02/03/2004
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Viaggio nei Territori per capire cosa significa vivere sotto occupazione
In genere, si dice: beati gli ignoranti. Ma è anche vero che ciò che
non si conosce, alla lunga può danneggiarci. Per spiegare meglio che
cosa intendo, vi racconterò una giornata nei Territori Occupati. Alle
otto del mattino di ieri avevo già caricato tutti i miei passeggeri
(tre in totale); eravamo diretti da Tel Aviv verso la regione di Salfit
nei Territori Occupati. Per due dei tre si trattava di un’esperienza
completamente nuova, per il terzo non era del tutto così. Volevo dare
loro un piccolo saggio di cosa significhi essere un palestinese che
vive sotto occupazione. È chiaro che non si può mai pienamente sentire
o capire, quello che non si è sperimentato sulla propria pelle.
Ad esempio, solo uno che ha fatto la fame, sa che cosa vuol dire.
Eppure, anche un piccolo assaggio, per quanto superficiale, fornisce un
briciolo di conoscenza che prima non si aveva. Percorrendo l’autostrada
5, nessun cartello indica che si è attraversata la Linea Verde – ovvero
la linea dell’armistizio del 1949 che separa Israele dalla
Cisgiordania, territorio che rimase sotto Amman fino alla “guerra dei
sei giorni” (1967). Allora Tel Aviv l’occupò; e questa situazione si è
protratta fino a oggi.
La Linea Verde è visibile solo sulle carte geografiche, e neanche su
tutte. Le mappe delle Nazioni Unite e quelle delle organizzazioni
umanitarie la riportano, ma le carte stradali israeliane non
necessariamente la indicano. Gli ebrei che percorrono in auto la 5 –
l’autostrada dei coloni – hanno l’impressione di non abbandonare mai
Israele, mentre i palestinesi non possono accedervi senza un permesso
speciale. Inoltre solo due dei loro numerosi villaggi nella zona sono
riportati sulle mappe stradali. Come dire: gli arabi non si vedono, non
si sentono e dunque non ci sono. Ma, malgrado le autorità si sforzino
di nascondere la loro esistenza, il trucco non funziona.
La nostra prima tappa è stata a circa dieci chilometri all’interno dei
Territori. Fermai l’auto al margine della strada per indicare la strada
al di sotto della A5, che collega parecchi villaggi della zona e su cui
alcuni mesi fa c’era un posto di blocco che a volte fermava per ore
centinaia di palestinesi (in auto e a piedi) a entrambe le imboccature
del tunnel sotto l’autostrada. Il posto di blocco non c’è più. Ma i
palestinesi non possono essere sicuri che domani non torni. Dopo una
breve sosta, siamo andati avanti fino a Kief-el Hares, un villaggio con
circa 3mila abitanti che esisteva molto prima dell’insediamento di
Ariel. Intendevo mostrare ai miei compagni di viaggio due cose: la
montagnola di argilla di un metro e mezzo che gli abitanti del
villaggio – anziani, giovani, donne incinte, invalidi o meno, carichi
di pacchi o senza alcun bagaglio, dovevano superare entrando e uscendo
dal villaggio. E poi volevo far vedere loro quali manovre gli stessi
dovevano effettuare, dopo aver scalato la montagnola per uscire dal
villaggio, sul percorso sconnesso, solcato dai pneumatici
(particolarmente scivoloso quando bagnato), sul quale stavano lavorando
dei mezzi pesanti impegnati nell’ampliamento della 5, a spese dei
possedimenti e degli uliveti del villaggio.
Ma la giornata era particolarmente calda; inoltre non pioveva da alcuni
giorni; di conseguenza non ho potuto mostrare la terra grassa, rossa,
argillosa e scivolosa che s’incolla alle scarpe e ai vestiti. Il
terreno era asciutto. Inoltre, gli abitanti del villaggio non dovevano
superare la montagnola. Da un lato di essa era spuntato un sentiero,
cosicché la si poteva superare senza doverla attraversare. Le sorprese
non finiscono mai… Ma i resti della montagnola c’erano ancora; quindi
si poteva avere un’idea generale di come doveva essere stato prima
dell’esistenza del sentiero, che non doveva essere più di una settimana
fa.
Più tardi scoprimmo che il sentiero era stato tracciato per la comodità
dei coloni che intendevano visitare un luogo sacro situato nel
villaggio, piuttosto che per quella degli abitanti dello stesso. A
Kief-el Hares stavamo passeggiando verso il cumulo argilloso, quando
tre uomini del villaggio ci passarono accanto, sospettosi. Mentre ci
avvicinavamo alla montagnola, tornarono indietro, chiedendoci chi
fossimo e cosa volessimo, forse temendo che fossimo dei coloni venuti a
disturbare gli abitanti del villaggio. Quando spiegai che eravamo
venuti per capire quale impatto avesse avuto l’occupazione sulla vita
dei palestinesi, si rilassarono e ci parlarono liberamente. Più tardi
ci dissero che proprio quella notte il villaggio era stato molestato
dai coloni. A mezzanotte alcuni fedeli ebrei erano andati in un luogo
del villaggio per loro sacro, la tomba di Yoshua Ben Nun. Erano restati
lì facendo baccano fino a circa le tre del mattino e avevano lanciato
sassi alle case e rotto vetri delle macchine. Se questo fosse capitato
a me, anch’io proverei una certa apprensione nei confronti degli
sconosciuti.
Dopo aver ascoltato le esperienze di quegli uomini per un’ora, siamo
ritornati verso la macchina. Ho chiamato Karin (un’attivista
dell’International Women’s Peace Service, Iwps), che dovevamo
incontrare ad Hares. Invece andammo a Marda, dove lei e Angie erano
state chiamate a causa di un’incursione delle Iof (Forze di Occupazione
Israeliane) nel villaggio. Quanto segue, comprende citazioni dall’Iwps
Incident Report di Angie, diffuse col suo permesso. Le citazioni sono
tra virgolette.
continua