20/03/2004
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Roma invasa da una marea di uomini, donne e bambini. Un immenso corteo, civile e pacifico
Alto, allampanato, ha un cappello marrone d’altri tempi, intorno al
quale è avvolta una sciarpa della pace. Sono le 10 di mattina a Roma e
Ken, un giovane studente canadese, si dirige verso la manifestazione.
La partenza del corteo è prevista per le 14, ma lui vuol esserci prima,
per vedere, imparare, partecipare.
“Sono qui per capire il Paese – dice il ragazzo in un italiano incerto
–e sono contro la guerra, un crimine terribile. I più deboli pagano le
conseguenze dei conflitti e io non voglio esser complice di chi uccide”.
Il cielo è coperto e il traffico poco invadente, come sempre al sabato.
Dalla metropolitana escono manifestanti. Nella centrale Piazza
Vittorio, come in un’altra stazione, questa volta nella zona a nord
della capitale italiana, Ottaviano. Si riconoscono per le bandiere
multicolori, discutono tra loro, anche se non si sono mai incontrati
prima. Impossibile capire perché siano lì, tanto lontano da piazza
della Repubblica, dove è previsto il concentramento.
Tutte le strade del centro cominciano a colorarsi d’arcobaleno.
Arrivano da ogni parte. In piazza dei Cinquecento, l’enorme slargo
davanti alla stazione Termini, c’è una Fiat Uno color argento. “Sono
operaio, lavoro di notte e faccio le saldature”. Fabio ha un bel
sorriso e apre il portabagagli della sua macchina. Sul tetto dell’auto
due casse per la musica e una grande damigiana di vino.
“Vengo da Lanciano, in provincia di Chieti – continua convinto - e ho
un figlio piccolo. Con degli amici abbiamo fondato il Laboratorio
spontaneo Terra Franca. Produciamo oggetti artigianali e gastronomia.
E’ quello che voglio fare davvero, che mi piace e gratifica”. Mentre
parla comincia ad allestire il suo banchetto. Ha portato i panini della
sua cooperativa e il vino. “Lo facciamo noi, è biologico, sedici gradi.
Sono qui perché voglio che il mio bimbo abbia la libertà di scegliere
chi essere, cosa fare nella vita. In un mondo senza armi, senza
violenza, senza guerra”.
Alle 12 piazza della Repubblica è piena e la folla comincia a invadere
le strade circostanti. Una bandiera della pace, di oltre settanta metri
di lunghezza, racconta il suo viaggio. E’ stata portata da una carovana
partita dal nord-ovest del Paese. Tante piccole bandiere, cucite una
con l’altra, fino a diventare la vela immensa di oggi. Le persone
firmano, scrivono frasi, aggiungono parole e disegni a quelli di tanti
altri che hanno fatto la stessa cosa nei giorni passati. A poche decine
di metri un folto gruppo dell’Associazione guide e scouts cattolici
italiani (Agesci) ha un altro vessillo più piccolo.
Nella sua divisa azzurra da giovane eploratore, Giuseppe spiega: “Sono
di Palermo, ieri sera abbiamo preso il treno alle nove, sono stanco, ma
non importa, volevo esserci. Oltre partiti e schieramenti deve vincere
il desiderio universale di pace”. Elena, anche lei del gruppo,
continua: “Io vengo da Castelnuovo di Romagna, la guerra non risolve
nulla, solo la pace è in grado costruire rispetto e convivenza tra gli
uomini. Noi dobbiamo lottare per costuire un mondo non violento”.
Passa il tempo e il serpentone comincia ad allungarsi verso via dei
Fori Imperiali, piazza Venezia e fino al Circo Massimo, dove si
terranno i discorsi conclusivi della giornata. Alle due già migliaia di
persone hanno riempito buona parte del percorso.
“Siamo solidali con chi chiede il ritiro dei soldati dall’Iraq, diverse
cose non quadrano nella vicenda di Nassirya”. Lo dichiara Antonio
Savino, presidente dell’Unione nazionale Arma dei carabinieri.
Più in là un folto gruppo di africani, canta e balla sotto uno
striscione sul quale si legge “non sulla nostra pelle”. Uno di loro è
eritreo, vede il taccuino da giornalista e prende a parlare: “Siamo in
centinaia, senza permesso, senza documenti, senza lavoro. Viviamo in un
deposito delle ferrovie. Altri sono sudanesi, altri somali. Veniamo
dalla guerra, scappiamo dalla crudeltà delle armi. Vorremmo poter
essere considerati esseri umani, poter pensare al nostro futuro. Noi
siamo cittadini, non siamo clandestini. Ecco perché siamo venuti qui”.
Roma, antica e bellissima, guarda questa immensa marea di donne,
bambini e uomini. Qualcuno ha messo in mano a una statua di Giulio
Cesare una bandiera e il vecchio imperatore cattura l’attenzione di
decine di fotografi.
Sotto il gonfalone della sua città, Girolamo Tripodi, sindaco di
Polistena, in Calabria, con la fascia tricolore a tracolla non ha
dubbi: “Un comune che vuol esser bene amministrato deve avere rispetto
per la pace. L’invio di militari in Iraq è stata una violazione della
Costituzione. Quella è una guerra sporca e deve finire”.
Passa un camion con uno striscione. “Corea, Vietnam, Iraq, Serbia,
quante guerre ancora?”. È una bandiera degli Usa, dove le strisce
bianche sono diventate le scie di bombardieri. Ha moti anni, risale
alla prima guerra del Golfo. Lo si capisce dai colori un po’ sbiaditi e
dall’immagine, disegnata in un angolo, che raffigura l’ex presidente
USA, Bill Clinton.
Sono le quattro, la testa del corteo ha raggiunto la sua destinazione e
ancora decine di migliaia di persone non si sono ancora mosse dal punto
di partenza. Dal palco il colpo d’occhio è straordinario.
“Adesso dobbiamo pensare a domani, dare continuità a questo movimento
di massa. La società civile deve diventare un soggetto politico”,
dichiara padre Alex Zanotelli, missionario comboniano.
Finalmente si comincia a poter fare un bilancio della giornata. Un mare
pacifico di persone ha detto con chiarezza il suo no alla guerra.
Secondo gli organizzatori due milioni di manifestanti. La questura è di
parere diverso, sarebbero 250mila.
Per chiunque abbia visto Roma oggi, non dovrebbero esserci dubbi.
“Molti di noi sono ripartiti senza poter partecipare al corteo, alle
sei non si erano ancora mossi da piazza della Repubblica, i treni li
aspettavano per riportarli a casa”, sostiene un dirigente di Attac.
Al tramonto la grande manifestazione si scioglie. Molti continueranno
per altre ore a invadere le strade della capitale, con le bandiere
avvolte intorno al corpo, gli striscioni ripiegati, i palloncini e i
fischietti. Dopo tanto cammino un po’ di quiete e un gelato ai tavolini
di un bar del centro. In Italia, come nel resto del mondo, oggi,
milioni di uomini hanno fatto sentire la propria voce.
Roberto Bàrbera