02/03/2004
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Viaggio nei Territori per capire cosa significa vivere sotto occupazione
Da Marda ci dirigemmo verso ovest, in direzione di Hares, la nostra
tappa successiva. Lì lasciai la macchina, volendo viaggiare con i miei
compagni, allo stesso modo in cui i palestinesi sono costretti a fare
per raggiungere Mas’ha: cioè, devono andare fino al blocco stradale di
Hares, prendere un taxi fino a quello di Karawa e, dall’altro lato
della strada, trovarne un terzo che, dopo aver attraversato Bidiya, sia
disponibile a condurli fino a Mas’ha.
Ma prima di dirigerci verso il blocco stradale, ci fermammo lì vicino,
nel negozio di un piccolo villaggio dove si vendono falafel. È una
stanzetta con poche sedie all’esterno, in genere occupate da uomini del
posto che hanno perso il lavoro a causa dell’attuale situazione e che
trascorrono gran parte della loro giornata seduti lì, depressi, o
impegnati a fare due chiacchiere. I visitatori sono sempre
un’attrazione e un’opportunità di raccontare. Abbiamo ascoltato,
mangiando e facendo domande per meglio capire la loro vita quotidiana.
Quella mattina, attorno alle 6, i soldati erano entrati nel villaggio.
Come sempre, lo avevano fatto rumorosamente. Lo scopo è di disturbare
più che di attirare l’attenzione. Uscendo, uno di loro aveva poi
lanciato qualcosa contro una macchina parcheggiata lì da un abitante,
che aveva subito preso fuoco e ora era ridotta a un catorcio. Perché
l’aveva fatto? Nessuno lo sa.
Un bel uomo, alto, apparente sulla cinquantina, ci ha rivelato invece
di averne solo 32, di anni, e che il grigio dei suoi capelli e dei suoi
baffi erano il risultato di una grande sofferenza. Un tempo si
guadagnava da vivere dignitosamente. Quasi tutti gli uomini di qui
hanno lavorato in Israele o con israeliani. Anche lui. Ma adesso la sua
famiglia non ha quasi niente da mangiare. La maggior parte della gente
nel villaggio è nella stessa situazione e sopravvive nutrendosi di
pitta (pane arabo), olio di oliva e zatar, un’erba spontanea che cresce
in abbondanza nei campi.
Come nasce un kamikaze La conversazione si spostò quindi sull’impatto
dell’occupazione, in particolare sull’attuale situazione, sui giovani.
Ad esempio, ci chiese quale potesse essere, secondo noi, l’impatto su
un bambino che aveva assistito al pestaggio del padre. Suo figlio,
quattro anni appena compiuti, era accanto a lui, mentre i soldati lo
picchiavano selvaggiamente. E lui non aveva opposto resistenza. “Che
effetto credete che faccia ad un bambino – chiedeva – vedere suo padre
star fermo lì lasciando che un altro lo colpisca più volte, con il
sangue che gli cola dal naso e la faccia sfigurata?” Il padre non aveva
opposto resistenza perché il soldato era armato e lui temeva per la
sicurezza del piccolo. Ha reputato più volte: “Ma cosa pensate che
senta il bambino?”
Un altro uomo ci ha detto che il gioco preferito dei bambini del
villaggio è quello “del soldato israeliano e del palestinese”. Non ci
ha risposto, quando gli abbiamo chiesto “qual è il ruolo preferito dai
ragazzi?”. Ma è risaputo che, in giochi di questo tipo, i bambini
preferiscono fare la parte della persona forte, quella di chi ha il
potere: in questo caso, il soldato israeliano. Nessuno vuole fare la
vittima.
Un altro ancora è intervenuto nel discorso. “Cosa vi aspettate dai
nostri ragazzi? Non hanno futuro. I giovani di 18, 19, 20 anni, in
tempi normali vogliono vivere,” ha detto. “Ma quando un giovane non ha
futuro e vede che la sua famiglia – genitori, fratelli, sorelle, nonni
– deve lottare per sopravvivere e qualcuno gli offre dei soldi se
accetta di diventare un kamikaze, che cosa immaginate che faccia?” E ha
aggiunto: “Non è la nostra educazione. Non è quello che desideriamo per
i nostri figli. È la situazione”.
Mentre stavamo per andarcene, ci viene detto che il caffè è quasi
pronto. E il nostro ospite insiste perché restiamo. Dopo tanto parlare,
una grande ospitalità e molte tazzine di caffè, circa un’ora dopo il
nostro arrivo, ripartiamo.
Mas’ha: il villaggio completamente recintato Nazeeh e Raad ci aspettano
dal lato opposto del blocco stradale di Karawa e in macchina con loro
andiamo in direzione di Mas’ha, oltrepassando Bidiya. Mas’ha, come
tutti sanno, è completamente recintata e si può raggiungere solo
attraverso questo percorso. Volevo che i miei compatrioti vedessero
cosa significa essere recintati.
Una volta, a Mas’ha, eravamo andati direttamente all’ingresso
utilizzato dai contadini (uno dei due accessi al villaggio). Con mia
grande sorpresa in quell’occasione constatai che il cartello rosso,
appeso al cancello per settimane, era stato tolto. In tre lingue –
inglese, ebraico e arabo – avvertiva che la vita di chiunque si fosse
avvicinato alla recinzione, era in pericolo. Una seconda sorpresa era
che Nazeeh aveva ricevuto il permesso di estendere i suoi campi e il
suo oliveto dall’altra parte della “recinzione”. E la terza sorpresa è
stata sentire che l’ingresso dei contadini, ultimamente, veniva aperto
con regolarità, quando i coltivatori arrivavano per andare nei campi.
Tutto ciò era il risultato dell’Aja, o era dovuto agli appelli lanciati
da alcuni di noi? In ogni caso, durante la mezz’ora in cui siamo stati
lì, non è comparso alcun soldato.
All’ingresso dei contadini, Nazeeh ci ha spiegato come la collina – che
adesso è deturpata dai due metri di trincea, dalle recinzioni e da una
strada utilizzata solo dai soldati israeliani e dalle loro jeep – fosse
un tempo un posto meraviglioso, coperto di oliveti e di erbe
selvatiche. Dal cancello vedevamo la costruzione della colonia (forse
era Elkanah 3) sulla collina di fronte.
Dopo altro caffè, stavolta a casa di Nazeeh, siamo ripartiti. Guidando
verso ovest sull’autostrada dei coloni ci siamo diretti verso l’entrata
occidentale di Mas’ha, adesso chiusa dalla recinzione e da un cancello
che viene aperto solo per i militari israeliani. Per raggiungere
l’ingresso occidentale bisogna uscire dall’autostrada 5 e girare a
destra per l’autostrada 505 (ora utilizzata dai coloni dei quattro
insediamenti al di là della strada). Quindi abbiamo ripercorso i 20
chilometri verso est che la recinzione costringe a fare per entrare nel
villaggio di Mas’ha attraverso Karawa. Non vi si può più entrare da
ovest.
Arrivati di fronte al cancello ci siamo fermati a fare visita a Munyera
Amer, la cui casa e le cui proprietà si trovano ad ovest dell’ingresso.
Questi hanno una propria recinzione che li circonda e addirittura un
muro di cemento alto otto metri. Ho pregato Munyera di non offrirci
caffè. Sorridendo, lei ci ha portato invece una squisita limonata e
dell’acqua ghiacciata che tutti abbiamo gradito. Poi ho condotto gli
altri sul tetto della casa, dove Hani Amer aveva installato dei fili
metallici sui collettori di energia solare per impedire che il vetro
venisse nuovamente rotto dai sassi lanciati dai coloni di Elkanah. Lì
sopra ce n’erano ancora. Mentre eravamo lì, i militari hanno fatto
visita ad Hani. A loro dava parecchio fastidio il fatto che lui e la
sua famiglia ricevessero così tanta attenzione da parte dei media e, in
particolare, dei fotografi. Avrebbero voluto far passare questa altra
versione: che Hani aveva recintato la famiglia (Munyera e sei figli) di
sua spontanea volontà. Come se avesse voluto personalmente gli otto
metri di muro di cemento che separa la sua casa e i suoi campi dal
resto del villaggio... I soldati israeliani, forse su pressione dei
coloni, vorrebbero che Hani se ne andasse. Ma fino ad oggi non sono
riusciti a convincerlo.
La tendenza suicida della società israeliana Sono ritornata a casa
verso le cinque del pomeriggio, dopo aver riaccompagnato i miei amici.
Una giornata piena, ma istruttiva. Cos’ha a che fare tutto
questo con l’ignoranza? Quanto abbiamo appreso ieri circa la vita dei
palestinesi nei Territori Occupati, non è che una goccia nell’oceano. È
raro che i media riportino storie di questo genere. E se lo fanno, la
ragione addotta è che l’Esercito israeliano è sulle tracce di un
“ricercato”, vero o falso che sia. Il radiogiornale del mattino di
solito riporta "l'azione”, se è condotta in una delle grandi città, se
un palestinese è stato ucciso o se ci sono stati degli arresti. E
intanto il muro continua ad essere costruito, confiscando sempre più
terre, chiudendo un intero popolo in ghetti, separandolo da campi,
sorgenti d’acqua e dividendo le comunità in due.
Continuando ad ignorare queste cose, la sofferenza degli “altri”,
facciamo male anche a noi. E questo in tre modi: rifiutando di renderci
conto di quanto denaro il governo stia investendo in Cisgiordania nella
costruzione di strade, di insediamenti e del Muro, andiamo a grandi
passi verso un sicuro disastro economico; permettendo al governo e
all’Esercito israeliano di trattare i palestinesi come esseri subumani,
cui vengono negati i più fondamentali fra i diritti umani, acceleriamo
la loro violenza verso di noi con altri attentati suicidi. Ma forse la
cosa più grave è che consentendo ai nostri soldati – coscritti e
riservisti – di assumere comportamenti come quelli citati, li
trasformiamo in mostri ai quali tutto è concesso (una tendenza, questa,
che loro saranno tentati di trasferire anche nella vita civile di tutti
i giorni). Con ciò ci assicuriamo una società sempre più violenta, in
cui i mariti uccidono le mogli e in cui la violenza immotivata continua
a crescere.
Dorothy Naor