Il governo del Nepal arma i civili contro i maoisti. E intanto cresce la paura
Dopo aspre critiche e proteste da molte parti, il governo nepalese avrebbe insabbiato
la decisione di creare i “comitati per la sicurezza dei villaggi” e di distribuire
armi ai cittadini per combattere i guerriglieri maoisti. Eppure nelle ultime settimane,
secondo il Christian Science Monitor, ci sarebbero stati nuovi incidenti ad opera
di civili: una folla di uomini armati di bastoni di bambù avrebbe gridato nel
villaggio di Ganeshpur: “Uccidi i maoisti e i loro sostenitori”. Un ragazzo ha
sparato un colpo di arma da fuoco e un gruppo di soldati poco lontano ha guardato
senza intervenire. Il conflitto tra i maoisti e l’Esercito Reale Nepalese (RNA)
dura dal 1996 e finora ha causato circa 11mila vittime.
Farsi giustizia da sé. Le autorità governative, del resto, negano cose quasi certe: per esempio che
diverse persone siano state armate nel dicembre 2003 a Sudama nel distretto centrale
di Sarlahi e a Larumba in quello orientale di Illam. Sia gli abitanti dei villaggi
sia le autorità governative preferiscono non commentare il fatto.
Circa un anno fa, alcuni giornalisti hanno denunciato che gli abitanti dei piccoli
centri avevano ucciso due maoisti per rappresaglia. Notizie di questo genere circolano
da tempo. Molte persone che non si sentivano più protette dallo Stato hanno iniziato
a organizzarsi in gruppi per condurre azioni armate contro i ribelli. Questi ultimi
infatti costituiscono spesso una minaccia per gli abitanti delle zone rurali:
compiono scorrerie, chiedono il pizzo o la terra ai contadini e li rapiscono per
reclutarli nel loro esercito. Le motivazioni ideologiche e politiche nella lotta
ai maoisti condotta dai civili c’entrano poco.
La politica del re. Il governo ha approfittato di queste inclinazioni per adottare una sistematica
politica di armamento. In una conferenza stampa del novembre 2003, l’allora primo
ministro Surya Bahadur Thapa, nel tentativo di sfruttare il sentimento anti-maoista
presente in questi luoghi, ha annunciato la formazione dei “gruppi e comitati
volontari per la sicurezza dei villaggi” al fine di “migliorare l’organizzazione
della sicurezza e incoraggiare la gente”. Dopo un mese il capo della divisione
occidentale dell’RNA, Pradeep Patap Bam Malla, ha detto che l’esercito non poteva
provvedere alla sicurezza di ogni singolo villaggio del regno e che “alcune armi
sarebbero state distribuite ai civili dopo la formazione di comitati per la sicurezza
dei villaggi”. Così è accaduto appunto a Larumba e Sudama.
Le reclute più fedeli. In un episodio di violenza gli abitanti di Sudama hanno ucciso due uomini: il
governo disse che “due maoisti erano stati assassinati in rappresaglie popolari”.
Qui in realtà gli abitanti avevano organizzato una vera e propria resistenza contro
i guerriglieri. Ma perché dunque il governo ha scelto Sudama per la distribuzione
delle armi? Il motivo principale è che nel villaggio sono presenti molti ex-poliziotti:
da 200 a 250 su una popolazione di poche migliaia di persone. I poliziotti, anche
se in pensione, sono più leali verso lo Stato e non hanno bisogno di essere addestrati.
I maoisti, però, sanno che i poliziotti non sono miti con loro e ciò li porta
ad accanirsi contro alcuni villaggi.
L’ex capo villaggio di Sudama, il poliziotto in pensione Sitaram Singh, aveva
un tempo delle buone relazioni con la guerriglia. Ma in seguito potrebbe aver
convinto l’amministrazione che i suoi concittadini avevano bisogno di armi per
proteggersi dai ribelli. Come risultato, sono stati armati i suoi amici ed ex
colleghi. Nel dicembre 2003 sono stati distribuiti fucili a diciassette ex-poliziotti,
ma il numero esatto di armi consegnate non è stato rivelato e molti hanno ricevuto
la loro sotto falso nome. Le forze di sicurezza hanno poi provveduto all’addestramento.

Le proteste nazionali e internazionali. Achyut Acharya della “Commissione nazionale per i diritti umani” (Nhrc), giunto
a Sudama per indagare sul problema, ha detto che lì gli abitanti “erano armati
fino ai denti”. Intanto sono state sollevate aspre critiche a livello sia nazionale
sia internazionale. Dopo le denunce dei mezzi di comunicazione nepalesi, le organizzazioni
per i diritti umani, la società civile e i leader dei partiti politici hanno criticato
aspramente la decisione del governo. I partiti politici non hanno fatto dichiarazioni
ufficiali, ma hanno discusso a fondo la questione in meeting pubblici. L’organizzazione
“Società per i diritti umani e la pace” ha condotto un ampio dibattito in più
di 30 distretti sull’argomento “Il piano per distribuire armi: un colpo alla fiducia
nel meccanismo statale”.
Anche la comunità internazionale non ha condiviso la politica di Kathmandu volta
ad armare i cittadini. Amnesty International aveva inviato una lettera di protesta
all’allora Primo Ministro Surya Bahadur Thapa. Si leggeva che erano in pericolo
il rispetto dei diritti e la pace.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, che considerano i maoisti un nemico da sempre,
hanno condannato la decisione del governo nepalese. L’ambasciatore Usa a Kathmandu
ha comunicato che Washington non intendeva garantire alcun sostegno a tali azioni.
Un clima di terrore. Dopo queste pressioni il governo non si è pronunciato sul proseguimento dell’armamento
dei civili. Di certo, però, alcuni di loro hanno perso la vita dopo essere stati
addestrati a combattere i guerriglieri. Come Chetan Raj Bantawa, 45 anni e presidente
del “Comitato per la sicurezza e il buon governo” a Chulachuli (Illam). Di fatto
la politica del re Gyanendra, che il primo febbraio ha nominato un nuovo governo
di suoi fedelissimi e ha dichiarato lo stato d’emergenza, continua a creare minacce
alla sicurezza. In questo clima di paura tuttavia le milizie popolari crescono
a vista d’occhio e la situazione sembra sempre più fuori controllo.
Tsering Pandey