Scritto per noi da
Paola Rivetti
Questa è la storia di una donna che vuole fare la presidentessa dell'Iran ma
che concepisce la libertà femminile solo entro i limiti della Shari'a. A Rafat
Bayat, oggi deputata, non sarà mai permesso di partecipare alle elezioni presidenziali:
una battaglia per i diritti delle donne, questa, mai vinta. Ma lei è impegnata
anche in un altra lotta: la campagna per la non ratificazione del Cedaw, la convenzione
contro le discriminazioni sessuali. E' in contrasto con la legge religiosa. Il
femminismo iraniano esplode in tutte le sue contraddizioni.

Il problema delle candidature femminili negate alle elezioni presidenziali si
ripropone in Iran. In un Paese di certo non famoso per essere garantista dei diritti
delle donne, questa volta, a sollevare il polverone è Rafat Bayat, deputata conservatrice
del settimo Parlamento eletta lo scorso febbraio. La Bayat vuole partecipare alle
elezioni presidenziali del prossimo 17 giugno. Come candidata. L'iter della candidatura
prevede il nulla osta del Consiglio dei Guardiani, organo ultra conservatore che
si occupa, oltre che della verifica della compatibilità tra le leggi e la Shari'a,
di porre veti alle candidature di coloro che sono considerati non idonei alla
carica. Alle ultime elezioni presidenziali i veti imposti dai guardiani si abbatterono
su moltissimi candidati, lasciando che solo 4 su 238 partecipassero alla competizione.
Tra gli esclusi, vi erano le nove donne che si erano presentate. Anche Faheze
Rafsanjani, la figlia dell'ex presidente della Repubblica, fu esclusa.

Femminismo iraniano. Ma la questione femminile in Iran è un problema assai complesso: sfugge alle
categorie di valutazione occidentali. Rafat si batte ferocemente assieme alle
sue colleghe conservatrici contro il Cedaw, cioè la convenzione per l'eliminazione
di ogni forma di discriminazione contro le donne, emandata dall'Onu nel 1979 e
non adottata dall'Iran. Contrariamente a quanto fecero le rappresentanti del "gentil"
sesso del precedente Parlamento, a maggioranza riformatrice, le colleghe di Rafat
supportano la linea della non ratificazione: il documento confligge in troppi
punti con la Shari'a. Inoltre, dall'inizio dell'attuale legislazione, all'interno
dell'Assemblea, sono tornate in vigore misure che erano state abbattute perchè
considerate degradanti: la completa separazione dei sessi sia nella mensa del
Parlamento sia all'interno dell'aula è di nuovo realtà. Eppure queste donne vogliono
le redini della politica, che immaginano velatissima, con lo sbigottimento delle
loro colleghe di partito occidentali che muoverebbero guerra, pur di liberarle
dall’aberrante indumento.
I guardiani della virilità. I guardiani non hanno mai permesso la partecipazione femminile alla competizione
presidenziale. A gennaio, prendendo posizione su un particolare articolo della
Costituzione, deliberarono che l'accesso alla corsa per la presidenza della Repubblica
fosse permesso unicamente agli uomini. Tuttavia, Rafat Bayat spera che il Consiglio
dei Guardiani "possa cambiare opinione", e lasciarla competere a giugno. "Il governo
necessita di una figura che comprenda i problemi della gente, e questa capacità
appartiene sia agli uomini che alle donne", rincara l'agguerrita deputata. Le
donne in Iran vivono una situazione migliore rispetto alle loro vicine del Golfo,
ma la loro presenza in posizioni politicamente rilevanti è prossima allo zero.
Tuttavia, da sotto il velo queste donne sono battagliere e determinate, protagoniste
future della politica. Staremo a vedere se questa resterà velata ancora per molto,
o no.