Mansur, vent’anni,
stava tornando nel suo Afghanistan dopo un lungo esilio in Pakistan.
Poco prima di Kabul, l’autobus su cui viaggiava è stato fermato a un
checkpoint Usa. Mansur non si aspettava di trovare ancora soldati nel
suo paese. Si è innervosito, inveendo contro di loro. E ha pagato con
la vita. Secondo la versione ufficiale Mansur è stato ucciso perché non
si era fermato al posto di blocco. Ma chi era con lui ha raccontato
un’altra storia
Dal nostro corrispondente
Marco Rivolta*
Mansur, vent’anni, è in viaggio
verso Kabul. Sta ritornando in Afghanistan. Se ne è andato tanti anni
fa, in fuga dalla guerra. Anni da rifugiato in Pakistan. Maltrattato,
dalla polizia, dai vicini, dai colleghi di lavoro, da tutti. Costretto
ai lavori più umili. Anni da lavoratore a giornata - eppure lui ha
studiato - nei bazar di Peshawar e Islamabad. Nessun diritto per sette
lunghi anni, rifugiato illegale in terra straniera. Fuggiasco.
Disperato. Mansur è finalmente riuscito a racimolare il denaro
necessario per il viaggio di ritorno a Kabul e per affittare una
piccola stanza, mura e tetto di fango, in periferia, da dove
ricominciare la propria vita ‘afgana’.
Diciotto marzo duemilaquattro. Due giorni a capodanno, recita il
calendario afgano, due giorni all’inizio dell’anno 1383. Superato il
posto di confine di Khyber Pass, Mansur respira aria di casa attraverso
il finestrino socchiuso dell’autobus su cui sta viaggiando. Alla
frontiera si e’ innervosito quando due guardie di confine hanno
dubitato dell’autenticità dei suoi documenti, sospettando che fosse di
nazionalità pachistana e stesse cercando di entrare illegalmente in
Afghanistan. Si è spazientito. “E’ la mia terra - ha detto loro, con
orgoglio - il luogo in cui sono nato e in cui riposano i miei avi. Il
luogo in cui sto tornando e in cui un giorno, inshallah - se Dio lo
avrà voluto – morirò”.
Un paio d’ore dopo il confine, a Jalalabad, l’autista concede a tutti i
passeggeri mezz’ora di pausa, per potersi rifocillare e sgranchire le
gambe. Il viaggio da Jalalabad a Kabul è lungo e non intende fare altre
soste. Jalalabad è l'unica fermata sull’autobus della speranza per
Mansur e i suoi compagni di esilio. Scende, fa quattro passi, compra
succo di carota, pane, frittelle di patate (bulanì) e quattro arance.
Poi riprende il suo posto sull’autobus sovraffollato.
Passano altre due ore di polvere e buche. All’interno dell’autobus fa
sempre più caldo e l’aria si è fatta quasi irrespirabile. Per fortuna
manca poco - pensa Mansur -all’entrata del villaggio di Sorobi. Una
manciata di case, un bazar, e poco altro. Oggi, però, nel piccolo
villaggio di Sorobi c’è un’atmosfera insolita, c’è tensione, come ai
tempi della guerra. Mansur si rende conto della ragione: truppe
statunitensi hanno preso il controllo del centro del paese, hanno
installato un checkpoint e stanno perquisendo e ispezionando tutti i
veicoli di passaggio, facendo uscire in malo modo i passeggeri dalle
proprie auto e immobilizzandoli al muro braccia alzate. Cercano
esplosivi, armi, terroristi...
Mansur non capisce. Si domanda chi siano questi nuovi soldati stranieri
che dettano legge nel ‘suo’ Afghanistan. Eccoli salire sull’autobus e
cominciare le perquisizioni. Di nuovo?! - pensa Mansur - e nuovamente
si innervosisce. Comincia a inveire contro di loro. “Cosa volete
ancora? Andate via, andate al diavolo!” - urla e, mentre li apostrofa,
si avvicina, accaldato, nervoso, stanco, al loro interprete, afgano
come lui. Invita di nuovo, bruscamente, gli stranieri ad andarsene dal
‘suo’ Afghanistan, e per far comprendere meglio il suo invito sferra un
calcio all’indirizzo dell’interprete.
Sull’autobus, un attimo di silenzio. Sguardi sospesi, movimenti lenti.
Soffio di morte dal finestrino. Un soldato americano trascina Mansur
fuori dall’autobus, lo picchia e mentre è a terra estrae il revolver,
lo avvicina alla gola di Mansur e - fissandolo negli occhi - fa fuoco.
Lo uccide.
I soldati americani urlano “L’autobus è pieno di al Qaeda!”. Arrestano
tutti, mentre il sangue di Mansur secca sull’asfalto della piazza del
bazar di Sorobi.
Mansur è arrivato a Kabul dentro un’ambulanza, corpo morto scortato nel
suo ultimo viaggio da quattro blindati americani. Tornato a morire nel
‘suo’ Afghanistan. Morto assassinato, a vent’anni, il diciotto marzo.