli altari della storia a cominciare dal 2000 avanti Cristo. Per tre pietre: il Muro Occidentale per gli ebrei, la roccia di Maometto per i musulmani e la pietra del Santo Sepolcro per i cristiani.
 
un ebreo ortodosso a Gerusalemme - foto di gianfranco marinoGerusalemme ebraica.  La comunità più numerosa è quella ebraica. Quasi mezzo milione di persone. Dopo il 1967, con l'occupazione da parte d'Israele della parte orientale della città, comandano loro. Ma non sono tutti uguali. Fare una passeggiata per Me'a-She'arim (che in ebraico significa 'delle cento porte'), il quartiere della città abitato dagli ebrei ortodossi, è come fare un viaggio nel tempo. Costruito a partire dal 1875, il quartiere è il secondo agglomerato formatosi fuori dalla città vecchia, dai seguaci del rabbino Auerbach. Loro si sono rinchiusi in un ghetto volontario, per vivere nella più totale osservanza degli scritti religiosi e si vestono come i loro antenati dell'Europa centro-orientale del Settecento. I cappelli a falda larga, le lunghe barbe e i riccioli che escono dai copricapi sono i segni distintivi di una comunità che non riconosce lo Stato d'Israele, perchè la tradizione vuole che lo fonderà il Messia al suo ritorno e non possono farlo degli uomini comuni. Non parlano la lingua ebraica, ritenuta sacra e da utilizzare solo per la preghiera, e si esprimono in yiddish, l'idioma degli ebrei originari dell'Europa dell'est. Per una passeggiata tra le migliaia di sinagoghe e di yeshivot (le scuole talmudiche) è consigliabile un atteggiamento composto e un abbigliamento castigato. Inoltre durante il sacro sabbath (dal tramonto del venerdì al tramonto del sabato) è proibito fumare e fotografare per le strade del quartiere. Accanto a questa isola della tradizione convive una comunità ebraica moderna e vitale. L'area pedonale che si estende da Ben Yehouda a piazza Zion è il cuore pulsante della gioventù ebraica. Potrebbe essere il centro di una qualunque città occidentale, se non fosse per i controlli all'ingresso di qualunque locale pubblico, dove un ebreo russo o etiope ha un metal detector con il quale ispeziona gli avventori. Locali notturni e negozi alla moda con ragazzi che indossano vestiti firmati.
Le anime diverse della comunità ebraica si ricongiungono nel Yad Vashem  (il museo dell'Olocausto) e davanti al Muro Occidentale, erroneamente chiamato del Pianto dai gentili, come gli ebrei chiamano tutti i non correligionari. Migliaia di persone, anche di notte, presidiano le vestigia del Secondo Tempio, quello di Erode. Qui s'incontrano gli ebrei provenienti da tutto il mondo, anziani e giovani, militari che prestano giuramento e studenti in gita. Le donne pregano separate dagli uomini da una barriera, ma uniti nella difesa della fede.
 
un suq della citta vecchia di Gerusalemme - foto di gianfranco marinoGerusalemme musulmana. Un buon inizio per capire la Gerusalemme araba è un giro in taxi. Alla porta di Jaffa, uno degli accessi alla città vecchia, la parata di tassisti è scatenata a qualunque ora del giorno e della notte. Per lo stesso percorso, in trattative estenuanti, vengono chieste le cifre più disparate. “Qui si vive di turismo”, spiega uno di loro, “ma dopo la Seconda Intifada il lavoro è scomparso. Prima tornavo a casa alle 17, perchè era quasi sempre sufficiente. Adesso, per bene che vada, mi tocca lavorare fino alle 21 se voglio sfamare i miei figli, visto che loro mangiano come prima”. I suq del quartiere arabo si attraversano passeggiando dalla porta di Jaffa a quella di Damasco, all'altra estremità della città vecchia. Sono uno spettacolo che pare messo in scena a uso e consumo del turista che ci trova tutto quello che porta con sè dell'immaginario collettivo occidentale del mondo arabo. Negozietti colmi all'inverosimile di qualunque mercanzia, bar e ristoranti da dove provengono profumi appetitosi, bancarelle ricche e colorate di spezie e dolciumi tra gente che cammina serrata e schivando ragazzini indiavolati alla guida d'improbabili carretti. Su ogni soglia un commerciante che cerca di catturare l'attenzione dei passanti, ma con scarsi risultati.
“Il turismo e il commercio sono morti”, spiega Qusai, un giovane informatico palestinese con l'indice ancora macchiato dell'inchiostro indelebile delle elezioni del 9 gennaio scorso, “le tasse ci soffocano. La sensazione è quella di pagare le tasse a Israele per aiutarli a farci vivere male. Il dramma qui è la disoccupazione. Tanti non hanno lavoro, ma anche quelli che lo hanno finiscono per sopravvivere con l'equivalente di 400 euro al mese. Io sono fidanzato, ma ho paura all'idea di mettere su famiglia. Non raggiungerei la fine del mese. La gente è scossa dalla Seconda Intifada e Gerusalemme lo è ancora di più. Un tempo i leader della rivolta erano tutti qui, adesso i giovani si accontentano di cellulari e vestiti, ma soprattutto di essere lasciati in pace. Non vedo più la voglia di lottare. Un esempio: io organizzo dei corsi d'informatica per i giovani. La connessione a internet c'è solo ogni tanto, ma i ragazzi non sfruttano l'occasione per aprirsi al mondo e comunicare la loro realtà e i loro problemi o semplicemente per informarsi. Loro preferiscono chattare”.
La teoria di Qusai trova una facile conferma nel piccolo anfiteatro che fronteggia la porta di Damasco. Troppi giovani in età da lavoro seduti in terra a bere e fumare a tutte le ore del giorno, troppi bambini che chiedono l'elemosina. Tanta anche la gente che affolla il giardino della Spianata delle Moschee, attorno alla moschea dov'è custodita la pietra dalla quale, secondo la tradizione, Maometto spiccò il volo per ascendere al cielo. Un luogo ricco di fascino e suggestione, ma i controlli dei militari israeliani, che decidono quando aprire e quando chiudere i luoghi di culto dei musulmani, danno la misura di quanto i palestinesi di Gerusalemme abbiano bisogno di ricominciare una vita normale.
 
la porta di damasco a gerusalemme - foto di gianfranco marinoGerusalemme cristiana.  “Appena arrivato a Gerusalemme ho voluto visitare le case della città vecchia e ho trovato una situazione da incubo”, racconta padre Ibraihm Faltas, il francescano custode dei Luoghi Santi cristiani, “sette o otto persone che convivono in ambienti piccolissimi. I bambini vivono per strada, anche solo per trovare uno spazio vitale, per respirare. Ma questa condizione crea una tensione che sfocia spesso in violenze domestiche e in risse, anche tra bambini piccolissimi. La scuola potrebbe svolgere un ruolo in questo senso, ma qui tutto è abbandonato alla volontà di religiosi e associazioni private, le scuole costano e pochi se le possono permettere. Qui il 60 per cento degli uomini è disoccupato. Sono preoccupato, anche per la cristianità di questi luoghi. Continua l'emorragia di cristiani e questo non è giusto. Come non è giusto che i fedeli cristiani che vivono qui e non hanno i documenti non possano andare a Betlemme o a Nazareth in pellegrinaggio. In fondo qui ci siamo anche noi e l'internazionalizzazione dei Luoghi Santi resta la soluzione più equa”. Già, la religione. Un esempio di come tutto a Gerusalemme sia inesorabilmente intricato è la gestione del Santo Sepolcro, dov'è conservata la pietra sulla quale fu deposto il corpo del Cristo. La basilica è amministrata dalla Chiesa Ortodossa, ma tutte le confessioni cristiane hanno il loro spazio. In verità la convivenza tra cattolici, protestanti, ortodossi e copti è difficile e spesso si finisce per litigare anche per una scala. Il sito in generale è però sotto il controllo israeliano, in quanto rientra nella municipalità di Gerusalemme. Indovinate chi ha le chiavi del Santo Sepolcro? Una famiglia musulmana, per antica tradizione. Ecco, questa è Gerusalemme. Un posto dove ogni pietra ha una storia da raccontare e tutti vogliono quelle pietre. Prima o poi si cominceranno a usare le pietre per costruire un futuro più sereno. 

Christian Elia

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