
Sono andato al centro di detenzione di Baxter, nel sud dell’Australia, a cavallo
del weekend di Pasqua, e ho assistito a uno dei più eccessivi usi di violenza
che ho mai visto da parte della polizia australiana. “Stavamo solo facendo volare
dei palloncini per far sapere ai rifugiati che eravamo qui, ma la polizia ci ha
caricato e li ha fatti scoppiare”, ha detto uno dei 400 dimostranti arrivati a
Baxter. I manifestanti avevano programmato di lasciar andare i palloncini in modo
da inviare un messaggio di sostegno ai rifugiati rinchiusi nel centro.
Porte chiuse ai richiedenti asilo. Al contrario di altri Paesi sviluppati, l’Australia è l’unica nazione ad avere
una politica di detenzione obbligatoria e non rivedibile dei richiedenti asilo,
una pratica che si è meritata la condanna della Commissione per i Diritti Umani
e le Pari Opportunità (Hreoc) e di Amnesty International. Circa 1500 rifugiati
sono stati rinchiusi nei centri di raccolta australiani dal 1998, molti per periodi
prolungati come per esempio il kashmiro Peter Qazim, che è stato detenuto per
quasi sette anni in condizioni simili a quelle di una prigione. Al personale è
permesso ammanettare, iniettare sedativi e mettere in isolamento i detenuti, compresi
i bambini. Alcuni sostengono di essere stati molestati dalla polizia penitenziaria.
Violenze dietro le sbarre. Secondo una donna australiana il cui marito è rinchiuso a Baxter, le aggressioni
sessuali di detenuti da parte degli ufficiali penitenziari sono frequenti. Uno
di questi agenti, dopo esser stato licenziato per aver aggredito un prigioniero
nel vecchio centro di detenzione di Woomera, lavora adesso per la Global Services,
la società americana che gestisce Baxter. Il marito della donna sostiene di essere
stato violentato da questo agente.
La protesta. All’esterno del centro, i dimostranti hanno continuato la loro veglia, così
come è continuata la violenza della polizia. Durante i quattro giorni di protesta,
i manifestanti sono stati costantemente provocati da un elicottero del centro
di detenzione, che illuminava le loro tende con un faro abbagliante e scendeva
fin quasi al terreno con lo scopo di far volare la sabbia negli occhi. Anche le
jeep della polizia seguivano e illuminavano le persone che si avvicinavano alla
prigione.
L’intervento della polizia. Più tardi, quando i dimostranti (tra i quali c’era un bambino) hanno cercato
di far volare degli aquiloni, la polizia li ha caricati e arrestati. Alcuni di
quelli che manovravano gli aquiloni sono stati placcati come nel rugby. In una
marcia successiva vicino a una rete di recinzione abbassata, una donna è stata
colpita in faccia e lanciata in un cespuglio di spine, dove si è tagliata il volto
e le palpebre, mentre un’altra è finita all’ospedale dopo essere stata calpestata
dai cavalli della polizia. In seguito è stata arrestata per violazione di proprietà
privata. Altri sono stati fermati per aver fatto volare palloncini e aquiloni
in una zona preclusa al volo. In totale sono stati arrestati 16 manifestanti.
Il vicecommissario Gary Burns ha difeso l’azione della polizia, dicendo che i
dimostranti avevano attaccato i cavalli degli agenti con mazze da cricket. “L’unica
volta in cui abbiamo usato mazze da cricket è quando abbiamo giocato a cricket
all’esterno del cancello”, ha detto un manifestante. “E se avessimo colpito i
cavalli saremmo stati ripresi dalle telecamere. I media erano dappertutto”.
Il ringraziamento dei detenuti. Ma i dimostranti hanno avuto un certo successo. Dopo che la polizia ha provato
di tutto per impedire alle persone di comunicare con i detenuti, nella notte si
è sentita la debole voce di un gruppo di rifugiati che da un tetto hanno gridato
“Azadi (Libertà!)”. I dimostranti hanno risposto con entusiasmo. “Grazie!”, ha
continuato una voce nel buio. “Grazie! Vi vogliamo bene!”. Azadi! Libertà. E’
difficile che accada dato che il primo ministro australiano John Howard, uno che
non ha paura di mostrarsi critico verso i richiedenti asilo e un oppositore dell’immigrazione
dall’Asia, è ancora al potere.