13/03/2010versione stampabilestampainvia paginainvia



Da tre giorni nei quartieri settentrionali della capitale somala si combatte senza sosta: peggiorano le condizioni igienico-sanitarie

Mogadiscio nel caos. Da tre giorni i quartieri settentrionali della capitale della Somalia sono teatro di violenti combattimenti. Da una parte i ribelli di al-Shabaab, gruppo fondamentalista di matrice islamica, considerato molto vicino ad al Qaeda, e dall’altro l’esercito e i peacekeeper della missione Amisom, schierati a difesa dell’attuale governo di transizione. In mezzo la popolazione, i civili, vittime inermi di una guerriglia silenziosa che solo negli ultimi tre giorni ha provocato almeno 70 morti e oltre un centinaio di feriti. Più di centomila, secondo i dati dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite (Unhcr), i somali i che dall’inizio dell’anno hanno dovuto abbandonare le loro case per sfuggire alle violenze e che ora vivono come sfollati nel proprio Paese. Dalla fine di febbraio ad oggi circa 33mila persone hanno abbandonato Mogadiscio, centro degli scontri, per rifugiarsi in campi profughi di fortuna, allestiti alle porte della capitale. Di giorno in giorno le condizioni igienico-sanitarie peggiorano e si aggravano. I più fortunati, invece, almeno diecimila per i dati dell’Unchr, hanno raggiunto il Kenya.

“A Mogadiscio manca tutto – afferma sconsolata la dottoressa Asha Cumar che lavora presso l’ospedale da campo di Amisom, situato nella zona meridionale della città -. La situazione umanitaria è disastrosa, non sappiamo più che cosa fare. Nella capitale, oltre al nostro, ci sono altri tre ospedali, ma non bastano a soddisfare l’emergenza. Non abbiamo i medicinali salvavita, i ferri per operare e soprattutto mancano le garze, che sono fondamentali per gli interventi chirurgici. Domani dobbiamo operare 5 donne, ma non abbiamo più un pezzo di garza e non so come ci muoveremo”. Secondo la dottoressa gli ultimi combattimenti, particolarmente intensi e violenti, hanno messo a dura prova la capitale somala che si sarebbe trasformata in un deserto. “Ormai non c’è più nessuno – continua -, la maggior parte della popolazione è fuggita. A Mogadiscio restano gli Shabaab, ragazzi molto giovani, spesso hanno meno di vent’anni, e i soldati di Amisom. In entrambi gli schieramenti è forte la presenza straniera: noi somali siamo ostaggi nel nostro Paese”. Vista la gravità della situazione, il sindaco di Mogadiscio, Abdirisaq Mohamed Nur, si è rivolto ai pochi cittadini rimasti, esortandoli a lasciare la città, che non è più un luogo sicuro. Si combatte quartiere per quartiere in una guerriglia che non fa prigionieri.

Mentre a Mogadiscio proseguono gli scontri, a livello internazionale si rincorrono le voci di un possibile intervento aereo statunitense a supporto delle truppe dell’Unione Africana. Fonti locali hanno, infatti, dato la notizia della presenza di aerei spia che hanno sorvolato la città portuale di Chisimaio, situata nella zona meridionale, da poco in mano ai fondamentalisti, per raccogliere delle informazioni. Secondo la dottoressa Cumar, però, si tratta di voci senza fondamento. “Qui non arriverà mai nessuno – conclude -. Sono molto arrabbiata con la comunità internazionale e, soprattutto, con le Nazioni Unite. A nessuno interessa di noi, non abbiamo un valore e ci hanno abbandonati al nostro destino. Non vedo nessuno che si preoccupa di quello che sta accadendo in Somalia, eppure qui è un inferno”.

Benedetta Guerriero

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