31/01/2004
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Dopo il passaggio del muro, a Budrus niente sarà più come prima
Scritto per noi da
Daniele Frongia
Budrus è uno dei sette villaggi nell'area di Ramallah più vicini alla
Green Line, il confine pre-1967 riconosciuto dalla comunità
internazionale. Tel Aviv si vede ad occhio nudo. Il muro passerà tra il
villaggio e la Green Line, confiscando il 90 percento delle terre ed
annettendole ad Israele.
I vicini villaggi di Nihilin, Qibbya e Medea subiranno le stesse
perdite. Il muro, del quale sono in costruzione le fondamenta, passerà
a pochi metri dalla locale scuola e renderà ulteriormente difficoltoso
il raggiungimento di edifici pubblici come ospedali e scuole. In altre
realtà palestinesi gli effetti saranno ancor più devastanti: a Qalqilya
l'intera area popolata da 72mila palestinesi è già circondata dal muro
e l'unica via di uscita/entrata è una porta larga 8 metri controllata
dai militari.
Alcune associazioni pacifiste israeliane hanno parlato di ghetto e di
prigione a cielo aperto. Il progetto complessivo del muro porterà alla
confisca del 50 percento del territorio palestinese.
30 dicembre 2003 Alcune decine di attivisti stranieri sono arrivati al
villaggio di Budrus. All’alba i militari hanno ripreso la demolizione
dei campi coltivati, imponendo ai palestinesi di non uscire di casa.
Ciò non ha impedito una protesta contro i militari, i quali hanno
risposto sparando gas lacrimogeni e pallottole di gomma. Queste ultime,
nonostante il nome rassicurante, non sono affatto più gentili di quelle
metalliche: i militari mirano spesso alla testa o agli occhi. Nel
secondo caso si perde un occhio, nel primo la pallottola rimane
conficcata nel cranio senza la possibilità di una estrazione, con tutto
ciò che ne consegue in fatto di equilibrio, infezioni, problemi
neurologici e psichici.
Abbiamo fatto visita ad un ragazzo con una pallottola conficcata sopra
l'orecchio, colpito quella stessa mattina. Nel pomeriggio un gruppo di
attivisti, in prevalenza italiani, ha raggiunto l’avamposto militare
per protestare. Alcuni soldati ci hanno minacciato, altri si sono
allontanati, altri ancora ci hanno concesso qualche parola. Alle nostre
domande circa l’illegalità del muro, un ventenne ci ha risposto: “Io
non mi domando se il muro è giusto o sbagliato, eseguo solo gli ordini
che mi impongono”. L’incontro si è concluso con le parole di una
ragazza sudafricana ad alcuni soldati: “Quando, pochi minuti fa, vi
vedevo da lontano, ero terrorizzata. Le armi puntate, le jeep, i
blindati. Poi quando mi sono avvicinata ho visto, lo vedo, che siete
ragazzi, ragazzi come me, e non mi fate più paura, siete esseri umani e
per questo vi chiedo il senso di questa violenza ed oppressione”.
31 dicembre 2003 Alle 5 del mattino i militari hanno ripreso i lavori
per le fondamenta del muro. Poco dopo è iniziata un'energica e pacifica
dimostrazione: gli attivisti stranieri in testa, donne e bambini
dietro, ragazzi e uomini in fondo. La reazione dei militari è stata
particolarmente violenta. Quattro attivisti israeliani e sette
internazionali, tra cui il parlamentare svedese Gustav Fridolin, sono
stati picchiati e trattenuti dall’IDF (Israeli Defence Force), mentre
per i palestinesi c'è stato il solito trattamento con gas lacrimogeno e
proiettili di gomma, che nel solo mese di gennaio colpiranno oltre 60
persone. La sera, sotto coprifuoco, veniamo a sapere che gli attivisti
fermati si trovano per un primo interrogatorio nella stazione di
polizia di Bet Arye.
1 gennaio 2004 Anche oggi la reazione dei militari alle dimostrazioni è
stata decisamente violenta, con un vero e proprio attacco che ha
portato al ferimento di quindici palestinesi, di uno svedese e di un
islandese. Peggior sorte per i palestinesi rimasti nelle vie del
villaggio: con un’asta dotata di un laccio all’estremità (un’arma in
dotazione all’IDF) i militari hanno frustato le persone che circolavano
per le strade, compresi i bambini e i docenti in prossimità della
scuola. Sulle braccia di Surraia, che ci ha ospitato a casa sua e che
insegna aritmetica in quella scuola, sono ancora visibili i segni del
frustino e il sangue sui vestiti.
Nel pomeriggio i militari sono tornati nel villaggio, imponendo il
coprifuoco ed esplodendo numerose bombe suono. Poco dopo hanno fatto
irruzione in una casa arrestando Abdul-Rahman Awad, Abdul-Rahim Awad,
Hamza Omar Awad e Mustafa Sami Awad, ragazzi tra i 16 e i 20 anni che
in precedenza avevano preso parte alle proteste. Nel frattempo ci
giungono notizie degli attivisti internazionali detenuti: ora si
trovano nelle stazioni di polizia di Ariel e Khadera e per loro si
prepara l'espulsione. Per il parlamentare Gustav Fridolin il giudice ha
invece commutato l’espulsione in un invito a lasciare Israele entro due
giorni.
5 gennaio 2004 Questa è la storia di un trentenne, Nasir Ahmed Hussein.
Murar, nato e cresciuto a Budrus. Nasir è sposato con Mone ed hanno un
bimbo di tre anni, Auus, ed una bimba di un anno, Shams. Quattro giorni
fa Nasir è andato al Centro Militare Israeliano di Ofar, vicino
Ramallah. Ai soldati ha espresso la propria indignazione per la
costruzione del muro, per le violenze e gli abusi. Stanotte, all’una e
trenta, i militari israeliani sono arrivati a casa di Nasir con un
mandato di cattura. Nasir ora rischia fino a sei mesi di detenzione
amministrativa, un istituto per il quale si può essere trattenuti senza
incriminazione né processo. L’ordine di detenzione amministrativa viene
dato da un comandante militare e può durare fino ad un anno, ma può
essere rinnovato un numero illimitato di volte.
15 gennaio 2004 Alle due del mattino i militari sono venuti ad
arrestare altri esponenti del Comitato Popolare contro il Muro: il
coordinatore, Ayed Ahmed Hussein Morrar e suo fratello, Nàim Ahmed
Hussein Morrar. Un altro fratello, Nasir, era stato arrestato qualche
giorno prima. L’attività di Ayed, Nàim e Nasir era stata quella di
organizzare manifestazioni pacifiche con la partecipazione di attivisti
internazionali (alcuni dei quali ospitati a casa loro), contro la
confisca delle terre e la costruzione del muro.
22 gennaio 2004 Oggi i cittadini di Budrus hanno ricevuto un bellissimo
omaggio dai Rabbini per i Diritti Umani: cento giovani ulivi da
piantare al posto di quelli sradicati dai militari. Palestinesi ed
attivisti stranieri hanno nuovamente manifestato, festeggiando il lieto
evento della giornata.
30 gennaio 2004 Alla fine è arrivata la condanna di Nasim. Quattro mesi
di carcere per esser stato promotore di iniziative contro la
costruzione del muro e la confisca delle terre. Un contadino di Budrus
ci saluta così: “Forse non sarò in grado di fermare questo muro, ma
questa terra è la mia vita e la difenderò fino all’ultimo respiro. La
storia saprà che io non sono rimasto in silenzio”.