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Gerusalemme
ebraica. La comunità più numerosa è quella ebraica.
Quasi mezzo milione di persone. Dopo il 1967, con l'occupazione da parte
d'Israele della parte orientale della città, comandano loro. Ma non sono tutti
uguali. Fare una passeggiata per Me'a-She'arim (che in ebraico significa
'delle cento porte'), il quartiere della città abitato dagli ebrei
ortodossi, è come fare un viaggio nel tempo. Costruito a partire dal 1875, il
quartiere è il secondo agglomerato formatosi fuori dalla città vecchia, dai
seguaci del rabbino Auerbach. Loro si sono rinchiusi in un ghetto volontario,
per
vivere nella più totale osservanza degli scritti religiosi e si vestono come i
loro antenati dell'Europa centro-orientale del Settecento. I cappelli a falda
larga, le lunghe barbe e i riccioli che escono dai copricapi sono i segni
distintivi di una comunità che non riconosce lo Stato d'Israele, perchè la
tradizione vuole che lo fonderà il Messia al suo ritorno e non possono farlo
degli uomini comuni. Non parlano la lingua ebraica, ritenuta sacra e da
utilizzare solo per la preghiera, e si esprimono in yiddish, l'idioma
degli ebrei originari dell'Europa dell'est. Per una passeggiata tra le migliaia
di sinagoghe e di yeshivot (le scuole talmudiche) è consigliabile un
atteggiamento composto e un abbigliamento castigato. Inoltre durante il sacro
sabbath (dal
tramonto del venerdì al tramonto del sabato) è proibito fumare e
fotografare
per le strade del quartiere. Accanto a questa isola della tradizione
convive
una comunità ebraica moderna e vitale. L'area
pedonale che si estende da Ben Yehouda a piazza Zion è il cuore
pulsante della
gioventù ebraica. Potrebbe essere il centro di una qualunque città
occidentale,
se non fosse per i controlli all'ingresso di qualunque locale pubblico,
dove un
ebreo russo o etiope ha un metal detector con il quale ispeziona gli
avventori. Locali notturni e negozi alla moda con ragazzi che indossano
vestiti firmati.
Gerusalemme
musulmana. Un buon inizio
per capire la Gerusalemme araba è un giro in taxi. Alla porta di Jaffa, uno
degli accessi alla città vecchia, la parata di tassisti è scatenata a qualunque
ora del giorno e della notte. Per lo stesso percorso, in trattative estenuanti,
vengono chieste le cifre più disparate. “Qui si vive di turismo”, spiega uno di
loro, “ma dopo la Seconda Intifada il lavoro è scomparso. Prima tornavo a casa
alle 17, perchè era quasi sempre sufficiente. Adesso, per bene che vada, mi tocca
lavorare fino alle 21 se voglio sfamare i miei figli, visto che loro mangiano
come prima”. I suq del
quartiere arabo si attraversano passeggiando
dalla porta di Jaffa a quella di Damasco, all'altra estremità della
città vecchia. Sono uno spettacolo che pare messo in scena a uso e
consumo del turista che ci
trova tutto quello che porta con sè dell'immaginario collettivo
occidentale del
mondo arabo. Negozietti colmi all'inverosimile di qualunque mercanzia,
bar e
ristoranti da dove provengono profumi appetitosi, bancarelle ricche e
colorate
di spezie e dolciumi tra gente che cammina serrata e schivando
ragazzini
indiavolati alla guida d'improbabili carretti. Su ogni soglia un
commerciante
che cerca di catturare l'attenzione dei passanti, ma con scarsi
risultati.
Gerusalemme cristiana.
“Appena arrivato a Gerusalemme ho voluto
visitare le case della città vecchia e ho trovato una situazione da
incubo”,
racconta padre Ibraihm Faltas, il francescano custode dei Luoghi Santi
cristiani, “sette o otto persone che convivono in ambienti
piccolissimi. I
bambini vivono per strada, anche solo per trovare uno spazio vitale,
per
respirare. Ma questa condizione crea una tensione che sfocia spesso in
violenze
domestiche e in risse, anche tra bambini piccolissimi. La scuola
potrebbe
svolgere un ruolo in questo senso, ma qui tutto è abbandonato alla
volontà di
religiosi e associazioni private, le scuole costano e pochi se le
possono
permettere. Qui il 60 per cento degli uomini è disoccupato. Sono
preoccupato,
anche per la cristianità di questi luoghi. Continua l'emorragia di
cristiani e
questo non è giusto. Come non è giusto che i fedeli cristiani che
vivono qui e non hanno i documenti non possano andare a Betlemme o a
Nazareth in pellegrinaggio. In fondo qui ci siamo anche noi e
l'internazionalizzazione
dei Luoghi Santi resta la soluzione più equa”. Già, la religione. Un
esempio di
come tutto a Gerusalemme sia inesorabilmente intricato è la gestione
del Santo
Sepolcro, dov'è conservata la pietra sulla quale fu deposto il corpo
del Cristo.
La basilica è amministrata dalla Chiesa Ortodossa, ma tutte le
confessioni
cristiane hanno il loro spazio. In verità la convivenza tra cattolici,
protestanti, ortodossi e copti è difficile e spesso si finisce per
litigare
anche per una scala. Il sito in generale è però sotto il controllo
israeliano, in quanto rientra nella
municipalità di Gerusalemme. Indovinate chi ha
le chiavi del Santo Sepolcro? Una famiglia musulmana, per antica
tradizione.
Ecco, questa è Gerusalemme. Un posto dove ogni pietra ha una storia da
raccontare e tutti vogliono quelle pietre. Prima o poi si cominceranno
a usare le
pietre per costruire un futuro più sereno. Christian Elia