Dal nostro inviato
Enrico Piovesana
(Segue dalla sesta puntata)

Sultan sorride soddisfatto mostrando i suoi molari d’oro, appoggiato
alla fresatrice appena riparata. “Anche questa è quasi ppp…pronta per
tornare a funzionare”, dice orgoglioso pulendosi le mani sporche di
grasso, rivolto ai due operai che ancora armeggiano tra le leve e le
ruote dentate di questo arrugginito pezzo da museo di storia
industriale. “Ancora qualche mese di lll….lavoro e poi saremo pronti a
riprendere la produzione”. Ora sorridono anche gli operai, non per la
balbuzie di Sultan, ma per il pensiero che finalmente, dopo anni,
torneranno a lavorare e a guadagnare qualche soldo. Non gli
mancherebbero mai di rispetto. Quest’uomo dal viso paffuto e simpatico,
vestito in tuta da lavoro e stivali di gomma, berretta di lana in testa
e occhiali da vista oscurati, lavora ogni giorno alla riparazione dei
macchinari assieme agli operai. Ma, nonostante le apparenze, non è uno
di loro. Sultan Islamov, 47 anni, è il dirigente di questa fabbrica, o
meglio, di quel che ne rimane. Un vero ‘dirigente-operaio’. “Per adesso
il lavoro che serve è questo: aggiustare le macchine danneggiate dai
bombardamenti per poter ricominciare a produrre. E quindi anche io
faccio questo lavoro: ognuno deve dare una mano perché c’è davvero
tanto da fare e siamo solo in 38”.
Prima della guerra questo enorme stabilimento, la ‘Org Tecnica’,
impiegava tremila persone, tra operai e impiegati e quadri. Era la
seconda più grande fabbrica di Grozny: produceva componentistica
meccanica di precisione per macchinari di vario genere, dalle auto alle
fotocopiatrici.
Oggi è ridotto a un cimitero industriale.

“Già durante la prima guerra, quella del ’94-’96 – racconta Sultan – la
fabbrica è stata bombardata e parzialmente distrutta. La produzione era
ripresa ma non erano ancora finiti i lavori di ricostruzione, alla fine
del ’99, quando i russi l’hanno bombardata ancora, stavolta
distruggendola completamente. Per fortuna morirono solo una decina di
operai: dopo le prime esplosioni gli altri riuscirono tutti a uscire
dai capannoni”.
Si guarda intorno rimanendo in silenzio e stringendo le labbra.
“Continuarono a colpirla per giorni, fino a ridurla così”,
aggiunge senza sorridere più, guardando il panorama di distruzione che
lo circonda. Gli uffici e soprattutto i capannoni sono devastati dalle
bombe sganciate dagli aerei e dalle cannonate dell’artiglieria. Al loro
interno i grossi macchinari, le catene di montaggio, i nastri
trasportatori, tutto è ridotto a ferraglia contorta e arrugginita,
imbiancata dalla neve caduta nella notte attraverso gli squarci aperti
dai razzi nei soffitti di cemento armato.
“Venite, vi mostro quello che abbiamo fatto finora”, dice Sultan
dirigendosi verso un portone d’acciaio con un grosso buco dai margini
arrugginiti ripiegati verso l’interno. “Una granata”, dice senza
aggiungere altro, entrando e facendo strada su per un scala d’acciaio
che porta a un corridoio lunghissimo e buio, senza finestre. La luce
penetra solo da un buco nel soffitto, aperto da un bomba. Piccole porte
di ferro immettono in stanze dove non si lavora più sulle macchine, ma
con le macchine.

Frese, torni e presse rimesse a nuovo, riverniciate di
color turchese, che tornano a sfornare pezzi di metallo manovrate da
operai di tutte le età, alcuni con indosso grossi occhialoni per
ripararsi dalle schegge della lavorazione. Su alcune macchine è
disegnata la falce di luna e la stella, il simbolo dell’Islam. E su una
parete è ancora appeso un vecchio poster di Lenin che parla ai
bolscevichi: sopra qualcuno ha inciso in caratteri cirillici
sull’intonaco la scritta “Allahu Akhbar”, Allah è grande.
“Qui il lavoro è già ripreso”, dice Sultan. “Ancora piccole cose, che
gli operai si tengono come paga. Vi spiego. Da Mosca arrivano qui in
Cecenia molti soldi per la ricostruzione. Peccato che si perdono per
strada, intascati dai funzionari dell’amministrazione locale filorussa
o dagli stessi russi che stanno qui. Quindi a noi arrivano le briciole,
che nel nostro caso non bastano a pagarci nemmeno un quarto dei nostri
salari. Quindi, come integrativo, tutti quelli che lavorano qui si
portano a casa i lavorati di metallo fatti da loro e poi li vendono ai
mercatini di periferia guadagnando qualche soldo. Per adesso bisogna
accontentarsi. E farsi furbi”, dice Sultan sfoderando uno dei suoi
sorrisi dorati. “Quella grossa macchina là ad esempio l’ho comprata a
un prezzo stracciato grazie a una conoscenza. Ma al governo ho
dichiarato che l’avevo pagata a prezzo pieno così mi sono tenuto la
differenza e l’ho spartita tra tutti gli operai”.

Passeggiando tra le macerie della sua fabbrica, Sultan spiega che la
produzione sarà diversa da quella di un tempo. “Quello che la Org
Tecnica produceva prima della guerra non serve più, non ha più mercato.
Quindi ho deciso di riconvertire la produzione. Con le macchine che
abbiamo possiamo fare due cose che oggi si vendono molto: ponteggi per
autofficine e mobili di legno. Cominceremo da quelli, poi si vedrà.
D’altronde, per colpa della guerra, non siamo più una grande fabbrica,
ma una piccola azienda artigiana: dobbiamo ripartire dall’inizio,
crescere passo dopo passo, stando attenti a non fare errori. Anche per
questo ho deciso di finire i miei studi universitari di economia: di
giorno lavoro, e di notte studio. Mi laureo a novembre”, annuncia
fierissimo Sultan con un sorriso che svela tutto l’oro che ha in bocca
e tutta la voglia di ricominciare che ha nell’animo. Lui, come i suoi
operai, come tutti i ceceni.
(Segue domani l'ottava puntata)