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“Verso le 10.45 del 27 settembre 5 operai sono morti e altri 12 sono rimasti
feriti a causa del crollo di un muro in costruzione all’aeroporto di Dubai per
il nuovo terminal. Una sezione della gabbia di rinforzo ha ceduto seppellendo
i lavoratori. Faremo un’inchiesta approfondita per accertare le cause dell’incidente”.
Questo il testo del comunicato di Sheikh Ahmed bin Saeed al-Maktoum, presidente
del Dipartimento dell’Aviazione Civile di Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, che
annuncia la tragedia del lavoro che si è consumata lunedì 27 settembre in uno
dei principali scali aerei del Medio Oriente.
Quello che il comunicato ufficiale omette è l’origine di tutti gli operai morti
e di quelli feriti. Si tratta di lavoratori immigrati dall’Asia meridionale. La
dimenticanza non è casuale, visto e considerato che, da tempo, la stampa locale
denuncia episodi simili. Storie che si assomigliano tutte, storie di sfruttamento
e disperazione.
Gli Emirati Arabi Uniti sono uno dei paesi più ricchi del mondo e, da sempre,
molto attenti alla propria immagine all’estero. Il Paese non conosce la dura realtà
di guerra e di povertà che vivono molti suoi vicini e ha anzi sempre manifestato
una vocazione occidentale nello stile di vita. Pur non avendo le ingenti risorse
petrolifere dei suoi vicini, gli Emirati Arabi Uniti hanno creato una zona di
libero scambio che è diventata uno dei centri finanziari all’avanguardia nel mondo.
Il simbolo di questa grandeur degli Emirati sono i cosiddetti ‘elefanti bianchi’, immense costruzioni avveniristiche
che sono diventate f amose in tutto il mondo, costruite con tecniche all’avanguardia. Il Burj al-Arab Hotel per esempio, un albergo che ha solo suites per milionari, con costi che partono dai 900 dollari a notte. La costruzione
ospita 202 camere dotate di ogni lusso, il palazzo ha la forma di una vela spiegata
dalla brezza del mare e ogni spazio disponibile è dotato di una vetrata con vista
mozzafiato sulla città e sul golfo Persico.
Tra le attrazioni principali dell’albergo ci sono due ristoranti: uno sospeso
per aria e l’altro sott’acqua. Proprio così. L’al-Muntala è ad un’altezza di 200 metri sul livello del mare, mentre l’al-Mahara è 200 metri sotto il livello del mare. Entrambi sono circondati da finestre
panoramiche. Le strutture sono così belle che i proprietari hanno deciso di renderle
accessibili anche a chi non potrà mai permettersi un soggiorno al Burj al-Arab. Basta pagare un biglietto di 40 dollari e si possono visitare tutti gli ambienti
dell’albergo.
Il Palm invece sorge su due isole artificiali, chiamate the Palm Jumeirah e the Palm Jebel Ali. Alla fine del progetto la fascia costiera degli Emirati Arabi Uniti sottrarrà
120 chilometri di costa al mare. Ospitano ville di lusso, alberghi, attracchi
per barche da favola, negozi esclusivi, strutture per il tempo libero e il divertimento
e un parco acquatico a tema. Il tutto sarà collegato alla terraferma da ponti
di 300 metri l’uno. Il nome deriva dal fatto che la costruzione nel suo complesso,
vista dall’alto, riproduce la forma di una palma.
Non finisce qui. Sono stati già realizzati un impianto di desalinizzazione avveniristico
e una centrale elettrica in grado di rendere autonomo il Paese nella produzione
di energia. Inoltre è stato recentemente presentato un progetto storico, quello
della prima ferrovia che attraverserà le sabbie del deserto della penisola arabica.
Il Dubai Light Rail Project, come viene chiamato, costerà quasi 4 miliardi di dollari ed è in corso la gara
d’appalto, molto ambito dalle aziende specializzate, per creare una rete di rotaie
superveloci in grado di collegare, all’inizio, le principali città degli Emirati
Arabi Uniti.
Un gioiello tecnologico insomma. Un Paese islamico (anche se l’Islam è vissuto
in maniera parecchio pragmatica) che vive come un paese occidentale. L’aeroporto
dove è avvenuta la tragedia è l’ennesimo gigante architettonico che viene ampliato
ogni mese. Un cantiere dove lavorano 8 mila operai per un costo complessivo di
4 miliardi di dollari. Dietro le luci abbaglianti degli ‘elefanti bianchi’ ci sono proprio loro, operai
come quelli che sono morti sotto le macerie del muro crollato lunedì scorso. Solo
un quinto della popolazione che vive negli Emirati Arabi Uniti è formato da residenti
o nativi. Tutto il resto è formato da lavoratori immigrati.
Vengono dalla Thailandia, dall’India, dal Pakistan, dallo Sri Lanka e dal Bangladesh
e guadagnano, per turni che raggiungono le 14 ore al giorno di lavoro, un massimo
di 300 dollari al mese. Vivono in campi-dormitorio lontani dal centro delle grandi
città. Non è raro vedere delle colonne di operai che, a piedi, percorrono l’autostrada Sheik Zayed che conduce al centro di Dubai.
Sono privi di qualunque rappresentanza sindacale, non hanno assistenza sanitaria
e, come dimostra la tragedia dell’aeroporto, non godono di nessuna misura di sicurezza
sul posto di lavoro. Impossibile per loro ribellarsi o organizzarsi in rappresentanze
per tutelarsi, perché questo vuol dire licenziamento immediato ed espulsione dagli
Emirati Arabi Uniti, perché il permesso di soggiorno è concesso solo a coloro
che dimostrano di avere un lavoro.
I mancati pagamenti con motivazioni pretestuose sono all’ordine
del giorno, ma nessuno si ribella, perché per un operaio che va via ne arrivano
venti. Inoltre, per quanto i lavori siano pericolosi e mal retribuiti, permettono
agli operai di mantenere la famiglie rimaste nel paese di origine. Il ritorno
a casa significa la certezza di non vedere più un quattrino.
I giornali degli Emirati scrivono spesso di storie come quella dell’aeroporto,
ma non si permettono mai di fare i nomi delle aziende che sfruttano i lavoratori,
perché quasi sempre appartengono all’ambiente della famiglia dello sceicco Maktum
ibn Rashid Al Maktum, l’uomo che di fatto detiene il potere nella confederazione
di piccoli emirati.
Il ministro del Lavoro di Dubai ha garantito un’inchiesta rapida e imparziale
per individuare i responsabili, ma ha già tenuto a specificare che a quel progetto
lavorano in maniera indipendente tre aziende diverse e che quindi sarà difficile
risalire a quale di queste appartenessero i cinque operai morti. Per loro, comunque,
sarebbe troppo tardi.
Christian Elia