11/04/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Sultan, direttore-operaio, lavora per ricostruire la sua fabbrica distrutta
Dal nostro inviato
Enrico Piovesana

(Segue dalla sesta puntata)
Sultan Islamov con i suoi operai (foto E. Piovesana) Sultan sorride soddisfatto mostrando i suoi molari d’oro, appoggiato alla fresatrice appena riparata. “Anche questa è quasi ppp…pronta per tornare a funzionare”, dice orgoglioso pulendosi le mani sporche di grasso, rivolto ai due operai che ancora armeggiano tra le leve e le ruote dentate di questo arrugginito pezzo da museo di storia industriale. “Ancora qualche mese di lll….lavoro e poi saremo pronti a riprendere la produzione”. Ora sorridono anche gli operai, non per la balbuzie di Sultan, ma per il pensiero che finalmente, dopo anni, torneranno a lavorare e a guadagnare qualche soldo. Non gli mancherebbero mai di rispetto. Quest’uomo dal viso paffuto e simpatico, vestito in tuta da lavoro e stivali di gomma, berretta di lana in testa e occhiali da vista oscurati, lavora ogni giorno alla riparazione dei macchinari assieme agli operai. Ma, nonostante le apparenze, non è uno di loro. Sultan Islamov, 47 anni, è il dirigente di questa fabbrica, o meglio, di quel che ne rimane. Un vero ‘dirigente-operaio’. “Per adesso il lavoro che serve è questo: aggiustare le macchine danneggiate dai bombardamenti per poter ricominciare a produrre. E quindi anche io faccio questo lavoro: ognuno deve dare una mano perché c’è davvero tanto da fare e siamo solo in 38”.
Prima della guerra questo enorme stabilimento, la ‘Org Tecnica’, impiegava tremila persone, tra operai e impiegati e quadri. Era la seconda più grande fabbrica di Grozny: produceva componentistica meccanica di precisione per macchinari di vario genere, dalle auto alle fotocopiatrici.
Oggi è ridotto a un cimitero industriale.
Sultan Islamov e le maceri della fabbrica (foto E. Piovesana) “Già durante la prima guerra, quella del ’94-’96 – racconta Sultan – la fabbrica è stata bombardata e parzialmente distrutta. La produzione era ripresa ma non erano ancora finiti i lavori di ricostruzione, alla fine del ’99, quando i russi l’hanno bombardata ancora, stavolta distruggendola completamente. Per fortuna morirono solo una decina di operai: dopo le prime esplosioni gli altri riuscirono tutti a uscire dai capannoni”.
Si guarda intorno rimanendo in silenzio e stringendo le labbra.
 “Continuarono a colpirla per giorni, fino a ridurla così”, aggiunge senza sorridere più, guardando il panorama di distruzione che lo circonda. Gli uffici e soprattutto i capannoni sono devastati dalle bombe sganciate dagli aerei e dalle cannonate dell’artiglieria. Al loro interno i grossi macchinari, le catene di montaggio, i nastri trasportatori, tutto è ridotto a ferraglia contorta e arrugginita, imbiancata dalla neve caduta nella notte attraverso gli squarci aperti dai razzi nei soffitti di cemento armato.
 “Venite, vi mostro quello che abbiamo fatto finora”, dice Sultan dirigendosi verso un portone d’acciaio con un grosso buco dai margini arrugginiti ripiegati verso l’interno. “Una granata”, dice senza aggiungere altro, entrando e facendo strada su per un scala d’acciaio che porta a un corridoio lunghissimo e buio, senza finestre. La luce penetra solo da un buco nel soffitto, aperto da un bomba. Piccole porte di ferro immettono in stanze dove non si lavora più sulle macchine, ma con le macchine. Macchine in funzione (foto E. Piovesana)Frese, torni e presse rimesse a nuovo, riverniciate di color turchese, che tornano a sfornare pezzi di metallo manovrate da operai di tutte le età, alcuni con indosso grossi occhialoni per ripararsi dalle schegge della lavorazione. Su alcune macchine è disegnata la falce di luna e la stella, il simbolo dell’Islam. E su una parete è ancora appeso un vecchio poster di Lenin che parla ai bolscevichi: sopra qualcuno ha inciso in caratteri cirillici sull’intonaco la scritta “Allahu Akhbar”, Allah è grande.
“Qui il lavoro è già ripreso”, dice Sultan. “Ancora piccole cose, che gli operai si tengono come paga. Vi spiego. Da Mosca arrivano qui in Cecenia molti soldi per la ricostruzione. Peccato che si perdono per strada, intascati dai funzionari dell’amministrazione locale filorussa o dagli stessi russi che stanno qui. Quindi a noi arrivano le briciole, che nel nostro caso non bastano a pagarci nemmeno un quarto dei nostri salari. Quindi, come integrativo, tutti quelli che lavorano qui si portano a casa i lavorati di metallo fatti da loro e poi li vendono ai mercatini di periferia guadagnando qualche soldo. Per adesso bisogna accontentarsi. E farsi furbi”, dice Sultan sfoderando uno dei suoi sorrisi dorati. “Quella grossa macchina là ad esempio l’ho comprata a un prezzo stracciato grazie a una conoscenza. Ma al governo ho dichiarato che l’avevo pagata a prezzo pieno così mi sono tenuto la differenza e l’ho spartita tra tutti gli operai”.
Allah è grande sopra un vecchio manifesto (foto E. Piovesana) Passeggiando tra le macerie della sua fabbrica, Sultan spiega che la produzione sarà diversa da quella di un tempo. “Quello che la Org Tecnica produceva prima della guerra non serve più, non ha più mercato. Quindi ho deciso di riconvertire la produzione. Con le macchine che abbiamo possiamo fare due cose che oggi si vendono molto: ponteggi per autofficine e mobili di legno. Cominceremo da quelli, poi si vedrà. D’altronde, per colpa della guerra, non siamo più una grande fabbrica, ma una piccola azienda artigiana: dobbiamo ripartire dall’inizio, crescere passo dopo passo, stando attenti a non fare errori. Anche per questo ho deciso di finire i miei studi universitari di economia: di giorno lavoro, e di notte studio. Mi laureo a novembre”, annuncia fierissimo Sultan con un sorriso che svela tutto l’oro che ha in bocca e tutta la voglia di ricominciare che ha nell’animo. Lui, come i suoi operai, come tutti i ceceni.
(Segue domani l'ottava puntata) 
Categoria: Guerra, Pace
Luogo: Cecenia (Russia)
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