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La Turchia ha una storia millenaria, ma il 6 ottobre del 2004 sarà sicuramente
un momento molto importante della vita del Paese che, da sempre, è a metà strada
tra Occidente e Oriente. Quel giorno infatti, la Commissione Europea presenterà
un rapporto sullo stato delle riforme della Turchia. Nella sostanza verrà valutato
il livello dell’ordinamento giuridico turco rispetto alle norme europee.
Quel documento sarà decisivo per dare avvio ai negoziati tra l’Unione Europea
e la Turchia per l’ingresso di quest’ultima tra i Paesi membri della comunità.
Il cammino di avvicinamento all’Europa non era facile, ma il governo turco ha
speso molte energie e molti soldi per accreditarsi come partner credibile.
Il percorso delle riforme si è bruscamente interrotto il 15 settembre scorso,
durante la discussione parlamentare per la riforma del Codice Penale turco. Tayyep
Erdogan, primo ministro e leader del partito filoislamico Giustizia e Sviluppo,
al momento al potere, hanno proposto il reinserimento nel codice della criminalizzazione
dell’adulterio, abolita nel 1996.
Il Parlamento turco si è spaccato, con le opposizioni che gridano alla ‘talebanizzazione’
del Paese, ma soprattutto sono insorte le opinioni pubbliche dei Paesi europei,
che ritengono inaccettabile una legge del genere. Almeno in un Paese dell’Unione.
La Turchia ha preso tempo, rinviando la discussione della legge al 10 ottobre
2004, ma questo significherebbe superare indenni il rapporto della Commissione
europea previsto per il 6 di ottobre.
“Senza l’adozione del nuovo codice penale, i negoziati con la Turchia non possono
cominciare”, ha però tuonato Jean-Claude Filori, portavoce del Commissario europe o all’Allargamento. “Questa è una norma che fa riferimento esclusivamente ai
rapporti tra persone adulte”, ha ribattuto il primo ministro Erdogan, “non inficia
la libertà di nessuno”.
L’attesa è adesso per il 23 settembre prossimo, quando Erdogan sarà in visita
ufficiale a Bruxelles per spiegare le ragioni del governo di Ankara. Il suo compito
si presenta molto difficile, visto e considerato che il fronte del no alla Turchia
in Europa, capeggiato dalla Germania, si è arricchito di un alleato prestigioso.
“L’ingresso della Turchia in Europa è antistorico”, ha infatti dichiarato Joseph
Ratzinger, il cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede
del Vaticano, “il confronto storico tra l’impero ottomano e l’Europa fa parte
delle radici del vecchio continente, radici che sono cristiane”. La polemica quindi
non sembra destinata a scendere di tono.
Qualunque sia la decisione che verrà presa dalla Commissione Europea e dal Parlamento
turco, la condizione femminile in Turchia, resta complessa. In un rapporto del
giugno del 2004, intitolato “Mai più violenza sulle donne”, Amnesty International
denuncia che almeno un terzo delle donne in Turchia sono vittime di violenza fisica
all’interno della famiglia. Donne picchiate, stuprate e in alcuni casi persino
uccise o costrette a suicidarsi, rappresentano una terribile realtà del Paese.
“La violenza contro le donne da parte dei loro parenti va dalla negazione dei
loro bisogni economici mediante violenza fisica e psicologica, alle percosse e
alla violenza sessuale fino all’omicidio”, ha dichiarato Cecilia Nava, vicepresidente
della Sezione Italiana di Amnesty International.
“Alla base di tutto questo vi è la discriminazione, che nega alle donne l’uguaglianza
rispetto agli uomini in ogni aspetto della vita”, ha accusato Nava, “una cultura
della violenza può porre la donna in una duplice condizione di vittima, sia per
la violenza subita che per il mancato accesso alla giustizia”.
“La violenza contro le donne è ampiamente tollerata e persino approvata dai leader
delle comunità locali e anche dai più alti livelli del potere esecutivo e giudiziario.
Raramente le autorità conducono indagini complete sulle denunce delle donne, sugli
omicidi o sui casi apparenti di suicidio”, spiega Amnesty, “nonostante i recenti
passi avanti per porre termine a questa pratica, i tribunali riducono le condanne
agli stupratori se questi ultimi promettono di sposare le loro vittime”.
“Il governo turco ha il dovere di proteggere le donne dalla violenza commessa non
solo da parte dei pubblici funzionari ma anche da singoli individui e gruppi.
Sulla base del diritto internazionale, le autorità devono assicurare il diritto
delle donne all’uguaglianza, alla vita, alla libertà, alla sicurezza, alla libertà
dalla discriminazione, dalla tortura e dai trattamenti inumani, crudeli e degradanti”,
ha concluso Cecilia Nava quando il rapporto è stato presentato.
Il 15 settembre, nell’ambito della riscrittura del Codice Penale, il Parlamento
di Ankara ha deciso che i responsabili dei ‘delitti d’onore’, cioè le forme tradizionali
di vendetta familiare, non godranno più delle attenuanti che fino ad oggi hanno
garantito praticamente l’impunità a che si macchiava di un omicidio per lavare
una presunta onta all’onorabilità della famiglia. Così come è stato abolito il
‘test di verginità’, per cui le ragazze potevano essere sottoposte legalmente
a visite ginecologiche su richiesta dei genitori o dei docenti scolastici.
Tutto questo si somma ad una visione non più criminale dell’omosessualità e ad
altre riforme, che puntano, almeno sulla carta, alla smilitarizzazione della vita
pubblica turca. Un esempio fondamentale è il percorso parlamentare che dovrebbe
portare all’abolizione della pena di morte. La Turchia ci sta provando insomma,
ma su alcuni punti sembra irrigidirsi. Le tensioni interne ad un Paese che guarda
allo stile di vita occidentale tentando difficoltosamente di salvaguardare l’anima
islamica del Paese sono forti.
Nell’attesa di capire cosa accadrà, parlando di diritti delle donne (perché le
cifre dell’adulterio sembrano riguardare solo loro), il pensiero va alle cinque
ragazze, tutte sedicenni, che sono morte ad agosto in Turchia. Frequentavano un
corso coranico estivo nei dintorni di Urla, un villaggio vicino Izmir, nei pressi
di Smirne. Durante una giornata al mare le giovani decidono di fare il bagno,
coperte dai loro vestiti e dal velo. In pochi secondi le vesti bagnate diventano
una trappola mortale. I soccorritori però non possono intervenire, perché la visione
integralista dell’Islam proibisce a qualsiasi uomo, che non sia genitore o parente,
di toccare una donna. Sarebbero "contatti impuri". Finisce che le cinque ragazze
muoiono annegate senza che nessuno alzi un dito per salvarle. Nessuno risponderà
delle cinque vite affondate tra le onde, perché nessuna denuncia è stata presentata.
Christian Elia