15/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



L'enigma dell'attentatore giordano in Afghanistan, in un Paese a meta' tra la partnership con gli Usa e l'estremismo

Potrebbe apparire una notizia come un'altra : la Nato chiede alla Giordania di addestrare la polizia afghana. L'amicizia tra i due paesi, Giordania e Stati Uniti; il sostanziale e indispensabile sostegno economico della superpotenza al quarto paese più povero d'acqua al mondo; le visite e i colloqui per i discussi e discutibili negoziati di pace dell'aspro conflitto israelo-palestinese che si ripetono a scadenze settimanali, ultimo per esempio l'incontro di giovedì 11 marzo del vice presidente Usa, Joseph Biden, con re Abdullah II di Giordania; le condanne giordane alla politica degli insediamenti israeliani unitamente condivise dagli inviati in Medio Oriente americani. E la visita del Segretario Generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, domenica 7 marzo 2010, che risulta essere la prima visita ad uno dei paesi patner nel quadro del Mediterrean Dialogue.

Nella sua prima visita ufficiale alla Giordania , alla conferenza organizzata dal Jordan Institute of Diplomacy e dalla Nato stessa, il Segretario Generale ha lodato la grande reputazione militare giordana, citando il contributo fornito al personale militare iracheno , alle sue forze di polizia, tanto quanto alle forze di sicurezze nazionali afghane. Ma ai ringraziamenti americani nello sforzo condiviso della lotta al terrore, corrobati poi dall' incoraggiamento di Rasmussen a tutti i paesi musulmani di unirsi ai due paesi per combattere tali visioni distorte dell'Islam, ha da tempo fatto seguito una certa perplessità , se non ostilità, della voce pubblica giordana. Se non specificamente islamista. "Che cosa ci fa la Giordania in Afghanistan?". E' stato questo l'interrogativo di stampa e vulgus alla notizia della morte di un soldato giordano nell'attentato a sette agenti della Cia del 30 dicembre 2009 nella base americana a Khost, in Afghanistan. A distanza di qualche giorno dalle esequie solenni del soldato morto sul fronte afgano per una poco chiarita "missione umanitaria" , il sovrano aveva dichiarato il ruolo attivo della Giordania nella lotta al terrore in difesa della sicurezza nazionale e dell'ortodossia dell'Islam.

La questione si era infatti complicata e arricchita di particolari: l'attentatore suicida era anch'esso giordano , ma non si trovava lì per caso. In una presumibilmente congiunta intesa tra l'intelligence giordana e quella americana, l'imprevedibile attentatore, al-Balawi, era stato reclutato per infiltrare le alte gerarchie di Al-Qaeda. Ma la fede islamica nella sua versione estremista ha prevalso sul suo incarico. E si è reso responsabile del più grande attentato degli ultimi anni verso una base americana. Per cui "lavorava".

Probabilmente le ragioni del finto colloboratore , che in quanto terrorista invece , con altro nome, aveva un suo percorso ben definito, sarebbero anche alla base della perplessità e ostilità giordana riguardante proprio il coinvolgimento di un paese musulmano, il regno hashemita, nella lotta contro i propri "fratelli nella fede": gli - seppur estremisti - attentatori afgani.

Come se non bastasse, a due mesi dallo sconvolgimento che dall'attentato in poi si era prodotto, al-Balawi è tornato ad apparire con un suo video pubblicato domenica 28 febbraio, in cui con in una sorta di testamento, dichiarava di stare per compiere la sua vendetta verso gli Stati Uniti e verso la Giordania, che avrebbero cercato di corromperlo. Ancora una volta quindi il regno giordano imbarazzato smentisce suo coinvolgimento in omicidi di cui al-Balawi in questo video avrebbe dichiarato parzialmente responsabile l'intelligence giordana. Ne era quantomeno a conoscenza?

Se il dottore giordano, sposato alla donna turca autrice del libro "Osama Bin laden, Che Guevara of the East", si lascia esplodere in Afghanistan, "sensibilizzando" così il suo paese natale su una tematica ancora sconosciuta , e tutt'oggi forse misteriosa, quale è la presenza giordana in Afghanistan, le pur moderate reazioni giordane non si lasciano attendere: l'Islamic Action Front, ala politica dei Fratelli Musulmani del paese, aveva ai tempi dell'attentato incitato il suo governo a "non disperdere le energie in Afghanistan e concentrarsi sulla questione di Gerusalemme". Adesso forse, quando Gerusalemme brucia del fuoco della polizia israeliana ormai da tre venerdì consecutivi, davvero le richieste della Nato alla Giordania e le sue possibili implicazioni passano quasi inosservate. L'Islamic Action Front non ha mancato di portare la sua solidarietà alla Città Santa, riunendosi di venerdì in nome dell'auspicata capitale palestinese, seconda città santa per l'Islam dopo la Mecca. Ma nonostante le diverse forme e presenze di solidarietà dei fratelli e dei "Fratelli", oltre che a Gerusalemme, il fuoco a Kabul non si è mai fermato.

Scritto da Marta Bellingreri

 

Parole chiave: giordania
Luogo: Giordania